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Bari

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Sul suo libro più recente / Molto dobbiamo noi ad Angelo Ferracuti

Molto dobbiamo noi ad Angelo Ferracuti, noi che come salmoni abbiamo percorso controcorrente la via dell’italica narrativa; noi che abbiamo balbettato le poesie di Luigi Di Ruscio, guardato ammirati i reportage di Mario Dondero, noi che increduli abbiamo giurato a noi stessi che non avremmo mai mangiato dai vassoi della piccola cerchia editoriale ma che avremmo continuato a usarla per raccontare il mondo dei vinti; noi che abbiamo visto il mondo culturale italiano infiacchirsi e prostituirsi, immemore dell’ammaestramento dei suoi figli migliori, dei suoi figli virtuosi, chiedendoci come potesse vivere di tanta incoerenza, di tanto fango; noi che abbiamo considerato il triste balletto delle anime brutte del mondo culturale italiano, disposte a tutto in cambio di una comparsata televisiva, una collaborazione giornalistica, un premio; brutte queste anime tanto quanto quelle di chi le governava e che per questo nulla hanno potuto contro il malaffare che infine li ha fagocitati; noi abbiamo trovato in Ferracuti un maestro di integrità e coerenza intellettuale. Molto dobbiamo noi ad Angelo Ferracuti che nel tempo ha accantonato l’impotente romanzo postmoderno per dedicarsi al reportage...

Il bel parlare di Nacer Bouhanni

«Noti bene che io non lo giudico. Considero fondata la sua diffidenza e la condividerei con piacere se, come lei vede, non vi si opponesse la mia indole comunicativa. Io chiacchiero, ahimè, e faccio conoscenza facilmente. Per quanto sappia mantenere le opportune distanze, ogni occasione è buona. Quando vivevo in Francia, non potevo incontrare un uomo intelligente che subito non facessi con lui compagnia. Ah! Vedo che lei aggrotta le ciglia per questo imperfetto del congiuntivo. Confesso d’avere un debole per quel modo e per il bel parlare in genere. Un debole che mi rimprovero, creda. So benissimo che preferire la biancheria fine non implica necessariamente che uno abbia i piedi sporchi. Ma non vuol dire. Lo stile, come la popeline, nasconde troppo spesso qualche eczema. Mi consolo dicendomi che alla fin fine neanche i mal parlanti sono puri. Ma sì, prendiamo un altro ginepro.» Ma sì, prendiamoci anche noi un altro ginepro in questo bar di Bari. Come tutti sanno, Bari avendo il mare non è Parigi – che, se così non fosse, sarebbe appunto una piccola Bari – e non è neppure Amsterdam. E questo bar non si...

A partire da Lampedusa

Il vento non ha tetto né casa, e il vento è una bussola per il nord dello straniero. Mahmoud Darwish   Un cellulare riprende i migranti a Lampedusa “ospitati” nel centro di primo soccorso e accoglienza della Contrada Imbriacola, denudati e lavati all’aperto per la profilassi contro la scabbia, contratta negli spazi stessi del centro.     Quel video offuscato racconta qualche minuto della vita sull’isola, il luogo in cui i migranti sbarcati vengono smistati per poi essere identificati. Il filmato racconta un momento di quotidianità. Nella doccia all’aperto, nello spogliarsi collettivo in giardino, non ci sono segni di violenza fisica, spesso presente negli spazi dei centri nei quali le parole “detenzione” e “custodia” sono sostituite da “ospitalità”; vi è l’umiliazione. Non è un caso che l’etimo di umiliare sia “humus”, suolo. Il terreno, il territorio diventano nelle pratiche di accoglienza un privilegio. Il viaggio, la migrazione, un peccato da scontare.   A seconda della provenienza o della storia (...

Invece di una fotografia

Una sorta di follia calma, assopita, introvertita: è seduto di fronte a me, le mani in mano, credo che si dica così, cioè una nell’altra riposte in grembo, non fa niente, ebete e pacato, guarda intorno senza alcuna agitazione né impazienza, anzi un po’ come al rallentatore, ma non veramente, solo pochissimo. Resterà sicuramente così fino alla fine del viaggio, fino a Bari (a proposito: al bigliettaio ha chiesto candidamente, con domanda che non aspetta veramente la risposta: “Va fino a Crotone questo treno?”. “No, queste carrozze solo fino a Bari. Lei dove deve andare?”. “A Bari”. Punto. Senza alcuna espressione, sottolineatura, commento...).   Non si capisce se si annoia, non è rassegnazione, è così, non so cos’è. Anche il suo sguardo è così: vede, certo, ma come se niente possa segnarlo. Puro sguardo? Cosa significa? Piuttosto uno sguardo calmo, lento, trattenuto, non che trattiene, “puro”, come l’acqua, trasparente come l’acqua, che lascia vedere dentro, e dentro non c’è niente da vedere. Non so...

