Il tuo due per mille a doppiozero

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Bologna

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Tutte le arti si incontrano a perAspera

PerAspera, per chi l’ha conosciuto giorno per giorno, è soprattutto un ambiente con uno spazio-tempo tutto particolare. Il luogo è a dir poco magico: il festival si snoda nei vari spazi di una villa secentesca – con tanto di fontane, teatrino barocco e addirittura labirinto – sul limitare dei colli bolognesi, dove la città lascia pian piano spazio a un altro respiro. Qui nasce e si rigenera una dimensione temporale altra fatta di dilatazioni e interstizi, fuori dal caos e dalla frenesia metropolitani, in cui artisti e spettatori si trovano a condividere un piacevole interno, quasi si fosse a casa propria. Lontano dagli schemi della vetrina e dalle corse mozzafiato dei festival, l’orizzonte, più che dello sguardo, è quello dell’incontro – che, tanto per la dimensione umana che per quella estetica, si potrebbe eleggere a leitmotiv fra la gran varietà di spettacoli e eventi in programma.     Bologna, vittima dello sgretolarsi (innanzitutto istituzionale) della propria imponente tradizione d’avanguardia che si esprimeva con la celebre Settimana della performance, sembra sforzarsi...

Speciale ’77. What a curious feeling

“Succedevano allora in Italia, nei dieci anni 1968-1978, cose che oggi non ci si crede”. Così, qualche anno fa, Oreste del Buono in circostanza non troppo diversa dalla presente (presentando, cioè, le poesie in quegli anni dedicate da Nanni Balestrini all’allegorica “signorina Richmond”). Di quel tempo alla lettera incredibile è in primo luogo straordinario documento Alice disambien­tata, testo o non-testo attribuito dalla (oggi) dilavata e graffiata copertina dell’Erba Voglio a un fantomatico “collettivo A/Dams”: nome che arieggia (e parodia, forse) quello della testata leader fra le mille dell’esoeditoria di quegli anni e anzi di quei mesi, “A/traverso”, il “giornale PER l’autonomia” informalmente diretto da Bifo, al secolo Franco Berardi.     E, a passare in rassegna le proposte ’76-’80 dell’editrice milanese animata da Elvio Fachinelli, l’air de famille rende meno improbabile un progetto come quello partorito da Gianni Celati, di cucire in un patchwork testuale – come ricorda lui stesso, oggi, a quasi trent’anni di distanza – “schede, appunti, foglietti stropicciati, registrazioni e interventi che riassumevano discorsi svolti per un anno”. Proprio il “collettivo A/...

Speciale ’77. Gorilla, draghi e mongolfiere. Conversazione con Giuliano Scabia

Bologna e Trieste, l’aula e la piazza: il Settantasette raccontato da Giuliano Scabia in un’intervista/conversazione con Stefano Chiodi e Andrea Cortellessa.     Stefano Chiodi: Com’è cominciato il tuo lavoro all’università di Bologna?   Giuliano Scabia: Nel ’72 facevo teatro vagante, un’azione chiamata Forse un drago nascerà. Nei paesini dell’Abruzzo fondavo città che duravano tre giorni, il terzo giorno la città si trasformava in un drago. In ogni posto portavo un teatrino che poi restava lì. Un giorno ero sul Monte Velino, in un paesino che si chiama Massa d’Albe, facevo il cavaliere e combattevo col drago quando arriva un messo comunale e dice: C’è uno che vorrebbe parlare con lei al telefono, da Bologna, un certo Squarzina. Ho detto va bene, finisco e vengo. Era Squarzina che mi invitava al DAMS. Ti piacerebbe venire a Bologna a insegnare?, mi fa; e io: non è la strada che ho scelto, studiare mi piace ma adesso sto facendo il drago. Lui insiste e gli dico: lunedì vengo a Bologna col furgone.   Andrea Cortellessa: In quante...

