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Kassel

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Un bilancio di documenta 14 / Osservare la colpa

Shame on us, ovvero “vergogniamoci”. È il titolo, scelto dopo molte polemiche, di un reading di poesie di Franco “Bifo” Berardi che ha preso il posto della sua performance Auschwitz on the Beach, programmata nell’ambito di documenta, la rassegna, giunta alla quattordicesima edizione, che ogni cinque anni fa a Kassel il punto sulla produzione artistica contemporanea. La risposta assai irritata dei curatori – Adam Szymczyk, direttore artistico, e Paul B. Preciado, responsabile delle attività pubbliche –, alla polemica, feroce, sulla scelta di Berardi di accostare la Shoah alla condizione contemporanea di migranti e rifugiati, rivela un aspetto sintomatico dell’esposizione di quest’anno, la prevalenza appunto di un sentimento di vergogna, o meglio di colpevolezza, assunto come Leitmotiv tanto dell’impalcatura ideologica quanto della scelta di larga parte delle opere. Un dito puntato insomma verso le innegabili responsabilità dell’Europa e dell’Occidente nella tragica sequenza di guerre, crisi economiche, catastrofi umanitarie, disastri ambientali della nostra epoca, ma anche verso il discorso “neocoloniale, patriarcale, eteronormativo” – come scrive Szymczyk nell’enfatico gergo...

Un ritratto dello scrittore catalano / Enrique Vila-Matas. La festa e l’abisso

La seconda opera è la brezza. La prima è il luogo buio, dove ti ritrovi indifeso, solo, soggetto a tutto, e senti forse, a momenti, rumori, bisbigli, intuisci movimenti e a volte sei raggiunto da toccamenti, urti e carezze che non sai da dove e da chi vengano. È un’opera che non c’è; c’è solo nella misura in cui la vivi, ti esponi ad essa entrando, ogni volta diversa, variata. Altrimenti si sottrae alla percezione; o meglio: è la percezione del buio totale: se uno non entra, da fuori c’è solo il buio, la percezione di non percepire. 
La brezza percorre tutto il libro, è una delle immagini chiave; ma si sente perché prima si è stati esposti al buio, allo spaesamento, alla fragilità, alla solitudine e alla paura. È l’invisibile che ti càpita. Si comincia a scrivere così. Poi la brezza spinge.  (Ma nel luogo buio si torna sempre comunque.) Il narratore infatti ci torna regolarmente. È un po’ una metafora del suo (e nostro) agire e vivere, la perdita di ogni riferimento, l’acuire i sensi senza nessun risultato, la tensione l’allerta e l’abbandono, il desiderio e la paura del contatto, ad opera di chiunque, nel buio in cui si brancola.Da una trentina d’anni a questa parte, almeno...

Paolo Rosa: inventare e costruire

Mi arriva un sms di Antonio: “Hai saputo della brutta notizia?” Quale notizia? “Paolo Rosa... Corfù... Un infarto, forse...” Ma era alla Biennale a luglio, e pochi giorni fa ha firmato l'appello per salvare Piazza Verdi a La Spezia...     Invece in questa sgangherata fine agosto se n'è andato uno degli artisti italiani più importanti e innovativi degli ultimi anni. Come anima della factory milanese di Studio Azzurro (fondato nel 1982 insieme a Paolo Cirifino e Leonardo Sangiorgi), Paolo Rosa era già entrato nella storia dell'arte, insieme a Nam June Paik e Bill Viola, perché è stato tra coloro che meglio e più approfonditamente hanno sperimentato le possibilità estetiche, comunicative e interattive delle nuove tecnologie. Con Giorgio Barberio Corsetti, Studio Azzurro ha realizzato uno degli spettacoli chiave degli ultimi decenni, Camera astratta (1987), che aveva insegnato, per esempio, che un essere umano è alto più o meno tre monitor da 24 pollici; e che il “qui e ora”, che fino a quel momento aveva caratterizzato lo specifico  del...

