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Giordania

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Guantanamo e i nuovi Lager

Tra i commenti ai recenti attentati di Parigi alcune voci si sono soffermate sulle possibili conseguenze che una risposta securitaria potrebbe portare in termini legislativi nelle società europee. L'uso isterico dei pronomi personali dopo la strage nelle redazione di Charlie Hebdo è anche una spia linguistica della logica dell'identità che all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle del 2001 ha accompagnato le retoriche dello scontro di civiltà; retoriche che hanno giustificato gli interventi di polizia internazionale e le guerre chirurgiche. Intervistato da Repubblica il 15 gennaio Giorgio Agamben ha invitato «a mantenere la lucidità» e non commettere lo stesso errore l'«equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra [...] che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo». Il rischio – continua Agamben – è quello del lento scivolamento «in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno...

E la primavera araba in Giordania?

Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, sono stati in molti a pensare che a breve sarebbe stato il turno della Giordania, che una rivoluzione fosse ormai alle porte. Furono perciò in molti a essere delusi o, al contrario, contenti che i venti della Primavera Araba avesse risparmiato il piccolo stato che si trova proprio nell’occhio del ciclone, confinando a nord con Siria, a nord-est con Iraq, a sud-ovest con le acque territoriali egiziane e a ovest con Israele e i Territori Palestinesi. Tuttavia voglio iniziare con il chiarire un punto: anche se non ne ha modificato drasticamente l’assetto politico nazionale come nel caso dell’Egitto e la Siria, una rivoluzione in Giordania c’è stata. Il re, la famiglia reale hashemita e il suo entourage sono stati criticati aspramente dal movimento politico di protesta (al-hirak) che si è sviluppato in questi ultimi anni. Per la prima volta da decenni si è parlato di uno stato giordano che non facesse necessariamente riferimento agli hashemiti. Non un cambiamento da poco se si considera che l’articolo uno della costituzione giordana specifica che “il Regno Hashemita di...

Chi ha paura del lupo cattivo/Is?

Uno spettro si aggira per la Giordania: lo spettro dell’Is, il movimento jihadista che controlla ormai gran parte della Siria nordorientale e dell’Iraq nordoccidentale.   Circolari delle Nazioni Unite si susseguono incessantemente, le ONG internazionali riflettono seriamente sulla possibilità di alzare i loro livelli di sicurezza, molti commentatori politici dipingono scenari a dir poco catastrofici, la paranoia imperversa sul web. Ci si dice di stare attenti, occorre fare attenzione e correre ai ripari. L’Is (acronimo di Stato Islamico), o Da’ash in arabo, è alle porte e bussa violentemente. Secondo le agenzie di sicurezza internazionali, l’Is non è radicato sul territorio giordano. Tuttavia, si consiglia cautela e prudenza in Giordania. Alla luce della netta presa di posizione del governo giordano, membro della coalizione anti-Is capeggiata dagli Stati Uniti, l’agenzia ONU per la sicurezza, UNDSS, avverte di evitare i luoghi pubblici come centri commerciali, teatri e musei. Sconsiglia anche di fare passeggiate in montagna, trekking e, in generale, di passare del tempo all’aperto.   Ma non è tutto: articoli a dir poco allarmisti circolano sui social media e su internet...

L'ospite pericoloso

Un filo conduttore collega la “Bossi-Fini” a “Per la pace perpetua” di Immanuel Kant. Più che le affinità elettive tra gli autori, è il tema affrontato ad accomunare: come disciplinare l’ospitalità in modo da proteggere sia colui che ospita che l’ospitato. La soluzione, per il filosofo, è quella di preservare il libero movimento e la sicurezza dei viaggiatori senza però dare loro la possibilità di stabilirsi permanentemente in nessun paese. Con la “Bossi-Fini”, il problema si "risolve" limitando l’accesso alle sole persone che dimostrino di avere un lavoro ”garantito”. Gli altri, i clandestini, dovrebbero essere rispediti indietro e lasciati al loro destino. Questo non solo proteggerebbe gli italiani da ospiti “indesiderati” ma anche questi ultimi, scoraggiandone, di fatto, l’arrivo. L’ecatombe cui assistiamo quotidianamente nei nostri mari fa sorgere qualche perplessità al riguardo.   Campo rifuciati palestinesi, Ph. Jihan Nijem   Comunque, quello che emerge chiaramente da questi approcci ovviamente diversi...

Football Club al-Wihdat

Non è che mi interessi particolarmente di calcio, anzi, se devo proprio dirla tutta, mi annoia terribilmente. Ciononostante, il tempo che ho passato nel campo di rifugiati di al-Wihdat è stato scandito da serate interminabili di fronte ad uno schermo TV a guardare partite di calcio. Strano. Strano perché quando ho iniziato la mia ricerca nel 2009 avevo letto che i campi di rifugiati palestinesi erano luoghi particolarmente politicizzati, abitati da individui intrinsecamente politici: i “rifugiati palestinesi”. E Al-Wihdat è un campo di rifugiati palestinesi, fondato nel 1955 nella periferia di Amman e oggi completamente incorporato dall'espansione urbana della capitale giordana. Eppure qui la politica sembrava e sembra tuttora avere un ruolo piuttosto marginale nella vita di questa gente. Strano anche perché l’assenza pressoché totale di impegno politico tra i miei amici del campo coincide con l’infuriare delle rivolte arabe in Nord Africa e in Medio Oriente.   Football Club al-Wihdat, ph: Jihad Nijem   Ma se il vento della Primavera Araba non sembra soffiare su al-Wihdat, la passione...