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Cina

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Cina: editori, che si fa?

Dunque ci siamo arrivati. Gli editori di tutto il mondo trovano sulle loro scrivanie proposte allettanti di provenienza cinese: contributi di traduzione, pubblicazione e marketing. All’apparato degli Istituti Confucio, presenti in tutto il mondo e già da tempo in tiro a promuovere cultura cinese all’estero, si affiancano mucchietti di soldini gratis che favoriranno la diffusione della letteratura, contemporanea e classica, del Paese di Mezzo.   La accresciuta influenza geopolitica va affiancata a una operazione di penetrazione culturale, che avrà esiti interessanti senz’altro, ma è mossa da un potere totalitario determinato a insegnarci ciò che è buono e ciò che non lo è. E’ capitato anche alla mia casa editrice: abbiamo accettato volentieri un nome interessante, un autore della generazione di Yu Hua e Su Tong, per intenderci, bravo ma meno conosciuto. Poi abbiamo ribaltato la situazione: abbiamo fatto noi due nomi di autori che seguiamo da un pezzo e di cui stiamo mettendo in piano editoriale la pubblicazione: la risposta è lapalissiana: ci dispiace, ma non fanno parte delle Associazioni...

Roberto Saviano: intervista sulle merci

Le merci ci sono sempre sembrate il tema dominante di Roberto Saviano. Anche "Zero Zero Zero" tratta di un ennesimo prodotto di consumo: la cocaina. Merce debordiana per eccellenza, che contiene in se' anche lo spettacolo. Dalle merci però nasce anche il linguaggio pubblicitario. In cerca di nuove verità sulla pubblicità abbiamo quindi chiesto a Saviano un incontro proprio su questo tema. Quella che segue è la sintesi di una più ampia intervista, registrata in aprile e pubblicata su Bill 7 in luglio.   Hai cercato la verità sulle merci fin dal racconto sul porto di Napoli che apre "Gomorra". Oggi parli di quella contemporanea per eccellenza: la cocaina. È un tema che ti eri prefisso fin dall’inizio? O ti ha attirato man mano? Mi ha attirato man mano, mentre mi interessavo ai meccanismi del reale. La merce mi è sembrata innanzitutto un elemento di sintesi. Nella complessità del vivere, una lattina o una penna sono la sintesi di un percorso infinito, che è culturale, è chimico… il tutto, sintetizzato poi da un comun denominatore: ISO. Ossia i container...

People’s Park

È stato bello veder passare da Milano, all’ultima edizione di Docucity, un film come People’s Park di John Paul Sniadecki e Libbie Dina Cohn: non solo perché è un’opera che offre un’affascinante sezione della vita quotidiana nella Cina di oggi, ma perché ci concede di penetrarvi evitando i didascalismi e gli psicologismi che spesso ammorbano la produzione documentaria, scegliendo una forma particolare per rendere con profondità e spessore sensoriale l’esperienza di un ambiente. People’s Park è infatti costituito da un’unica ripresa video di un’ora e un quarto in un parco pubblico di Chengdu, capitale del Sichuan. Un movimento di macchina lento e fluido scorre attraverso le diverse aree, le persone che le popolano e le svariate attività che si possono incontrare in un parco cittadino cinese al sabato pomeriggio: si passeggia, si chiacchiera sulle panchine, si siede a un tavolo della casa da tè o si fanno esercizi fisici, ci si dedica al karaoke, all’argilla, alla calligrafia, e soprattutto si danza. Aprendosi in mezzo a una pista da ballo, il film si chiude, circolarmente...

