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Londra

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Londra. Il paradigma del Clapton Hart

In un locale pubblico di una qualche consistenza c’è sempre un inventario più o meno esaustivo del luogo in cui esso sorge. L’umanità vi si riunisce sotto specie di architettura, arredamento, culinaria e, in fine, di modalità di connessione sociale. Per questo complesso di elementi quel certo locale si presta alla funzione di paradigma, ci fornisce cioè le componenti essenziali con le quali noi possiamo leggere il sistema storico-sociale in cui sta. Chiaro, bisogna saperle tirare fuori queste componenti essenziali e a seconda di quanta armonia si realizzi tra di esse si può pensare di poterlo fare. Insomma più il locale è riuscito più racconta la città in cui “vive”. Tantissimi locali del mondo sono solo approssimazioni della società in cui si riflettono, perché ne propongono solo taluni frammenti tralasciandone di imprescindibili e risultano, così facendo, proprio brutti: perché non si armonizzano con la società a cui dovrebbero appartenere.   La controprova è semplice, basta entrare in quei posti che propongono lo scenario fittizio di...

Speciale Librerie | Sotto dettatura, senza rinunce

> Scrivo queste righe da Abu Dhabi una città stato in cui praticamente non ci sono librerie; è uno dei motivi di tristezza del vivere ad Abu Dhabi, Che peraltro è un luogo capace di produrre grande allegria - in Altri modi. > Le scrivo queste tre righe servendomi del comando vocale di iPhone e quindi chiedo scusa di eventuali errori interessanti che si produrranno: ma non li cancellerò ( a meno che non stravolgano il senSo, invece di Alterarlo lievemente) perché usare questo strumento rappresenta ora un modo di entrare in rapporto dialettico con il nuovo con l'inaspettato, pur essendo in questo momento Per me una reale difficoltà: e un attentato al 'suono' del giro di frase. > >> Quando ho letto accorato appello in difesa delle librerie indipendenti relativo alla vicenda dello spostamento della libreria utopia e di altri librerie dal centro di Milano In zone meno  centrali ho subito pensato: ma se queste librerie Anziché 'mondo offeso' e 'utopia' si chiamassero Mc sweeney's la loro sorte commerciale sarebbe la stessa o sarebbe diversa? E in fondo, non sarebbe più...

Bruno Munari. Il mio passato futurista

La relazione di Bruno Munari con il futurismo è uno degli aspetti più controversi della produzione di quello che può essere considerato il più importante artista italiano del Novecento. È un periodo poco studiato da storici e critici per quell’insistito cordone sanitario che è stato spesso e volentieri eretto dalla cultura italiana attorno ai prodotti artistici emersi durante il ventennio e associabili in senso lato con il regime. Munari stesso è in qualche modo complice di questa menomazione storiografica. Come ha sottolineato Jeffrey Schnapp, nelle sue varie liste autodefinitorie e autobiografiche Munari mette come incipit simbolico della propria carriera d’artista la prima “macchina inutile” del 1930. Un gesto in qualche modo giustificabile, vista l’importanza di quella proposta artistica, ma che cancella gli anni di preparazione e i presupposti estetici di molta della sperimentazione munariana negli anni a venire, congedati da Munari con una ironica alzata di spalle, come come quando confesserà a Gillo Dorfles di avere avuto, appunto, un “passato futurista”.   Il...

Tempo di libri - maestri / Le superfici di Bruno Munari

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Sabato 10 marzo, alle ore 16.00, Mario Calabresi parlerà di Bruno Munari.   Un uomo corre nella nebbia milanese. Impomatato e ben vestito si lancia lungo il marciapiede della strada, coglie il semaforo verde, sfreccia tra una rotaia e l’altra del tram, distende il passo lungo nella maniera operosa e concreta di chi conosce bene il lastricato, acquista velocità, poi rallenta con passo calcolato: sa che alle strisce può non attendere – che è solo un fluire un poco più lento – e subito l’abitudine guida i suoi piedi ben calibrati in una linea sempre più retta e veloce: ogni svolta è un angolo a novanta, ogni incrocio una diagonale, il piegarsi della strada una curva ben tesa, afferrata nella rapidità incosciente di un pensiero che della città non sa più cosa farsene. Fino...

