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Milano

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Milano mai vista

Le città portano le stigmate del passare del tempo, occasionalmente le promesse delle epoche future Marguerite Yourcenar   Milano si prepara all’Expo. La sovraesposizione mediatica a cui da mesi è sottoposta ha riportato all’ordine del giorno il problema della sua identità. Come presentarsi al mondo? Quale faccia mostrare? Quale idea di città? Ciò che è diventata riflette la sua vera anima? Costruita sull’assunto che «il cambiamento è virtù che in alcuni passaggi l’ha resa grande», la mostra appena conclusa “Milano Mai Vista” (Triennale, 27 gennaio – 22 febbraio 2015), presentata come «indagine sull’inconscio architettonico e urbanistico di Milano, capace di far affiorare un “rimosso” pieno di opportunità e di offrirlo alla reinterpretazione con gli occhi del presente e le richieste del futuro», ha cercato – pioniera tra le iniziative culturali – di dare una risposta ai quesiti iniziali riflettendo sulle trasformazioni della città, reali o immaginate.   Una grande "M" rossa segna l’...

Umberto Eco. Come ho scritto i miei libri

Nevica quando vado a trovare Umberto Eco nella sua casa milanese. Siamo a febbraio e Numero zero suo ultimo romanzo edito da Bompiani è uscito da qualche tempo. Subito è salito ai primi posti delle classifiche di vendita. Sono state pubblicate varie recensioni e Eco ha rilasciato molte interviste, più del solito, da quello che ricordo. E allora cosa ho ancora da chiedergli? Ho letto il libro prima dell’uscita, in bozze. Non siamo riusciti ad accordarci per vederci prima e parlarne. Perciò lo faccio ora. Ho molte curiosità al riguardo: un autore notissimo non solo in Italia, ma nel mondo, forse lo scrittore italiano vivente più famoso, su cui sono stati scritti saggi, articoli, libri. Eppure ci sono molte cose che di lui sfuggono, a partire dalla sua doppia natura di saggista e narratore, ma anche riguardo il modo in cui lavora. Poi un romanzo scritto a ottantadue anni. Beh, un bel traguardo, non c’è che dire. Insomma parto da qui. Seduti nel suo salotto comincio a fargli domande su Numero zero.     Come ti è venuto in mente di scrivere questo nuovo romanzo?   Dagli anni Sessanta ho scritto...

Expo: Venti milioni

20 milioni di persone, per una media di 111.111 persone al giorno, prenderanno d’assalto l’EXPO milanese. Almeno questo nelle stime, per ora mantenute, degli organizzatori della manifestazione, con un picco previsto per il mese di giugno. Per ora sono stati prevenduti circa 8 milioni di biglietti; si segnalano i primi casi di taroccamento (buon segno). L’andamento degli ultimi EXPO è stato oscillante: un trionfo a Shangai, una débâcle ad Hannover e a Saragozza. Il problema principale è sempre cosa lasciano in eredità.   Ma concentriamoci sui venti milioni, che non paiono pochi. Certo, molti verranno da aree limitrofe. Si dice – siamo nella fase dei “si dice” – che tanti verranno da Roma, Torino, Svizzera, in giornata, approfittando di una fermata dell’alta velocità nell’area. Restano comunque tanti. Il problema principale mi pare quello dei trasporti, il sistema nervoso delle metropoli contemporanee. Come si prepara ATM ? Ho interpellato l’ing. Lacavalla (nome d’arte) di ATM che mi dice che il problema principale sono i denari. Il budget previsto, anche straordinario,...

Expo e dintorni: la pizza Carla

Expo e dintorni: la pizza Carla   Il primo giro con macchina fotografica in mano per esplorare la vasta tematica dell’Expo non mi portò a fare nessuno scatto, anche chi va in giro a fotografare a un certo punto si ferma per mangiare. Credo che entrai in questa pizzeria relazionandola, almeno per mia familiarità e provenienza, con il Cluster Bio-Mediterraneo. Uno dei nove padiglioni in cui i Paesi (leggo dalla nota di Expo) sono stati raggruppati non secondo criteri geografici, ma secondo identità tematiche e filiere alimentari. Essendo nato più o meno al centro di questo bacino babelico che è il Mediterraneo, in Sicilia, e sapendo che la Regione Siciliana è Official Partner di Expo, decido di cominciare il reportage da qui. Ormai ero pervaso da un sano appetito, avevo camminato parecchio, così proseguii le mie riflessioni sull’evento di fronte una pizza e al pizzaiolo che mi dà le spalle.   La pizza Carla: Pomodoro, mozzarella, scamorza, radicchio. Mi commuove leggere nomi e condimenti delle cinquantacinque pizze e tre calzoni disponibili alla pizzeria d’asporto dove oggi che sono in giro a...