Asia a perdita d'occhio

Le acrobazie balistico nucleari del nipotino del Presidente Eterno e figlio del Caro Leader costringono perfino i media italiani a sollevare lo sguardo dai minimalia di casa nostra (più che di provincialismo ormai s’ha da parlare di autismo). Pochi giorni fa mi si faceva notare che l’agenzia di stampa spagnola ha a Pechino quindici corrispondenti, l'Ansa ne ha uno solo che fa fatica a pagare una segretaria, mentre i solitari corrispondenti delle grandi testate coprono da qui un’area da due miliardi di anime.     Obama sta riposizionando i suoi asset militari sul Pacifico, noi facciamo show di scaramucce paramilitari sul prato di Pontida. Noi facciamo show, in generale. Ma è strano come i giornalisti (e soprattutto capiredattori) all’inseguimento di lettori in allontanamento esponenziale (e dei propri relativi stipendi) non siano ancora capaci di proporre storie più fresche (prodotti non scaduti, insomma), come quelle dell’Asia che lievita: mi hanno detto di un servizio su Vogue Uomo di febbraio (‘opinion leaders in Cina’, una dozzina di nomi a casaccio, tutti ben vestiti) e di un MarieClaire di...

Senza partiti

Partitocrazia. Degenerazione e corruzione unite al fallimento del compito assegnato ai partiti dai padri costituenti, ossia favorire la partecipazione dei cittadini per contribuire alla politica nazionale. Un quadro di crescente delegittimazione e discredito e una diffusa percezione di inefficacia. Ma parlare di crisi dei partiti appare eccessivo, o, nella migliore delle ipotesi, fuorviante e comunque incompleto e inesatto. Per definire se effettivamente i partiti italiani attraversino una crisi è necessario introdurre un elemento di comparazione diacronica, ancorché tra paesi quantomeno del contesto europeo. Viceversa, appare superficiale e frettolosa la conclusione che vedrebbe i partiti segnati soltanto da profonde e laceranti fratture e irreversibile declino.     Pare che Deng Xiaoping riassumesse così l'idea del Socialismo cinese: Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi, segnalando perciò che l’aspetto cruciale fosse il risultato. Una sorta di aggiornamento del machiavellico il fine giustifica i mezzi. Pertanto, per capire se e in che modo i partiti italiani (e non solo) fronteggino...

Jump/Junk: mal di Cina

Shenzhen è crossover puro. Un caleidoscopio di suoni: i grattacieli più acuti di un assolo di Eddie Van Halen e la periferia reiterata di edifici come l’intro di A forest. Tutto è in perenne movimento, non esiste scansione fra le ore: giorno e notte perdono i contorni, la realtà si potrebbe definire acquatica, fluida, instabile. Qui il Pil non è un numero e nemmeno un grafico: spariscono ascisse e ordinate, si corre sulla derivata di una funzione in perenne ascesa e la parola stagnazione non fa parte di nessun testo economico. Non in questo posto. Non per un europeo catapultato dall’immobilità italiana nel cuore del caos cinese.   Grattacielo a Shenzhen   In Cina è bello non essere turisti, lavoro e movimento coincidono perfettamente, anzi il secondo è un fattore essenziale, è connaturato al lavoro: spostarsi per strade affollate, in giro per contatti e uffici, dà la misura di cosa significa sentirsi al centro di un mondo in perenne mobilità. Un nuovo  “Chinese Dream”? Può darsi. O forse si tratta solo di una suggestione, l’idea stratificata di...

Pechino. I love you

Pechino. Giungono dall’Italia notizie allarmate circa l’assenza d’amore in Cina. È stata infatti ripresa da quotidiani importanti una notiziola pubblicata da “China Daily” (edizione cinese) circa un sondaggio recente che evidenzierebbe la totale incapacità tra cinesi, siano essi coppie o parenti, fidanzate o madri, figli o mariti, di dirsi la fatidica frase: ti amo. L’articolo di China Daily è stato ovviamente commentato su Weibo (il Twitter locale) da centinaia di migliaia di utenti (sono trecento milioni e passa gli utilizzatori in Cina): facile far numero, nel Regno di Mezzo dove vive un umano su cinque. La notiziola, come sempre sui nostri media, monta come la panna: buona per raccontare una storia che non esiste, ma che già stava nelle corde di qualunque utente o telespettatore o internauta: un archetipo universale: averci una pietra al posto del cuore!   Quando mi giunge la notizia dall’Italia sobbalzo: oibò! Avevo su un bel cd di Faye Wang, che, m’han spiegato, canta quasi solo d’amore: un suo brano titola in inglese: Because of Love. E so peraltro che il pop cinese viene...