Una modesta proposta

Come gli utilizzatori finali delle nostre città sapranno, il 27 luglio del 2012 il Consiglio di Stato ha finalmente sospeso la delibera del Comune di Milano che istituiva AreaC, il provvedimento di congestion charge (quale congestione?) che nelle sciagurate intenzioni dell'amministrazione avrebbe messo il capoluogo lombardo sulla stessa lunghezza d'onda di sopite città europee come Stoccolma e Londra.     La preziosa abitudine compulsiva all'uso dell'automobile dei milanesi e la creatività di un piccolo trasporto tortuosamente ottimizzato è stata per sei lunghissimi mesi discriminata con un provvedimento reazionario e coercitivo, deturpando il tradizionale volto di parcheggio-autosalone che il mondo invidia al capoluogo lombardo con un colpevole aumento del mesto traffico di due ruote a pedali. La cittadinanza, fino a quel momento compatta nel perseguire l'uso dell'automobile, si è tragicamente spaccata. Noi delle macchine in direzione di un qualsiasi futuro, gli altri verso un pericoloso nulla. Nonostante la qualità dell'aria milanese si sia pericolosamente avvicinata a quella di una...

Ragazzi venite al Bauhaus!

Ogni volta che visito il Barbican ho l’impressione di rendermi in un luogo diverso. La realtà è che ogni volta entro da un ingresso diverso, ma tanto basta a disorientarmi. La grande hall con il soffitto a cassettoni, illuminati con colori da discoteca anni ottanta, è uno spazio con cui non sarà mai possibile familiarizzare. Mi sorprendo di ritornaresui miei passi, ecco l’unica costante. Il Barbican è una cittadella abbarbicata nel cuore di Londra, un barbacane sopravvissuto al medioevo. Ci sono gli speroni, le muraglie, le scarpate – e c’è il Barbican. Non un bastione senza feritoie o un bunker: su ogni livello – e non saprei dire quanti ve ne siano, né quale sia, ammesso che esista, un piano terra – ci sono aperture verso l’esterno. Anche l’alto e il basso sono due coordinate inservibili da queste parti (dimenticate Londra): per sbaglio salgo con l’ascensore all’ultimo piano e mi ritrovo in un giardino tropicale. Non è il resoconto di un’esperienza soggettiva: questo sabato mattina si svolge al Barbican una caccia al tesoro e le squadre con le t-shirt...

Ars Aedificandi

Fare il muratore non è fare lo stesso mestiere se si ristrutturano case a Parigi, a Londra e ancor meno a Bergamo. Cambiano le condizioni sociali, culturali e anche di sicurezza, oltre che la dialettica e l’approccio al mestiere. Termometro della condizione di salute di una città, il muratore indica il tempo che verrà, il gusto e la qualità di una strada, le persone che vi abiteranno e la società che sarà. D’estate, mentre le città si svuotano, seppur meno di un tempo, tra un arrivo e una ripartenza si prende atto, per strada se non direttamente nella propria stessa abitazione, dell’avanzata dei lavori in corso. Difficile capire se tutto prosegue per il meglio e soprattutto celermente, più che altro si percepisce confusione, polvere e calcinacci in aumento, mentre qualche grida incomprensibile squarcia il silenzio di una qualunque afosa giornata d’agosto in città.   Vedere come lavorano, si muovono dall’alto dei ponteggi o come si parlano tra di loro i muratori è una delle esperienze meno descritte e forse tra le più significative per comprendere una citt...

