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Belgrado

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Mostar, 7 ottobre 1932 – Zagabria, 2 febbraio 2017 / Predrag Matvejević. Un battitore libero attraversato dalle frontiere

Un’isola del Quarnero, un’estate torrida come quella del 1991. La casa è affollata di amici e parenti, così Predrag Matvejević scende da basso e mostra con orgoglio lo studio che si è ricavato nell’ombra del garage: un seggiolino e una macchina da scrivere, due mollette che tengono le pagine a mo’ dì leggio. È l’anno del successo planetario di Breviario mediterraneo, e sta già pensando a quello che, molti anni dopo, diventerà Pane nostro (2010). A pochi chilometri è terminata da poco la cosiddetta breve guerra slovena, ma in agosto viene interrotta l’autostrada tra Zagabria e Belgrado, a fine mese inizia l’assedio di Vukovar. L’anno successivo Predrag non può più tornare sulla sua isola, insieme a molti intellettuali del paese diventato ex, inizia la sua avventura tra asilo ed esilio (così suona anche il titolo di un suo “romanzo epistolare” del 1998). Da quel momento il domicilio è temporaneo, il ritorno provvisorio, la “nostra patria” diventa una condizione momentanea che può materializzarsi ovunque. Perché a Zagabria, nella fase della trance nazionalistica, nella guerra tra “noi” e “loro”, non c’è spazio per chi ha storie miste o si sente ancora jugoslavo. Così accade alla...

Convivere con il terrore

Lutti politicamente corretti     Il giorno dopo l’11 settembre 2001, una mia amica docente universitaria, comunista da sempre, mi dice con una certa spavalderia che per lei tre ragazzi palestinesi morti in uno scontro con la polizia israeliana proprio quel giorno la avevano impressionata molto di più delle migliaia di morti sulle Twin Towers a New York. È quel che si dice “avere due pesi, due misure”. Si ripete questa accusa dei due pesi e delle due misure ogni volta che qualche massacro in Occidente impressiona profondamente la nostra opinione pubblica. La si è tirata fuori, ovviamente, anche a seguito dell’eccidio del 13 novembre a Parigi. Si è detto: “Perché piangiamo tanto i 130 morti di Parigi e non gli oltre 40 morti di Hezbollah ammazzati qualche giorno prima a Beirut? Perché non siamo ugualmente scossi dai 224 passeggeri russi uccisi nell’esplosione dell’aereo sul Sinai l’8 novembre scorso? Eppure gli assassini sono più o meno gli stessi. I morti non sono tutti eguali?”   No, i morti non sono mai tutti eguali. La morte non ha lo stesso significato...

Cibo e malinconia all'italiana

Eravamo da una settimana in cerca di fantasmi: le guerre balcaniche non interessavano più a nessuno, tranne a un manipolo di patetici reduci che cercavano di speculare sulle “glorie” belliche. A Mostar, Sarajevo, Banja Luka e nei centri minori della Bosnia quel che al massimo trovavamo erano le facciate delle case bucherellate dai proiettili, ma soprattutto molta voglia di dimenticare il passato e guardare avanti. In generale il cibo era cattivo, a volte pessimo, come quando, ingannato dall’alfabeto cirillico e dai ricordi del greco scolastico, ordinai un piatto di sofficini nel bar più elegante di Pale.   Passata la frontiera bosniaca, pensavamo a Belgrado come a un’oasi, se non di civiltà, di buoni ristoranti ed eccellenti bar. I bar sono bellissimi e invitano a una vita en plein air, ma quanto alle cene, il livello non si era alzato di molto. Fu allora che ci tornarono in mente le raccomandazioni di un’amica, o meglio di suo marito che è di queste parti, “se avete tempo, andate a salutare Dag il muto”. Così una sera raggiungiamo non senza difficoltà il ristorante italiano Tavolino che Dag...