Speciale ’77. Il passo del Gorilla

Lunghe discussioni in venti, in una stretta stanza d’albergo, fino alle tre del mattino. Teatro in bar minuscoli o in grigie palestre scolastiche. Incontri nelle case, davanti a un bicchiere di vino. Scalate a montagne con violini, flauti, bandiere e un gigante dall’abito azzurro svolazzante, il Gorilla Quadrùmano.     Era il 1974. Un anno abbastanza lontano ormai dal 1968 e vicino al 1977. Le città erano state percorse da cortei e lo sarebbero state ancora, fino agli omicidi delle Brigate Rosse, fino al rapimento di Aldo Moro e all’uccisione della sua scorta, il pieno degli anni di piombo, l’inizio del “riflusso”. A quei tempi la politica guidava le nostre vite di studenti universitari: una “politica” che provava a fuggire dalla burocrazia e sognava e tentava di realizzare parole come partecipazione, comunicazione, gestione dal basso. In quei mesi l’Italia introdusse, con un vittorioso referendum, il divorzio; di lì a poco la sinistra sarebbe andata al governo nelle più importanti città italiane e si sarebbero aperti nuovi scenari di speranza e anche nuovi conflitti,...

La mostra al Mambo di Bologna / Marcel Broodthaers

Museum: enfants non admis. Toute la journée, jusqu’à la fin des temps. Une forme, une surface, un volume, serviles. Un angle ouvert. Des arêtes dures, un directeur, une servante et un caissier.   Marcel ha un cognome difficilissimo, per pronunciarlo penso a pane & lacrime: Brot, pane in tedesco e tears, e pronuncio le vocali invertite, un po’ all’italiana. L’unica opera di M.B. che avevo visto prima di prendere a frequentare il Belgio è quella strana ambientazione con l’ombrellone impunemente aperto esposto a Palazzo Grassi, The XIX Century Room, il décor fatto di fucili e sedie da giardino a righe blu. Quella del MAMbo è la prima grande retrospettiva in Italia. La prima sala dà la misura, Broodthaers è un gigante. Il lavoro di dodici anni è un unico grande lavoro: un museo. 30 palme, 6 foto di incisioni antiche di animali, 16 sedie da giardino formano un’anticamera che è stranamente fuori luogo e familiare. Entrando ho avuto un lunghissimo déjà vu, una scena che si è ripetuta per anni sempre uguale: su una di quelle sedie, accanto a una pianta che si muove al ritmo delle pale del ventilatore a soffitto, gli occhi fissi su una serigrafia degli animali della fattoria, ci...

I ragazzi del ’77

Vedi scorrere tutti i volti di quell’anno, il 1977 a Bologna, le case, le manifestazioni, l’università occupata, l’immaginazione al potere e le fiamme degli scontri. I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su Facebook ora è un librone di oltre 500 pagine con 1272 fotografie. Ma si è formato giorno per giorno, riannodando sul più diffuso social network i fili di una memoria che appariva dispersa se non cancellata.     Tutto è iniziato il 5 febbraio di quest’anno, quando Enrico Scuro, il fotografo di quel movimento ormai lontano, ha pubblicato sul proprio profilo Facebook la foto dello spettacolo di Dario Fo che concluse il convegno contro la repressione del settembre 1977. Chiudeva, quella manifestazione europea, l’anno iniziato con le occupazioni delle università, culminato con la drammatica uccisione da parte di un carabiniere dello studente Francesco Lorusso in via Mascarella a Bologna e con l’espugnazione della barricate della cittadella universitaria con gli autoblindo inviati dal ministro degli interni Kossiga mentre un pianoforte suonava Chicago.    ...