Amleto di Scampia

Questo è un elogio della farsa. Della parodia che trasforma un classico in una scarica di elettricità, in un pezzo di vita mescolata al teatro che ci fa ridere di nient’altro che dello schifo che ci circonda (e di noi stessi). Ci vuole arte, molta arte, oggi, a non banalizzare la risata, a non scadere nella battuta sessista, bullista, pregiudiziosa, mirante ad abbattere l’altro, magari il diverso, cingendosi con i fili spinati dell’identità, di una normalità sempre più difensiva, sempre più facilmente, trivialmente televisiva. Occorre grande senso di osservazione, di autoanalisi, di autoironia. Ci vuole forse una grande tradizione alle spalle, non importa se direttamente attinta o solo respirata nell’aria. Deve essere soprattutto coltivata per strade eretiche, perché per uscire dal coro italiota troppo facilmente ridanciano è necessaria un’appartenenza distante.   Parlo della napoletana Punta Corsara e del suo Hamlet Travestie, spettacolo che sta mietendo risate sui palcoscenici di tutta Italia, dal Franco Parenti di Milano al teatro India di Roma, all’Itc di San Lazzaro presso...

Expo: vigilia d'arme

L’affare dell’Expo risale a tempi che sembrano remoti. Era il 2006, non c’era la crisi economica, il SUV sembrava il mezzo preferito per gli spostamenti urbani e Letizia Moratti, sindaco neoeletto, pensò che i destini della città dovessero legarsi a un grande avvenimento. Era una tentazione che era riaffiorata di tanto in tanto dal Dopoguerra a quel punto, ma in generale era stata schivata da varie contingenze. I “Moratti boys”, un gruppo di giovanotti di diversa estrazione, partirono alla ricerca di voti anche nei più piccoli paesi africani, con i metodi che potete immaginare. La concorrente principale era Smirne. Ora a Smirne io c’ero stato nel 1973, avevo 8 anni, e mi ricordavo soprattutto delle macchinone americane anni ’50 che fungevano da taxi e il tipico colore ‘orientale’, il suk e così via (forse salii anche su un cammello, ma potrei sbagliarmi). Che fosse diventata la principale concorrente della mia città non mi sembrava un buon segno, almeno per Milano. Nel 2008 il BIE (Bureau International d’Exposition) assegnò a Milano l’organizzazione della manifestazione. Una...

E quindi entrammo a riveder le stelle

Nelle rare domeniche in cui mia madre riusciva a portarmi ai Giardini pubblici, andavamo al Museo di storia naturale che dà su corso Venezia oppure allo zoo che si trovava dalla parte opposta del parco, accanto alla grande fontana davanti a Palazzo Dugnani, ma, non saprei dire perché, al Planetario mai. Erano gli “anni di piombo” e, smog a parte, l’atmosfera a Milano era pesante. A ripensarli adesso sembrano uno di quei diorami che si possono ancora vedere nelle sale del museo: l’Homo sapiens sapiens con le basette alla mascella, i pantaloni a zampa e il borsello in spalla; sullo sfondo, corso Vittorio Emanuele con il Duomo insudiciato e le auto che intasano la piazza. Da allora l’atmosfera cittadina si è decisamente alleggerita ma questo non ha inciso sulla visibilità: oggi come ieri, alzando gli occhi al cielo, da Milano le stelle si vedono ben poco. Non c’è di che stupirsene. Sorprende però scoprire come se ne lamentasse già ai primi dell’Ottocento Stefano Carlini, direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera: Tròpa lüs. Inquinamento luminoso. E troppi fumi....

Mito e caduta dei Lehman Brothers

Trilogy. Trilogia: come la forma scelta da Eschilo per narrare della vicenda degli Atridi. Una vicenda che ha bisogno di dilatarsi in una struttura di monumentale grandiosità per raccontare il destino di una comunità intera. Anche quella dei Lehman, del resto, è la storia di un genos: una storia dai molteplici risvolti giuridici, etici, sociali in senso lato. Lo sa bene il drammaturgo Stefano Massini, laureato proprio in Lettere Classiche, e scelto da Luca Ronconi per la produzione di punta del Piccolo Teatro di questa stagione, Lehman Trilogy. È chiaro fin da subito che né a Massini né a Ronconi interessa uno sguardo documentaristico o da teatro civile: chi si aspettava una speculazione sulle ragioni del crack finanziario del 2008, corredata da nomi e numeri, non può che rimanere deluso.     I 160 anni della banca Lehman Brothers raccontano la trasformazione di un’epoca, non diversamente da come i Buddenbrook di Mann fotografano lo snodo tra Otto e Novecento; ma a differenza di quanto accade nel familienroman, in questa trilogia teatrale la dimensione simbolica, quasi trascendente, prevale sull’affresco...