Generazioni, eredità letterarie, fatiche

Tempo di fare il punto, dunque. Molti gli scrittori incontrati nelle ultime settimane, qualche giornalista e critico. Lunghe conversazioni, ripetute poi a distanza di giorni per il necessario approfondimento. Voglia di capire e, con mio piacere, voglia di essere capiti espressa dalla maggior parte di questi uomini e donne, pochissimi tra loro mi sono apparsi restii, tutti invece aperti alla discussione. La voglia di parlare c’è, anche la voglia di confrontarsi con noi europei: diciamo che le curiosità erano reciproche, e il saluto che molti di loro mi hanno rivolto negli ultimi giorni - “ora siamo amici” - non è di maniera, non solo cortesia alla cinese, ma la presa d’atto che sì, il contatto c’è stato. Got it.   Credo, in questo, di essere stato favorito dalla difficoltà in Cina di dibattere a viso aperto. Il ruolo dello scrittore, la Cina che cambia, il mercato e il partito, l’editoria e le associazioni statalizzate degli scrittori, la libertà di espressione e la censura. La chiacchierata informale con me, che tutti sapevano non sarebbe mai stata trascritta in intervista vera e...

Middle class, middle class?

E si ha un bel dire middle class, a Pechino. La visione stessa del ceto medio, a me, giunge distorta: dal fatto che vivo esclusivamente dentro al recinto. Sono circondato dalla middle class (isolato, quasi, dal resto del mondo), certo più in Cina che non in Italia, dove invece ho molte occasioni per prendere l’ascensore e farmi un tour verso il basso (a dir la verità: ho solide frequentazioni fin dall’infanzia, e me le tengo strette. Valgono oro. E poi basta entrare al bar, parlare con il ragazzo che ti fa il caffè, o con chi ti fa le pulizie in casa, chi viene a tirarti giù una pianta morta in giardino: se decidi di parlarci, certo). È ovvio, il basso in Italia non è mica come il basso in Cina, o peggio in India o in altra Asia: ma la differenza di ceto in Italia c’è, si vede, e chi non la vede ha solo bambagia sugli occhi.   In Asia vedo (intravedo): ma finisco per restare ancorato al livello superiore. A Pechino, il confine che separa quest’alto dal basso è quasi introvabile, pensi che sia più in là (si usa dire: a cinquanta chilometri dal centro comincia il terzo mondo), ma...

A Yi: un inizio

È difficile parlare delle persone. Chi sono, cos’hanno in testa, o nel cuore, nel fegato, nella cistifellea (il demonio, secondo medioevali intuizioni?). Più facile dire che A Yi è considerato da molti il migliore della sua generazione: gli autori nati negli anni ’70.  Io però voglio andare più in là di una semplice intervista (quante volte gli avranno fatto le stesse domande? Quanti automatismi ha introiettato per difendersi, per nascondersi?).   Eccolo, A Yi: ci guardiamo negli occhi. Seduti al tavolino uno di fronte all’altro, l’interprete sa metterci in contatto con discrezione, scompare, insomma siamo io e lui e nel suo sguardo vedo un Thomas Milian (occhi a mandorla, certo…): altro che timido. Eravamo al Bookworm: vino, tè, e libri sugli scaffali tutt’intorno.   Ma la memoria mi ha preso la mano: inganna.  Mi tiene fermo su un solo sguardo, un momento solo dentro a un lungo colloquio. Perché è su quello sguardo che io e A Yi abbiamo inaugurato un’amicizia. Parola grossa? Diciamo che ci siamo intesi.   Invece era arrivato timido,...