1964. Il coraggio degli italiani in mostra al MoMA di New York

L'articolo di Marco Belpoliti del 10 novembre sulla mostra di Cattelan al Guggenheim di New York mi convince a raccontare la storia di un’altra mostra, di tanti anni fa. Era da un po’ che ci pensavo. Prima però bisogna che accenni a quei miei studenti che nelle ultime settimane hanno cominciato a farmi domande difficili, tipo: “ma, professore, come abbiamo fatto a ridurci così?” oppure “com’è possibile che la stampa di tutto il mondo scriva di noi italiani queste cose?”. Mettetevi nei miei panni, non sapevo da che parte girarmi.   Per fortuna d’estate leggo parecchi libri e me ne sono venuti in mente due, nei quali ho creduto di trovare qualche risposta. Il primo, La strada dritta di Francesco Pinto (Mondadori), narra in forma romanzata l’epica costruzione dell’Autostrada del Sole; il secondo, La catastròfa di Paolo Di Stefano (Sellerio), ricostruisce attraverso le testimonianze di chi c’era la tragedia dei minatori italiani a Marcinelle. Peraltro insegno ai futuri geometri delle valli bergamasche, dove da generazioni la gente progetta e costruisce strade e viadotti e da...

Bologna, Museo della Memoria di Ustica

Non è la città dei portici e della letteratura, e neppure quella dello spritz e dello shopping la Bologna che si percorre, un po’ smarriti e persino inquieti, per arrivare, dopo molte fermate di autobus e qualche richiesta di informazione, agli ex depositi tramviari di via di Saliceto, alla Zucca. Qui, poco lontano da via Stalingrado, dalle larghe strade operaie un tempo ai limiti della campagna, dal 2007 riposa, per sempre senza pace, il relitto del DC9 Itavia abbattuto nei cieli di Ustica nel giugno del 1980. Ci sono ancora i binari a segnare, metallica e moderna nervatura, il percorso che conduce, attraverso l’aperto di un giardino pubblico senza troppe pretese, ai capannoni imponenti che accolgono le scarne spoglie dell’aereo e dei suoi ottantuno passeggeri, lamiere e pettini, maniglie e bambole strappate con chirurgica pazienza dal fondo del Mediterraneo e destinate alla discarica dopo aver raccontato in infinite sedi giudiziarie la loro storia di morte improvvisa.     L’Associazione dei familiari della vittime ha voluto però che quella storia – quelle tante, singole storie – continuassero ad...

Barloca

Dialetto romagnolo. Indica una parlantina esagerata, capace di distrarre l’attenzione. Spesso usato per i venditori scaltri. Irene Marri

Al parco

Il progetto nasce dall’idea di riprendere il parco urbano pubblico nei giorni di festa. È iniziato nel 2006 dal Parco Sempione di Milano, un luogo a me caro, legato ai miei ricordi d’infanzia, dove andavo a giocare da bambina. In seguito il progetto ha assunto una dimensione molto più ampia, proseguendo nei parchi di altre città, italiane – Torino, Roma, Palermo, Milano e Bologna – per proseguire nelle capitali europee e infine al Central Park di New York.In molte città italiane, nei giorni festivi, il parco si trasforma in un teatro di gioco, specialmente per i migranti. È un luogo di ritrovo di persone provenienti da diversi paesi e diverse etnie che si incontrano tra loro per chiacchierare, ascoltare musica, ballare e mangiare. È per loro il punto di connessione, di collegamento con la loro cultura d’origine, e quindi la possibilità di stare insieme, di non essere soli e di non essere separati. In questo “rito festivo” c’è una situazione di condivisione pacifica dello spazio – che certamente non va idealizzata – in cui si evidenziano i resti sublimati della condizione stessa del migrante, della sua precarietà, del viaggio, della lontananza e dell’essere separati.In generale, il...