Il crollo di Barletta. Chiamare.

Parole. Parole molte. Crollato. Cordoglio. Macerie. In nero. Il palazzo. Lo scavo. Prendeva tre virgola novantacinque. Lavoravano. La speranza riaccesa. Il sindaco. Voci. La Madonna sul muro. Il maglificio. Morta. Morta. Parole vecchie e nuove parole. E la polvere. Cinquanta minuti dopo la mezzanotte. Crepe. E muri rotti. Ci sono soprattutto parole intorno al palazzo sprofondato, da due giorni, a Barletta, intorno e sopra alle cinque operaie morte, operaie, ancora, morte, ancora, alla donna incinta che invece, salva, alle mura spezzate, al soccorritore, ai presidenti, all’assessore. Parole. Solite solite solite. Ma le parole che leggo ieri mattina a Bari su “EPolis”, il giornale, quelle no, non le ho mai sentite, parole strane, stavolta, un marito che dice non se la possono chiamare così giovane. Me le rileggo, mi porto appresso la pagina strappata, le leggo ovunque, le leggo anche adesso a casa, non se la possono. Chi, non se la può? Chi non se la può, chiamare? Chiamare, chi. Me la rigiro con gli occhi, la frase. Che immagino, come è, urlata di fronte, di fronte a che, a niente, al buco, alla catasta anzi, di niente, ai corpi...

Dove comincia e dove finisce la Padania

Dove comincia e dove finisce la Padania? Dalle sorgenti del Po al Mare Adriatico, hanno risposto i creatori di questo mito che non ha mai fatto i conti né con la geografia né con la storia. Cuneo è in Padania? Udine pure? E Ravenna e Ancona sono parte della Padania? O forse la Padania è il territorio che si estende intorno a Cassano Magnago, paese di nascita di Umberto Bossi, centro d’irradiazione di una fantasia geografica che ha ammaliato per quasi vent’anni una parte della popolazione del Nord del paese, come una sorta di fuga dal reale che ora si rivela, come ha sottolineato Giorgio Napolitano, nella sua veste di Presidente della Repubblica italiana, quello che appunto è: illusione. Il re è nudo, dice il bambino della favola di Andersen, che ci fa capire come lo slogan della Lega sia prodotto, non tanto e non solo, dalla boutade del capo leghista, ma anche e soprattutto dallo risposta della folla che l’ascolta, e vi crede.   Claudio Franzoni, studioso dei gesti, ha fatto notare di recente come sia appunto lo sguardo della folla che rende grande il gesto che compie l’uomo politico, e che basta un punto...

Spresieduto

Spresieduto, italianizzazione da “spresedute", dialetto barese. Di cosa priva di attrattiva, insulsa (anche: “senza prisce”), o di persona cui manchi fascino o sia, anche temporaneamente, carente in entusiasmo (“iosce stogghe presedute”).   Rossella Ferorelli   ** Sciarà, iniziativa promossa in collaborazione con Festivaletteratura di Mantova, sarà presente al Festival con una postazione fissa in piazza delle Erbe in cui i visitatori potranno inserire nuove parole e con un incontro tra Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti e Raffaella De Santis sabato 10 settembre alle ore 17 al Chiostro del Museo Diocesano  **

Susta

Susta, dialetto barese. Sostantivo, italianizzazione da “la suste”. Senzazione di non meglio identificabile seccatura, fastidio generalizzato o nervosismo cosmico ingiustificabile (c' sacce... tenghe la suste! : “non so, ho la susta!”).   Rossella Ferorelli     ** Sciarà, iniziativa promossa in collaborazione con Festivaletteratura di Mantova, sarà presente al Festival con una postazione fissa in piazza delle Erbe in cui i visitatori potranno inserire nuove parole e con un incontro tra Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti e Raffaella De Santis sabato 10 settembre alle ore 17 al Chiostro del Museo Diocesano **

Du iu’ne

Dialetto barese. Detto di persona sciocca, ingenua, soggetta passivamente alle angherie del destino, che peraltro le si accanisce contro (“cudde jè propre du iu’ne!”). Letteralmente significa “dell’uno” e indica, in effetti, i nati nel 1901, ultima classe chiamata alle armi nella prima guerra mondiale.     Rossella Ferorelli