Scrittori cinesi, temi sensibili e incongruenze

Sarà difficile, giorno dopo giorno, riuscire a dare una definizione del problema della censura, non in via teorica, ma nella pratica. Perché come è ovvio c’è una zona grigia, dove non è chiaro quel che è permesso dire o non dire, discutere o non discutere. E diventa quasi impossibile dare conto dei comportamenti: perché Han Han, annunciato in uscita per Simon and Shuster in America il 6 ottobre, ha rinunciato al tour promozionale, che immaginiamo preparato nei dettagli? C’erano tutte le premesse per fare un bel po’ di rumore attorno a questo dissidente che si autodefinisce come conciliante (nel volume in uscita negli USA spiccano i suoi ‘tre saggi’ su rivoluzione, democrazia e libertà che si possono riassumere con una frase, lanciata alle alte sfere: voi lasciatemi scrivere tutto quel che voglio sul blog, lasciatemi la libertà di espressione, e io non chiederò la democrazia – tema sensibile).   Han Han denuncia con regolarità sul suo blog la repressione delle rivolte di massa in Cina (alcuni giorni fa un giornalista italiano mi ha detto che se ne calcolano...

Rivolte in Cina

Nuove notizie sulla Cina vengono a galla anche sui media italiani. In particolare, si comincia a puntare un fascio di luce sugli episodi sempre più frequenti di astensioni dal lavoro o manifestazioni di piazza contro le autorità, con relativa presenza di reparti di polizia in assetto di guerra, feriti, e magari qualche morto.  Il motivo dell'improvvisa apparizione sui media italiani di un recente scontro tra operai e tra operai e polizia è che qui si tratta di uno stabilimento Foxconn, società Taiwanese che produce in Cina molti componenti per i nostri device elettronici, telefonini, iPad, e soprattutto gli iPhone di ultima generazione: insomma sono questi operai che fabbricano la nostra modernità 2.0.   Noto però che la maggior parte dei media italiani (cito qui due esempi molto distanti tra loro: Il Corriere della Sera – con richiamo in prima pagina di martedì – o un blog meno conosciuto ma attento come China Files) titolano nello stesso modo. Rissa. Rissa in fabbrica tra 2000 operai provenienti da province diverse, intervento di 5000 poliziotti, forse un morto, molti feriti...

In cerca dei nuovi narratori cinesi

Molto si muove sotto i cieli della Cina. L’impressione è quella di essere alle soglie di una stagione foriera di sorprese. Eppure trovare i nuovi autori forti da proporre al pubblico europeo ancora non è facile. Gli editori occidentali se ne sono lamentati a lungo, in questi anni, a cavallo delle ospitate cinesi a Francoforte e, l’aprile scorso, a Londra. Non in pubblico, ma in privato, si dice: I cinesi non hanno qualità: quando nasceranno le nuove stelle del panorama letterario locale?   Il paese più grande del mondo, la lingua più parlata del globo: ma i nomi che sono arrivati sugli scaffali in questi tre decenni (diciamo dalla fioritura culturale della metà anni ‘80 in poi, cioè dalle prime timide aperture di Deng Tsiao Ping) sono molto spesso nomi di autori in esilio (il premio nobel Gao XinJian su tutti, o Ma Jian, o l’apprezzatissimo - in Italia - Qiu Xiao Long. Gli scrittori che hanno scelto di vivere in Cina, e quindi forzatamente di ammorbidire la propria proposta culturale per renderla digeribile alla censura, non hanno lasciato indelebile traccia nei cuori dei nostri lettori:  Mo...

L’albero del benvenuto

Sui monti dello Huangshan, in Cina, nel paesaggio celebrato dall’omonima scuola pittorica, tra nuvole di nebbia rocce metamorfiche e alberi secolari c’è il pino “che dà il benvenuto agli ospiti”. Vetusto e intrepido, svetta abbarbicato su uno strapiombo, icona del Picco della Fanciulla di Giada. In oriente, simbolo di sempre verde longevità oltre che di felicità coniugale per gli aghi sempre a coppie, talora il ramo del pino a fianco della casa è artificiosamente proteso a incorniciarne l’ingresso.     In mancanza di un giardino, la sapiente, spietata arte bonsai li piega e riduce a lari domestici. Le loro virtù, non solo naturali, sono cantate in concentratissimi haiku, in luminosi istanti lirici come questo del poeta sudcoreano Ko Un (1933):   Ho avuto un giorno così Nessuno a cui chiedere informazioni Scelsi la strada indicata Da un lungo ramo di pino   Era la strada che cercavo.     Pino: nome comune di albero per chi gli alberi non sa riconoscere. Nell’ordine delle Coniferales diamo del pino ai diversi,...