Albinea / Paesi e città

Le prime colline degli Appennini, a Sud della pianura padana, sono spesso la meta per le gite fuori porta delle città dell’Emilia. È così per Bologna, Modena, Reggio, Parma, Piacenza. Lì in estate l’afa è un po’ meno opprimente, in primavera e autunno si possono fare passeggiate che riconciliano con l’aria, gli alberi e il corpo. In dieci chilometri, dalla porta Sud di Reggio Emilia si arriva ad Albinea, un paese a 160 metri sul livello del mare, con la chiesa parrocchiale costruita sulla cima di una collina dalla quale si vede la città e gran parte della pianura. In inverno, quando il cielo è terso e la foschia grigia è spinta via dal vento del Nord, dalla chiesa si vedono i profili innevati delle Prealpi. D’improvviso, e con sorpresa, si ha la certezza che quella pianura che sembra non finire mai invece finisce, e che la valle del Po è davvero una valle, con le montagne tutt’attorno, un fiume che la taglia in due e che corre verso il mare.   Per arrivare alla chiesa di Albinea ci sono alcuni tornanti secchi. Sono stati per molti il luogo d’iniziazione al ciclismo:...

Russi / Paesi e città

Il paese: Russi, provincia di Ravenna. Pianura perfetta, in certi giorni vedi un albero a cinque chilometri. Un paese che quarant’anni fa era pieno di contadini, biciclette, trattori, capannoni. A quindici chilometri, o giù di lì, c’è tutto: Ravenna, Faenza, Lugo, Forlì. Un’ora di treno e arrivi a Bologna. Poi una villa romana, che sono solo pavimenti di mosaico e ci resti male, un palazzotto del Seicento a un passo dal Lamone, una chiesa bruttina, strade che finiscono tutte in campagna e per la bicicletta sono l’ideale. Molti alberi di cachi, che cadono sull’asfalto e non è facile schivarli, quando c’è la nebbia e pedali a tutta altrimenti perdi l’autobus per la scuola. A volte non sono cachi ma ricci spiaccicati.   A Russi ci vantavamo di avere due fiumi, il Montone e il Lamone, tutti e due ricordati da Dante nell’Inferno. Poi ci vantavamo del Russi, una squadra più forte del Ravenna e del Forlì. Il Russi ha la maglia arancione come l’Olanda e non è mai sceso sotto la serie D. Poi ci vantavamo della Fiera dei Sette dolori, a settembre, la fiera pi...

Fermo / Paesi e città

  Settembre. Delle volte guardo attentamente la luna, il suo chiarore colossale quando è piena, e ciò che davvero mi meraviglia, specie se la scorgo dall’uscio di casa sopra il profilo reso nitido dei tetti, specie la mattina molto presto, è che sia vuota. Ci siamo solo noi da queste parti. Sto camminando nel mio rione. Ogni tanto mi fermo, osservo qualcosa di familiare. Il rione comincia appena fuori porta. C’è un primo tratto di strada in piano. Poi, in fondo, saranno trecento metri, inizia, a destra, una discesa ripida. A sinistra continua il tronco principale che di lì a breve si dirama una seconda volta verso il colle di Sant’Andrea. Ora è tutto costruito, ma la colonna vertebrale è questa. Ho amato molto il mio rione, specie da studente, quando rientravo da Bologna, negli anni settanta. Rientrare qui era fare ritorno in un posto dove i fatti della vita, forse, avrebbero trovato un loro compimento. Ora, trent’anni e passa dopo, lo amo senza pensarci tanto su. Senza chiedermi, soprattutto, purtroppo, del compiersi dei fatti della vita. Sono circa le diciotto. C’è un dolce tepore nell...

Il sabato del villaggio / Sarà un giorno di festa

Sarà un giorno di festa; Michael Frame compie gli anni, cinquanta per la precisione, sua moglie sta ultimando gli ultimi preparativi per i festeggiamenti che si terranno il giorno successivo, ma Michael non potrà esserci, infatti sta per fuggire. Scappa perché Michael non è il suo vero nome e perché il suo vero nome è Chris, e perché è inesorabilmente immerso in una storia di illusioni trasformatesi nel tempo in fantasmi, fantasmi pericolosi che stanno per modificare radicalmente la sua vita reale, quella fondata su un’identità fasulla. Così prende avvio Le mie rivoluzioni di Hari Kunzru e così sembra l’Italia lacerata tra l’ansia e l’attesa in questo ultimo sabato di maggio. Un paese che come il protagonista del bel libro di Kunzru sembra confondere in continuazione le illusioni con i propri fantasmi. Incapace più che di vedere di percepire, come ci spiega Ingo Schulze nell’intervista di Stefano Zangrando: “Per capire noi stessi dobbiamo percepire l’altro. Possiamo comprendere realmente le conseguenze della nostra vita quotidiana in Europa soltanto...