Cycling London

Da vent’anni la mia giornata comincia su due ruote, la posizione migliore per apprezzare il cambiamento graduale delle stagioni, il profumo della natura, il verde, il giallo e il rosso delle foglie, le tinte assortite di anitre, cigni, oche canadesi, cormorani, volpi, scoiattoli e porcospini – insomma, tutto quello che fa parte della flora e della fauna locale. Ma non solo la natura: andando a lavorare (o a passeggio) in bicicletta, ho anche modo di ammirare la splendida architettura urbana ed inalare storia millenaria. Sono fortunato, devo dire, soprattutto se penso ai milioni di persone che, mentre io pedalo tranquillamente (addirittura fischiettando, se c’è il sole), si stressano su autobus e metropolitane strapiene – perché questo offre Londra, la scelta di un abbonamento perpetuo a dieci viaggi settimanali stretti come sardine al prezzo di un mini-mutuo su trasporti pubblici per niente eccezionali, o il vivere ad un ritmo più umano, a misura di ruota.     Anche se negli ultimi anni si sono affermati ciclisti come Mark Cavendish e Bradley Wiggins e molta gente fa ciclismo agonistico, in Gran Bretagna la...

Mogadiscio. Passati dimenticati e futuri lontani

L’International Architecture & Design Showcase propone una serie di manifestazioni a Londra tra giugno e agosto 2012, su iniziativa del British Council. Tra i cinque paesi africani rappresentati, la Somalia fa sentire una voce aspettata e rinascente. Questa partecipazione è l’eco culturale di una risurrezione politica che ha avuto nella conferenza di Londradi febbraio l’elemento fondamentale. La capitale accoglie una parte essenziale della comunità somala in Inghilterra, la più importante di tutta la diaspora. Il suo dinamismo assume un ruolo motore nella costruzione di una nuova identità: tra i suoi esponenti c’era fino al 2010 Mohamed Nur, adesso sindaco di Mogadiscio. In tutto il paese, la popolazione somala comprende, a seconda delle fonti, tra 80.000 e 400.000persone. Durante l’inaugurazione della mostra, ho incontrato qualche esponente della giovane élite laureata. Qualcuno di loro pensa ormai a un possibile ritorno.   34 anni, giacca scura, camicia chiusa senza cravatta, occhialini rotondi con montatura di plastica, Rashid Ali ha la voce chiara e determinata. Lo sento incitaregli impiegati...

Piante emotive

Si esce dal Victoria Gate sopraffatti. Il più grande e importante giardino botanico del mondo supera ogni aspettativa. Ai Royal Botanic Gardens di Kew, poche miglia a sudovest di Londra, ci si potrebbe metter radici. Stare giorni e giorni, tale la varietà e ricchezza di alberi, arbusti, erbe e fiori giunti dai sette cantoni del mondo. Questo paradiso botanico, disturbato purtroppo dalle rotte di Heathrow, riserva sorprese in ogni stagione dell’anno, anche in inverno, nel chiuso delle serre o nei diversi ambienti del parco. Si può star sotto, dentro e sopra gli alberi in questo erbario vivente, dove tutto, dal vegetale più piccolo al più grande, è catalogato con precisione scientifica.     Solo qui, cartiglio dopo cartiglio, compitando per ore nomi latini e greci che cerchi senza successo di tenere a mente, all’ennesimo aggettivo curioso cominci a pensare che esista una famiglia di piante emotive. Altra rispetto alle sensitive o pudiche, ma altrettanto ben rappresentata. La simpatica ipotesi evapora presto al caldo umido della Palm House, e ti sfiora il sospetto che, nel momento solenne del battesimo, il rigore...

Londra. The Mind as a Matter

Con gli straordinari progressi degli ultimi decenni nel campo delle neuroscienze e lo sviluppo dei sistemi di brain imaging, il sogno eterno di svelare i segreti della coscienza sembra diventato un obiettivo scientifico neppure troppo distante. Contemporaneamente l’interrogativo se la coscienza sia o meno riducibile a processi celebrali è diventato la grande ossessione di filosofi e scienziati così come del grande pubblico.   La recente esposizione alla Wellcome Collection di Londra, Brains: the Mind as a Matter, taglia corto con questo groviglio di speranze, effettivi progressi scientifici e interrogativi filosofici e offre una prospettiva sul cervello inedita per i nostri tempi, che ricorda un approccio naturalistico di stampo ottocentesco. Non il cervello come macchina pensante e come origine della coscienza dunque, ma il cervello come oggetto fisico: quella materia organica biancastra e spugnosa del peso di circa un chilo e quattrocento grammi che sta mollemente adagiata sulla sommità della colonna spinale e protetta dal cranio.   L’esposizione si presenta come una sorta di cabinet de curiosités, più che come...