Speciale Ai Weiwei | L’arte contemporanea cinese nel dilemma della transizione

In Cina, l’arte contemporanea è stata apertamente accettata dalla società e negli ultimi anni è diventata molto nota al pubblico. I “miglioramenti” del clima culturale sono avvenuti non grazie all’approvazione ideologica dell’arte contemporanea da parte di una nazione comunista, ma come risultato del processo di apertura e riforma e del trionfo della cultura materiale e dello stile di vita occidentale in questa terra antica. Questi miglioramenti derivano anche dal graduale recupero della fiducia in sé da parte di un popolo che spera di mettere alla prova il proprio prestigio tra le culture contemporanee del resto del mondo. Ciononostante, e dopo anni di mostre e discussioni, il pubblico dell’arte moderna è limitato ai circoli degli artisti e a pochi altri piccoli gruppi.   Mancando di una base nella cultura e società politica contemporanea, l’arte contemporanea è stata etichettata come “inquinamento spirituale borghese”, e considerata per vari decenni un prodotto della corrotta ideologia occidentale. Al-lo stesso modo, l’arte e la cultura cinese non giocavano un...

Speciale Ai Weiwei | La città di N

Nella città di N, nella nazione C, il primo imperatore Qin creò un centro in cui convergevano tre fiumi. Mi trovavo a N per qualche assurdo motivo – facevo il giurato in un premio di architettura. Dal lato della strada, potevo vedere che N non era diversa dalle altre città del Sud.   Tutte le città, nella nazione C, conservano tracce fedeli delle cicatrici lasciate dall’autoritarismo. A differenza delle rovine reali, che sono causate da distruzioni razionali e pianificate, questi centri sono elegie di una delirante febbre architettonica. I loro creatori e proprietari sono vittime della propria idiozia, e come risultato della loro mancanza di coscienza e di senso del decoro le città sono umiliate. Gli anziani si vergognano troppo per parlare alle nuove generazioni del passato, e i giovani provano più disperazione che speranza. I cuori degli abitanti stanno velocemente diventando mediocri, vecchi e cattivi. Anno dopo anno, si sono talmente abituati a distrarsi in mezzo all’oscurità e alla sofferenza che sono quasi orgogliosi della loro vergogna.   Anche se è del tutto inconsapevole di...

Speciale Ai Weiwei | Fiducia eternamente perduta

In uno dei mercati di uccelli e fiori di Tianjin, dei volontari amanti dei felini hanno scoperto che qualcuno vendeva gatti in quantità. Attraverso il tenace, duro lavoro di questi volontari, e dopo la lotta prima e in seguito la collaborazione di commercianti di gatti, poliziotti e trafficanti, più di quattrocento gatti sono stati salvati, messi sotto la loro custodia e successivamente trasportati a un vicino magazzino.   Abbiamo lasciato Pechino alle due del pomeriggio, diretti a Tianjin, insieme alla “squadra di soccorso” di Pechino. Stava davvero iniziando la primavera, era una giornata di sole e la temperatura era sempre più calda; il Nuovo Anno lunare sarebbe iniziato di lì a poco. Dopo aver passato varie rotatorie, siamo arrivati alla porta del magazzino, una tra le tante in una lunga fila di porte in un quartiere di capannoni.   Dopo aver spalancato le due porte d’acciaio, mi trovai di fronte a uno degli spettacoli più tristi mai visti in vita mia: più di quattrocento gatti erano sparsi a gruppi sino a riempire in ogni angolo il pavimento di questo magazzino di un centinaio di metri quadrati:...