L'attore Civile, l'amore, la contraddizione e la libertà

Nei teatri bolognesi, da qualche mese, capita di assistere a monologhi di giovani attori e attrici che precedono gli spettacoli. Il pubblico si reca in alcuni luoghi “ufficiali” del circuito cittadino, dalla stanca Arena del Sole al Teatro delle Celebrazioni, una sala privata con un cartellone prevalentemente commerciale. Prima che lo spettacolo in programma abbia inizio ci sono le presentazioni di Civile, progetto di Fiorenza Menni (Teatrino Clandestino) e della studiosa e organizzatrice Elena Di Gioia. Sono dei ritratti, dei racconti autobiografici scritti e provati durante settimane di lavoro precedenti. Gli attori e le attrici parlano della loro vita, della scelta di individuare nell'arte il proprio posto nella società. Qualche settimana fa, a Roma, questi ritratti “civili” hanno convissuto tutti nello stesso spazio, l’Angelo Mai Altrove, che da un anno e mezzo ha riaperto in zona Circo Massimo ed è divenuto uno snodo cruciale del teatro che vive.     In Italia, oggi, c'è un teatro che vive e uno che sopravvive, eppure è il secondo a garantirsi la quasi totalità di date, produzioni,...

Bologna, Pilastro / Paesi e città

Una città sicuramente conosciuta, ma che merita sempre una seconda visita è appunto Bologna. Con il suo impianto medioevale, riserva sempre nuove sorprese nascoste nel ventre della sua nota natura materna. I lunghi portici non sono che l’anticipo di una città chioccia, che nasconde i suoi gioielli e li ripara dalle intemperie e dagli occhi indiscreti.   Ma se Bologna è nota per i suoi lunghi porticati, per la sua cucina, per la più antica università del mondo occidentale, per le due torri che ne puntano il fulcro geografico, per lo scienziato Galvani, il poeta Carducci, l’inventore Marconi, il maestro Martini, il pittore Morandi, i fratelli architetti Bibbiena, Bologna è invece sconosciuta al di fuori della cinta muraria. Vorrei quindi suggerire un percorso che potrebbe risultare interessante a chi, non per la prima volta, visita questa antichissima città.   Si tratta della visita ad uno dei quartieri simbolo della città post bellica, improntato all’idea civica trasmessa dal Partito Comunista Italiano che per quarantacinque anni ha dominato incontrastato sulla gestione della citt...

Centocinquanta anni di scuola e laicità. Conversazione con Cesare Pianciola.

  “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. […] Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. [...] Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. […] Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli...

Intervista video a Giovanni Anceschi

Giovanni Anceschi è un incrocio, un trivio o più probabilmente un quadrivio: arte programmata, scuola di Ulm, grafica di pubblica utilità, insegnamento universitario, dal Dams di Bologna allo Iuav di Venezia. La sua persona ha attraversato, ed è stata attraversata, da mezzo secolo di cultura italiana, quella che ha praticato l’innovazione dei linguaggi e delle forme espressive nel modo più utile e sintetico: mediante il fare. Anceschi rappresenta la linea lombarda, come recita il titolo di un libro del padre, il grande Luciano, filosofo, studioso di estetica. La sua casa nel cuore di China Town, a Milano, è ingombra di scatoloni e pacchi: ha appena ristrutturato ed è ancora per aria. Ci sediamo nella cucina-ingresso-sala, ad un tavolo quadrato. Sopra, in bella vista un pieghevole della mostra che si è appena aperta alla Galleria Nazionale d’Arte Modena di Roma: Gli Ambienti del Gruppo T. Dentro una fotografia che ritrae i giovanissimi Gabriele Devecchi, Davide Boriani, Gianni Colombo e lui. Tengono tra le mani un lungo tubo di plastica. In alto, in un ovale, Grazia Varisco, che s’unì in seguito....