Il doppio corpo della regina

In occasione del giubileo di diamante di Elisabetta II, la National Portrait Gallery di Londra esporrà fino a ottobre sessanta immagini della sovrana in una mostra intitolata The Queen. Art and Image. L’immagine simbolo dell’evento è la foto di Chris Levine Lightness of Being: un primo piano fotografico della sovrana con gli occhi chiusi. Le immagini che ci ritraggono con gli occhi chiusi sono quelle da cancellare e dimenticare. In esse non abbiamo saputo mantenere il controllo su noi stessi, contravvenendo a quella convenzione sociale – la posa – che nella tradizione della ritrattistica ci vuole con gli occhi ben aperti, sguardo diretto all’osservatore e preferibilmente sorridenti. Il soggetto fotografato con gli occhi chiusi è socialmente incompetente e assente da se stesso: guardato senza la possibilità di guardare, oggetto dello sguardo altrui senza la possibilità di ricambiare. Così, nell’epoca del digitale, le “foto con gli occhi chiusi” vengono scartate, cancellate e immediatamente “rifatte”: per ogni foto con gli occhi chiusi ce n’è almeno un’altra...

English food

La cucina inglese sta migliorando. La notizia non è nuova, anzi viene ripetuta da circa un secolo dai viaggiatori che tornano in Continente. Partiti con una montagna di pregiudizi, le informazioni delle guide, quelle di amici e congiunti e, negli ultimi anni, il fenomeno degli chef superstar (Jamie Oliver, Nigella Lawson) che hanno riempito le librerie e i canali televisivi, dovrebbero essere riusciti a dissolverli. Eppure, eppure...   È certo vero che a Londra, città che si candida ad essere quel che fu New York nel XX secolo, le occasioni di mangiar bene, di trovare buoni ristoranti (e qualche gastropub) sono ormai numerose e la tetraggine che si associa ai resoconti di pranzi in terra d’Albione non è più all’ordine del giorno. E nemmeno lo è la nota frase di Somerset Maugham: “per mangiare bene in Inghilterra bisogna ordinare il breakfast tre volte al giorno” (la stessa cosa veniva ripetuta da Saul Steinberg per l’America).   A me però il dubbio rimane. Intanto i migliori ristoranti sono etnici, non importa di quale etnia. Se si vuol mangiare la cucina inglese o si va nei club (...

Life in the Fast Lane, ovvero una modesta proposta

Life in the Fast Lane, la vita nella corsia di sorpasso, si intitolava una canzone degli Eagles degli anni settanta, vita spericolata, vita “al massimo” che “surely make you lose your mind”, cioè “ti fa perdere di sicuro la testa”. Ma certo il gruppo californiano non poteva immaginare quanto alla lettera fosse vitale quella corsia di sorpasso, cosa che invece a noi, specie dopo aver letto l’articolo che apriva ieri l’edizione on line del “Guardian”, appare ormai fuori di dubbio. Con grande lungimiranza, gli organizzatori delle prossime Olimpiadi di Londra hanno infatti disegnato su strade, raccordi, svincoli e viadotti, delle Games lanes o “corsie dei Giochi”, dove, ci informa il giornale inglese, dignitari e sponsor sfrecceranno sulla flotta di lussuose berline BMW messe a loro disposizione. Per proteggere la tranquillità dei VIP, e la velocità dei loro spostamenti, il transito sulle corsie in questione sarà ovviamente proibito a tutti gli altri, incluse le ambulanze e le automediche, che dovranno accontentarsi delle corsie di normale traffico.   Come c’era da...