Oggetti d’infanzia | Choco banana

Parevo un’ossessa. Partivo dalla piazza centrale della mia città natale in tutte le direzioni. A piedi o in tram puntavo piccoli market in periferia, grandi magazzini inaugurati da poco, setacciavo pasticcerie simil viennesi, interrogavo le commesse stupite che si potessero fare domande del genere, assillavo parenti e conoscenti. Non mi rassegnavo alla mancanza di quel cioccolatino a forma di banana con dentro il gusto di banana, croccante sopra morbido dentro. Da quando ero diventata straniera in patria, quello era diventato il ricordo d’infanzia, e quando tornavo ne facevo incetta e indigestione. Il mio prodotto, la mia madeleine, il mio ricordo d’infanzia per antonomasia non c’era più. Scomparso senza lasciar tracce, dal giorno alla notte, tirato giù dallo scaffale da un ordine imperscrutabile, da uno di quei diktat che mischiano inesorabili la politica con la burocrazia.   Naturalmente sapevo e capivo quello che stava accadendo. Nei negozi le tagliatelle slovene non si appoggiavano più alle minestre croate, i vini serbi e macedoni non stavano più nella stessa fila e la fratellanza-unità dei popoli non la conservavano nemmeno le sardine istriane che si chiamavano Belgrado...

La Bosnia sul lastrico alza la testa

A Tuzla e Sarajevo, a Mostar e Bihać, a Banja Luka e Zenica il sommovimento continua, sugli edifici e sui cartelli stradali sono rimasti gli slogan delle manifestazioni dei giorni scorsi: Ladri, Dimissioni, Se continuate così ci sarà la rivoluzione, Vecchi ascoltate i giovani, A chi giovano le banche, i popoli, le chiese e i partiti, I vecchi ascoltino i giovani si sveglino, Ho il diritto di camminare per strada senza avere paura della violenza,   Non voglio andare via da qui, non voglio chiedere asilo all’estero, voglio che la mia gente viva meglio, I dimostranti non sono hooligan. I cittadini della Bosnia-Erzegovina senza nome, né nazionalità, né partito, mandano i politici tutti a farsi fottere in tre lingue, e ridiventano un popolo che chiede pane e dignità.   Palazzo della presidenza incendiato a Sarajevo, dove è andato in fumo un importante archivio storico, sedi dei partiti croati e musulmani distrutti un po’ dappertutto, sindacalisti picchiati, l’albergo Holiday (quando si chiamava Inn ospitava gli inviati stranieri che seguivano il conflitto) chiuso per lo sciopero dei dipendenti che non...

Nome

  Lo stuoino sulla soglia di un appartamento milanese si chiama Home. L’uomo sul trattore che attraversa i colli dell’Istria porta una maglietta con la scritta Calvin Klein. Il termine inglese valorizza, immette il locale nel globale, ci rassicura che abitiamo tutti nel glocal. Nell’era delle moltitudini il nome fa la differenza, dice la provenienza, racconta dell’appartenenza, contiene le possibilità dell’apparenza. Fammi entrare / nella tua eterna danza /fammi entrare fammi entrare fammi entrare /non lasciarmi qui, dentro un nome /dentro un piccolo cognome dice un verso di Mariangela Gualtieri.   Giorgia e Graziella sono due in una, la prima è la donna emancipata che lavora solo, saltabecca da Londra a Shanghai, l’altra è la figlia che non può confessare indoor la vita di fuori. Cambiare l’indirizzo email, firmare con il doppio nome è un coming out che promette integrazione. Il nickname permette il gioco delle proprie identità, è un ideale biglietto da visita che si offre al pubblico virtuale. L’intimità, come nei film di Chéreau, è una...

Analfabeta

L’analfabeta conosce l’abbiccì, ma quando era piccola i suoni prendevano grafie diverse, per questo ancora oggi dà la caccia alle lettere come fossero le farfalle della vispa Teresa che una volta prese si polverizzano. Il primo alfabeto è stato l’abeceda, i suoi segni rappresentavano il serbo-croato, una lingua che era già due e che aveva anche due alfabeti, uno latino e uno cirillico. I giornali li alternavano, una pagina pari una dispari, Zagabria e Belgrado si definivano attraverso il loro alfabeto, solo a Sarajevo, super partes, ogni nome di via si scriveva nei due caratteri. Così è stato prima della Grande Divisione del paese diventato ex che ha tagliato mari e fiumi, e alla lingua ha tolto quel trattino che rende necessarie ulteriori precisazioni per dire quale è la lingua madre. Nelle convulse dissertazioni storiche, nelle infinite pagine letterarie che cercano l’altro senza mai sapere se sia vicino o lontano da sé, il Serbo e il Croato appaiono figure del doppio che hanno cercato un equilibrio nella presenza del terzo, il Bosniaco – divenuto il capro espiatorio. Fin da piccola...