Tavoli | Lara Favaretto

Il tavolo è pieno, ma per nulla caotico. Su di esso gli oggetti giacciono compostamente, come in un magazzino di museo, in un archivio, come fossimo al cospetto di una Wunderkammer piana. La casualità appare quale strumento d’ispirazione creativa, sfruttata con cura, ma sempre tenuta a bada da una regola sotterranea. La varietà degli spunti è evidente: possiamo quasi immaginare l’artista ferma, in contemplazione di questa collezione, meditare sui possibili utilizzi di queste forme molteplici, qui esposte come calme reliquie.   Sul tavolo vediamo anche quello che non c’è, i coriandoli di New York, i rottami di Kassel, la terra di Venezia, memorie di un percorso artistico che non cede il passo al disordine, pur corteggiandolo. E, ancora più impalpabili, su questo tavolo si poggiano le ombre della Storia; gli oggetti, queste povere tracce minime, cantano vicende che il lavoro dell’artista lascerà trasparire solo in parte, forse. Non esiste ancora un quadro d’insieme, per ora ascoltiamo molteplici, brevi dialoghi. Un lato del tavolo non guarda all’altro, i piccoli arnesi comunicano solo...

Joseph Beuys, Kassel, 1977

Con il suo immancabile cappello mentre partecipa ad un picnic davanti alla Documenta di Kassel. Affascinate e misterioso. Seducentissimo o spiazzante fino all’irritazione. In quella Documenta presentava un pistone che girava dentro una massa di grasso giallastro. Roba per me incomprensibile.   Ma che sia stato un grande artista, mi ha fatto capire Mimmo Paladino, basterebbero a dimostrarlo i suoi straordinari disegni.

Visitatore esemplare

Lo scritto che segue appartiene all’analisi del comportamento del visitatore “esemplare” di spazi espositivi, un progetto di ricerca che ho intrapreso sei mesi fa. Lo studio ha l’obiettivo di dimostrare che l’emancipazione dello spettatore può avvenire per mezzo dell’uso del corpo quale centro di controllo vigilante contro segni in cerca d’ascolto. Per capire il comportamento di un “esemplare” ho dovuto elidere a priori il costrutto teorico di mente, per focalizzare l’attenzione solo sui comportamenti manifesti.   In particolare, in questo caso, ho adottato come modelli minimi due registrazioni fotografiche per poi integrarle in un processo di osservazione e verifica dell’ipotesi in relazione ai dati osservati. I due scatti sono due immagini reali, la prima presa in uno spazio espositivo pubblico, la seconda presa “in studio”. La prima figura registra la bicicletta che il visitatore “esemplare” ha parcheggiato nel Karlsaue Park di Kassel fuori dalla casa-studio di Gareth Moore. Le casette sono rappresentate da punti numerati sulla mappa del parco di Documenta così...

Ai Weiwei. Un artista recluso

Circa un mese fa, il 3 aprile 2011, l’artista Ai Weiwei (il cognome è Ai) è stato arrestato dalla polizia della Repubblica Popolare Cinese. Si tratta di un evento di straordinaria importanza politica e morale. Per capirlo e per vedere come reagire nella maniera adeguata, vale la pena riflettere sulla figura di Ai, sul suo lavoro, sulle ragioni dell’arresto, sulle reazioni all’arresto stesso e su quello che si potrebbe fare in proposito nel prossimo futuro.   Ai è il più importante artista cinese vivente e uno dei più grandi artisti contemporanei. Figlio di un poeta, diplomato presso l’Accademia del cinema di Pechino, specializzato alla Parsons School of Design di New York, Ai opera adoperando creativamente linguaggi multipli nei più svariati campi dell’arte concettuale, della performance, dell’intervento estetico e politico. Le sue istallazioni a Kassel, Venezia, New York, Londra, Monaco, Pechino, San Paolo hanno fatto discutere la critica e hanno interessato masse incredibili di pubblico. A vederlo, Ai Weiwei appare come un omone di 53 anni dal viso sorridente, incorniciato da una strana...