Israele. Il back yard di Tel Aviv

Sono le otto del mattino. Dizengoff Street: la via del divertimento e dello shopping sfrenato, un susseguirsi di boutique, yogurterie, sushi bar e chioschi ricoperti di frutta dove gustare centrifughe giganti che aiutano a fare pace con il mondo, o per lo meno questo è l’effetto che ha su di me il mezzo litro di mango, frutto della passione e arancia che stringo tra le mani in questa calda, ancorché piovosa, giornata di dicembre. Quando sono stata qui l’ultima volta, in luglio, questo bubble tea con le sedie colorate di verde e arancione non c’era (ndr. the freddi riempiti di bolle di gelatina vegetale dal cuore di succo di frutta), e nemmeno i due negozi di scarpe da sposa distanti pochi passi l’uno dall’altro, né ricordo di avere già visto il piccolo rivenditore di accessori per iPhone. Le attività si succedono a un ritmo sconcertante, café si rinnovano e nuovi negozi di abiti firmati o prodotti tecnologici di ultima generazione si giocano lo spazio attorno agli innumerevoli supermercati della catena AM:PM, aperti ventiquattro ore su ventiquattro persino durante lo Shabbat, quando attorno tutto è...

Fresco di giornata

Sono sul treno che mi porta da Lancaster a Londra. È ora di pranzo e la signora di fronte a me estrae dalla borsa un paio di tramezzini confezionati in un involucro di cartone, con un ampio tassello di plastica trasparente che, come una finestra, permette di vederne la fattura. La confezione, non sigillata ma chiusa con un semplice adesivo circolare rosso recante il tipo di farcitura, è elegante e minimale. Nessun disegno o simbolo, niente colori sgargianti, solo nero e marrone, di una tonalità che fa pensare al cartone grezzo o riciclato. Sono attratta da questo packaging sofisticato e vorrei conoscerne l’origine. Eppure l’unica scritta presente sull’involucro, stampata a grandi caratteri, non mi aiuta affatto: “Freshly made here today”. Ne so esattamente quanto prima: benché la frase faccia riferimento a un dove e un quando il tramezzino è stato prodotto, questi dove e quando restano indeterminati. Il motivo della sorprendente carenza di valore informativo di questa frase è la presenza in essa di due termini dimostrativi (o indicali) : “here” e “today”. I termini dimostrativi,...

Daniel Farson / Francis Bacon. Una vita dorata nei bassifondi

Vedere le mani di Francis Bacon, vederne gli occhi. Ripercorrere attraverso gli scatti di John Edwards, suo ultimo compagno, i dettagli del viso e ritrovarne “la violenta realtà”. Francis Bacon è da poco morto e gli amici rimasti lo ricordano sorseggiando del Mouton Rothschild. Tra di loro Daniel Farson, l’autore della biografia Francis Bacon. Una vita dorata nei bassifondi (Traduzione di Costanza Rodotà, Johan & Levi Editore, Milano 2011). Le fotografie di John Edwards non definiscono un ricordo, ma piuttosto una verità: non è possibile rinchiudere l’esperienza esistenziale di Bacon in una memoria compatta e definita. Bacon non ha memoria e non ha somiglianze, ha solo una realtà, percepibile attraverso dettagli di assoluta verità; per qualcuno è la forza dell’aura per altri, per l’autore di questo libro, è “violenta realtà”.   Daniel Farson, al pari delle fotografie di John Edwards, illumina i dettagli e compone un vero e proprio coro di voci, spesso sovrapposte, alcune volte volutamente stonate, che hanno tutte insieme la capacità di...