Celati e il cinema

Quando ha cominciato a trafficare col cinema Gianni Celati? A parte la passione di cinefilo, spettatore indefesso, di cui restano vistose tracce nei suoi libri, nei testi come nelle copertine, è negli anni Settanta, quando Memé Perlini gli scrive perché pensa di trarre un lungometraggio dal suo libro d’esordio, Comiche (1971), vera e propria sarabanda slapstick. Poi dopo aver consegnato Lunario del paradiso, alla fine di quel decennio, libro germinale del romanzo giovanile degli anni Ottanta, lo scrittore emiliano se ne va in America per darsi al cinema, come annuncia ai suoi interlocutori dell’Einaudi. Di quel viaggio a Los Angeles resta una vaga traccia in Storia di un apprendistato, racconto che è compreso in Narratori delle pianure (1985). Poi c’è ancora una sceneggiatura, con l’amico Alberto Sironi, dedicata a Coppi. Quindi un silenzio fino al 1991. L’idea di far passare dietro la macchina da presa Celati è di Angelo Guglielmi. Nel frattempo è uscito il reportage di Verso la foce nel 1988. Il direttore di Rai3 gli chiede di girare un film su quei luoghi: un po’ viaggio e un po’ reportage. Per risposta Celati carica tutti i suoi parenti di Ferrara e gli amici su un autobus e...

Roma / Paesi e città

Abitavo in via Jenner già da due anni ma non l’avevo mai analizzata nelle sue specificità. Una casa è soltanto una casa: sarà la quarantesima, questa? La sessantesima? Non lo so, non le ho mai contate. Per caso, a un certo punto, ho trovato il grande appartamento che mi serviva. Per fortuna un’anziana passeggera dell’unico autobus che ci passa (quando gli aggrada) mi ha spiegato tutto parlando con una sua coetanea: “via Jenner è il paradiso dei vecchi!” Perché? Ma perché c’è tutto! Laboratori di analisi, negozi, marciapiedi discretamente livellati e quasi privi di buche. Dunque abito in una strada di vecchi, direi anche privilegiati rispetto a quelli che abitano dall’altra parte della Gianicolense, nelle strade piene di buche che scendono verso il vespaio di Donna Olimpia, luogo pasoliniano per eccellenza. In via Jenner puoi trovare di tutto: vestiti, letti ortopedici e poltrone elettriche per anziani, due o tre ottici (ma il migliore è senz’altro quello di fronte a casa mia), decine di ambulatori medici e di analisi, parrucchieri per varie tasche e ottimi barbieri....

L’identità in cucina

Massimo Montanari mette in rilievo nel suo breve libro L’identità italiana in cucina (Laterza 2010) che l’Italia esisteva già prima della sua unità nelle pratiche quotidiane, nei modi di vita, negli atteggiamenti mentali, ovvero che la cultura definisce il nostro Paese ben più dell’unità politica. Prima dell’Italia unita sotto il regno dei Savoia, diventato Regno d’Italia proprio in quel 1861, esiste il “Paese Italia”, come l’aveva definito lo storico Ruggiero Romano, ideatore della Storia d’Italia di Einaudi. Nel suo saggio Montanari sostiene che la koinè alimentare italiana si è formata attraverso l’incontro tra romani e “barbari” (termine romano). Si trattò di un incontro-scontro tra la cultura del pane, del vino e dell’olio (civiltà agricola romana) e la cultura della carne, del latte e del burro (civiltà dei “barbari”), legata più alla foresta che all’agricoltura stanziale.   Lo studioso dell’alimentazione riprende un’immagine attuale per proiettarla sul passato: l’Italia come...