Speciale Ai Weiwei | Non ci pensate nemmeno

Esiste davvero il karma in questo mondo? Per quanto mi riguarda, io non ci credo. Se esistesse, la punizione sarebbe arrivata già da tempo e le cose non si sarebbero trascinate così a lungo. Destino ed efficienza si sono dimostrati inaffidabili. Se il karma esistesse, come minimo si sarebbe manifestato in una certa misura, o avrebbe lasciato che almeno una frazione del suo spirito si mostrasse, piuttosto che permettere a decine di milioni di persone in pochi milioni di chilometri quadrati di cadere nella disperazione più nera. È tutto talmente vago e impreciso, da minare ulteriormente la già tormentata fede di ogni scettico.   Non è difficile arrivare alla conclusione che viviamo in un mondo dove non esiste alcun karma. Ho visto la luce, il mio cuore è più leggero, e così tante cose son diventate chiare. Non c’è bisogno di guardare troppo lontano nel passato; appena all’inizio di quest’anno c’è stata un’enorme nevicata che ha lasciato alla mercé del gelo e della fame decine di milioni di persone di ritorno a casa dopo le vacanze.   Furniture...

Speciale Ai Weiwei | Continue sorprese

La maggior parte delle volte in cui ci viene voglia di discutere o comprendere la verità di qualcosa, l’intuizione ci dice che non è possibile. Ciò rappresenta un costante motivo di lamentela per la nostra gente.   Eludere ciò che tocca gli elementi e le contraddizioni fondamentali che definiscono la situazione presente, o allontanarsi dalle proprie responsabilità, sono atti che tornano a esclusivo vantaggio di quelli che comandano. E tuttavia tutto questo è irragionevole, perché solo dopo che la verità di una situazione è stata completamente rivelata possono emergere spontaneamente soluzioni efficaci. Similmente, solo quando il corso naturale degli eventi diventa insopportabile, i fatti reali iniziano a essere nascosti. Da molto tempo ormai gli avvenimenti che circondano ogni evento importante sono occultati o distorti; è impossibile mostrare al pubblico la nuda verità.   In tutto questo si intravede la solita debolezza e mancanza di fiducia in se stessi, nonché un processo quasi meccanico di autodifesa e prudenza. Il risultato è un pubblico che diffida del potere...

Speciale Ai Weiwei | Scultura sociale

L’impegno, il dissenso, la resistenza di artisti e intellettuali lungo il corso del Novecento sono ormai materia di riflessione storica. Quali siano oggi i confini della libertà creativa e in che modo si possa concepire un ruolo critico e politico per l’arte è invece questione assai più urgente e controversa. Almeno in apparenza, una relativa “libertà di espressione” è giunta anche in paesi dove per lunghi decenni l’autonomia di pensiero è stata considerata un delitto e la produzione artistica severamente regolata o censurata. L’ubiqua industria culturale dell’epoca postmoderna non ha certamente bisogno delle brutali forme di oppressione tipiche dei regimi autoritari; le basta in effetti mostrarsi tollerante verso tutti i linguaggi e tutte le idee (purché “si vendano”, ma questo è un altro discorso) per depotenziare in partenza la loro efficacia politica: l’eresia non spaventa più, la trasgressione è diventata un ingrediente del successo e anche le pratiche più radicali hanno trovato alla fine il loro posto nel Museo. Con poche e tutto...

Speciale Ai Weiwei | Come abbiamo potuto regredire fino a questo punto?

Sono abbastanza arroganti da credere che un’autorità illegittima sia in grado di alterare la verità o il volere degli altri. Allo stesso tempo sono abbastanza fragili da credere che una voce contraria possa far crollare il loro potere schiacciante. Questo perché credono che i loro nomi poco rispettabili non saranno scritti su alcuna scheda elettorale una volta che il pubblico avrà davvero il potere di dare il proprio voto.   Hanno già perso la speranza in se stessi, e non vogliono sentire la voce del popolo; ma non permettono alle persone di ascoltarsi l’un l’altra o di scoprire che possono esistere persone con le stesse idee.   Potete pensare, ma non potete parlare. Nessun altro sa cosa state pensando, e quando il dolore e la disperazione appartengono esclusivamente a voi stessi, non ci sono minacce. Ovviamente, stareste meglio senza la facoltà del pensiero indipendente; sarebbe più sicuro, più armonioso.     Se non si può migliorare la propria realtà, allora si può contare solo sulla possibilità di distruggere la realtà degli altri...