Occupy London Stock Exchange: la protesta a Londra

Nonostante le minacciose richieste di evacuazione da parte della City di Londra e le dimissioni di tre importanti rappresentanti della Chiesa inglese (Giles Fraser, Fraser Dyer e Graeme Knowles, rispettivamente canonico, cappellano e decano della cattedrale di Saint Paul) Occupy London sembra aver resistito alle intemperie della scorsa settimana e anzi ha conquistato nuovo terreno. A distanza di quasi tre settimane dal tentativo di occupare Paternoster Square, sede del London Stock Exchange, l’accampamento degli indignati insediatosi ai piedi di Saint Paul è di fatto cresciuto in misura, organizzazione e contenuti. Occupy London LSX conta oggi più di 200 tende e un’occupazione gemella a Finsbury Square (Occupy LFS).   Sebbene sia difficile affermare che la Chiesa inglese abbia giocato un ruolo nella scelta della Corporation of London di offrire una tregua ai manifestanti fino all’anno prossimo, è vero d’altro canto che la solidarietà manifestata dalle autorità religiose nei confronti dell’occupazione e del suo carattere pacifista, sembra aver esercitato una certa influenza nell'evitare un intervento...

La vera storia di Linus

Pubblichiamo di seguito l’introduzione di Alberto Saibene al libro Storie sparse. Racconti, fumetti, illustrazioni, incontri e topi di Giovanni Gandini ( Il Saggiatore, 2011, € 25.00).   Scarica la copertina.   Leggi la prefazione in pdf.     “Non c’è mai stato bisogno di telefonarsi”, così Anna Maria Gandini ricorda i primi anni della Milano Libri, la libreria che ha fondato nel 1962 insieme a Laura Lepetit, Vanna Vettori e Franco Cavallone. È lì, in via Verdi, accanto alla Scala, che un gruppo di amici comincia a ragionare di libri e fumetti attorno alle novità che arrivano da New York, Londra e Parigi.     Nel 1957 Anna Maria,figlia di Guido Gregorietti, direttore del Museo Poldi Pezzoli (“le prime notti a Milano, era il 1949, arrivavamo da Roma senza una casa, abbiamo dormito nel Museo ancora chiuso per i danni della guerra”), aveva sposato Giovanni Gandini, famiglia d’origine di Fontanellato, laureato in Giurisprudenza, un lavoro alla Ricordi di Nanni Ricordi, ma già con la vocazione dell’irregolare. Gli amici di Giovanni...

Dopo la rivolta

Lei ha di recente pubblicato un libro, La rivolta (Cronopio), tradotto immediatamente anche in Francia, in cui ipotizza che l’età delle rivoluzioni abbia lasciato il posto a quella delle rivolte. Le pare che gli avvenimenti degli ultimi anni e soprattutto mesi le diano ragione, dalle banlieue ad Atene, da Londra a Roma?   Naturalmente ogni rivolta esprime una propria peculiarità con elementi differenti che non vanno minimizzati. Premesso ciò, credo sia possibile individuare un filo rosso che lega le rivolte che stanno ciclicamente infrangendo la normale esistenza del mondo. Si tratta, per dirla in breve, di un rifiuto politico della politica che emerge con il collasso dei tradizionali centri di governo dell’esistenza ed il fallimento sociale dell’architettura neo-liberale. Il contagio delle rivolte, la loro diffusione a catena, il tratto esemplare che ognuna di esse esprime, mi sembra confermare il carattere politico di queste insorgenze. Nel volume cui lei fa riferimento, in questo senso, cerco di pensare un fondamento onto-antropologico delle rivolte: il declino complessivo del progetto politico moderno, lascerebbe spazio alla...

Biennale 2011 / I tempi morti del cinema. The Clock di Christian Marclay

La storia della costruzione degli automi è strettamente connessa con quella dei meccanismi a orologeria: questo pensiero mi ha fulminato durante la visione di uno dei tanti frammenti di cui è composto il corpo frankensteiniano di The Clock. Opera-monstre della durata di 24 ore, questo video dell’artista americano Christian Marclay, dopo il successo già riscosso in alcune gallerie di Londra e New York, è giunto alla Biennale di Venezia per accaparrarsi il Leone d’Oro. Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato: per capirci, mi sono seduto su un divano mentre l’orologio alle spalle di Robin Williams in One Hour Photo segnava le 16.07 e me ne sono andato con la testa ancora rivolta allo schermo che proiettava le 17.55, condotto pazientemente dagli addetti dell’Arsenale in chiusura, recalcitrante all’idea di non poter assistere all’evento del riallineamento delle lancette sulle 18.00.   Per quanto vi possa sembrare ridicolo, è proprio questo il fascino irresistibile di The Clock: ti incolla allo schermo senza...