Speciale Ai Weiwei | La macchina della verità

Io sono la macchina che governa gli uomini e le cose. A chi mi sostiene concedo prestigio e ricchezza. A chi mi sfida tolgo la libertà e la vita. A tutti gli altri concedo benessere e sicurezza. Ho molti nomi, ma qui mi chiamo Partito Comunista Cinese.   Un tempo si credeva che io esistessi per una Ragione più Grande, e che il Grande Timoniere e Nostro Amato Presidente Mao meritasse di condurmi così come si conduce una nave, perché Mao aveva guidato la Rivoluzione con successo. Aveva distrutto la macchina di governo dal nome “Guomindang”, che era cattiva e sfruttava la gente, e creato me che sono buona e faccio arricchire tutti. Adesso tutto ciò non ha più senso.   Io non ho altra ragione di esistere che il continuare ad essere, ed alla Rivoluzione credono solo alcuni inguaribili romantici. Io sono fatta da tutti voi, e voi tutti siete fatti da me. Noi siam più furbi, preferiamo girare armati di iPhone pagato a rate, guidare un’auto nuova, comprare casa, vivere in città sicure e mandare i nostri figli a studiare all’estero.   Prima, negli anni cinquanta, era diverso....

Speciale Ai Weiwei

Artista e architetto tra i più famosi del nostro tempo, Ai Weiwei è salito alla ribalta della cronaca politica come oppositore e critico irriducibile del regime autoritario cinese, bersaglio di una serie di ritorsioni culminata nel suo arresto nell’aprile di quest’anno e nella lunga detenzione senza processo, interrotta dopo diversi mesi anche grazie a una vasta mobilitazione internazionale in suo favore.   Attraverso il suo blog, pubblicato tra il 2006 e il 2009, quando fu chiuso d’autorità, Ai ha denunciato soprusi, additato responsabilità istituzionali, connivenze e censure, riflettendo sulla condizione sociale, politica, culturale della Cina contemporanea, sul suo modello di sviluppo economico, sulle conseguenze dei radicali mutamenti che ne hanno trasformato il volto negli ultimi trent’anni. Con le sue pagine dense di riflessioni sull’arte, lo scenario urbano, la cultura e la politica cinesi, con le sue annotazioni autobiografiche, le petizioni e le inchieste, il blog ha dimostrato la possibilità di organizzare su internet inedite forme di resistenza democratica in un paese dall’opinione...

Yan Lianke. Il sogno del Villaggio dei Ding

Negli anni ‘90 in Cina c’è stata una grande campagna per raccogliere sangue per gli ospedali che ha provocato danni infinitamente maggiori dei benefici auspicati. La raccolta, infatti, era spesso demandata all’iniziativa privata di persone senza scrupoli che, oltre a sottopagare i donatori, contadini poverissimi attratti dal guadagno apparentemente facile e inesauribile, non usavano la minima precauzione igienica, con il risultato che nella sola regione di Henan più di un milione di persone sono state contagiate dall’Aids. Yan Lianke, scrittore cinquantenne già tradotto da noi con il romanzo satirico Servire il popolo (Einaudi, 2006) fortemente osteggiato e poi proibito in patria, è originario di questa regione e ha voluto rendere testimonianza dello strazio e delle conseguenze che questa tragedia ha prodotto sul suo popolo.   Lo ha fatto in Il sogno del Villaggio dei Ding (trad. it. Lucia Regola, Nottetempo, 2011, p. 450, € 20), concentrando il proprio sguardo sulle vicende di un piccolo villaggio e della famiglia che di questo immondo mercato era stata la principale promotrice: dal patriarca, bidello della...