Spleen artico-padano

Tempesta e quiete qui si alternano continuamente, e tu non puoi farci nulla. “Cerco di divertirmi, ma a volte non riesco a sorridere” dice una ragazza di sedici anni di Tasiilaq, nella Groenlandia dell’Est: lo dice a Piergiorgio Casotti, fotografo, videomaker, che lì è andato più volte, collezionando incontri, dialoghi, immagini. Dalle foto è passato a un documentario di poco meno di quindici minuti, Arctic spleen, visto al festival Cinemambiente di Torino, all’International Festival of Ethnographic Film di Londra, al Festival Drets Humans di Barcellona. Si raccolgono fondi per una mostra fotografica e per trasformare questo cortometraggio in un lungometraggio. Una slitta corre sul ghiaccio, tracce di nero nel bianco; il bianco e nero qui non è stile fotografico, è paesaggio di interminabile inverno: neve bianca, cani bianchi, sagome umane in lontananza, casette nere, foche nere abbattute con un annoiato cinico scoppiare di fucile leggero.   Qui c’è la più alta percentuale di suicidi del mondo. Suicidi di giovani. Sepolti vivi nella noia germinata dalla distruzione della civilt...

Enzo Apicella per l'acqua pubblica

  Enzo Apicella è nato il 26 giugno del 1922, ha quindi quasi 89 anni, ma quando lo vedi è così gagliardo che resti abbagliato e rincuorato. Alto, naso imponente, occhi azzurrissimi che ridono vispi, un’ironia che sprizza da tutti i pori. Finalmente l’ho conosciuto quest’estate in una spiaggetta selvaggia a Passoscuro, nel comune di Fiumicino. Cinzia e il Buggiani mi raccontavano di lui da anni, storie fantastiche, esilaranti, Lodeviconoscere! Lodeviconoscere!, pigolava Cinzia come fa ogni volta che mi parla di qualcuno che le piace molto, io, figuriamoci, son qui per questo.   Enzo Apicella ha collaborato e tuttora collabora con quotidiani e riviste di fama internazionale come il Guardian, l’Observer, il manifesto, Punch, l’Economist, Private Eye e Harpers & Queen (prendo da Wikipedia), inoltre ha progettato oltre 140 ristoranti e dipinto numerosi murales. È designer e grafico, architetto e decoratore. Ma soprattutto cartoonist: il profilo di un creativo che ha scelto di stare con i più deboli. Da Cuba alla Palestina. Ebbene, a proposito di ristoranti, m’era piaciuta da...

Ai Weiwei. Un artista recluso

Circa un mese fa, il 3 aprile 2011, l’artista Ai Weiwei (il cognome è Ai) è stato arrestato dalla polizia della Repubblica Popolare Cinese. Si tratta di un evento di straordinaria importanza politica e morale. Per capirlo e per vedere come reagire nella maniera adeguata, vale la pena riflettere sulla figura di Ai, sul suo lavoro, sulle ragioni dell’arresto, sulle reazioni all’arresto stesso e su quello che si potrebbe fare in proposito nel prossimo futuro.   Ai è il più importante artista cinese vivente e uno dei più grandi artisti contemporanei. Figlio di un poeta, diplomato presso l’Accademia del cinema di Pechino, specializzato alla Parsons School of Design di New York, Ai opera adoperando creativamente linguaggi multipli nei più svariati campi dell’arte concettuale, della performance, dell’intervento estetico e politico. Le sue istallazioni a Kassel, Venezia, New York, Londra, Monaco, Pechino, San Paolo hanno fatto discutere la critica e hanno interessato masse incredibili di pubblico. A vederlo, Ai Weiwei appare come un omone di 53 anni dal viso sorridente, incorniciato da una strana...