Milano terminale

Quando frequentavo l'Università Statale avevo in effetti una certa fretta di tornare a casa, ma se avessi parlato con i miei coetanei divenuti poi romanzieri, non avrei nemmeno osato metter piede a Milano, ci sarei fuggito a gambe levate e con i capelli dritti. Una koinè generazionale ci offre un'immagine terrificante del capoluogo lombardo (e dintorni) che dovrebbe consigliare Pedullà e Luzzatto a un aggiornamento dell'Atlante della letteratura italiana, magari sotto il nome di Milano terminale o Lombardia agonistica e agonica.   Aveva cominciato presto Giuseppe Genna, con Assalto a un tempo devastato e vile, a usare le tinte più cupe per tratteggiare alcune zone di Milano, in particolare legate al lavoro (il racconto Fatica) o del circondario (“Centoventi all'ora, a nord di Milano, forando una foschia tossica, che si alza da campi grigi e inerti, la terra coperta di letame chimico, accanto a filari di legni incarboniti e secchi, alberi intrisi di smog e pappi ingrigiti, cartelloni pubblicitari anneriti dagli scarichi”). In più vi era già nel titolo l'impostazione del legame tra il luogo e il tempo...

Van Gogh e i suoi libri

“I libri la realtà e l’arte sono una sola cosa per me”  Vincent, lettera al fratello Theo, L’Aia, 11 febbraio 1883   Questa frase è oggi diventata una mostra: Van Gogh. La passione per i libri. Si tratta di qualcosa di diverso per Vincent van Gogh questa volta, una mostra in biblioteca tra i suoi libri più amati, più di quaranta, alla Sormani di Milano (fino al 25 febbraio). È così che scopriamo lo specchio più inedito di Vincent che non era certo l’artista impulsivo e spontaneo che è stato dipinto. Una mostra da leggere e da osservare, una passeggiata anti-mitologica in dodici teche a tema che raccontano la vita di Van Gogh attraverso i suoi libri e le citazioni dalle lettere al fratello Theo o agli amici pittori.   Vincent van Gogh era un lettore accanito, attento, curioso e informato; sin da ragazzo leggeva e rileggeva, copiava e meditava le sue letture multilingue, in olandese, inglese, francese, mettendo a confronto secoli di arte e letteratura. Si può dire che in lui la formazione letteraria precede il lavoro dell’artista. Gli studi più recenti sulle...

La Ruina: la violenza, la polvere

Ci vuole un certo coraggio per affrontare di petto una delle questioni più commentate, citate, talvolta persino abusate nel dibattito giornalistico contemporaneo. Ci vuole audacia per recuperare e dare vita a parole – come ‘violenza’ o ‘femminicidio’ – ripetute così tante volte che paiono aver smarrito il loro significato. Ha rischiato molto, quindi, Saverio La Ruina con il suo Polvere, al debutto in prima nazionale all’Elfo Puccini dal 20 al 25 gennaio, all’interno di una personale a lui dedicata. Un’ottima occasione per conoscere una delle personalità più interessanti della nostra scena, o per approfondire un percorso attorale e autoriale di grande coerenza e spessore. In cartellone sono previsti Dissonorata e La Borto, due splendidi monologhi dedicati allo scandaglio di figure femminili del Sud, interpretati in un dialetto calabro denso, immaginifico, capace di improvvise vette poetiche.   Amato da pubblico e critica, efficace animatore culturale (il suo festival Primavera del Teatri ha reso la piccola Castrovillari una capitale del teatro italiano), La Ruina tenta qui uno scarto: abbandona...

Profumo di lago

Il mese di settembre del ’39 a Lugano, per chi non se lo ricordasse, era mite, assolato e però un po’ triste, ma non più di quanto non accada a tutti i laghi del mondo agli inizi di ogni autunno del mondo. Ma come non dire subito dell’odore di lago, anzi del profumo sottile che porta dentro di sé l’umido e le vite che ci stanno dentro. Uno strano, dolce, profumo, di quelli che non si smette di avvertire mai, anzi di sentire fin dentro i polmoni, vicino all’anima, perché non è un aroma mummificato da boccetta, ma esala da condizioni che mutano in continuazione: il mattino, la pioggia, il sole, il vento, la notte, un branco di pesciolini, le foglie morte che si sparpagliano sull’acqua, le alghe subito sotto il lungolago… Immerse in quell’effluvio, si parano dinnanzi alla distesa delle acque le case, la lunga fila di case, erte e strette per non perdere spazio, con le facciate assolate dello stesso colore del lago. Ci sono ogni tanto dei vicoli che spezzano la parata di palazzi, vicoli bui, che forse si addentrano nella città vecchia – ah!, tutto molto italiano, molto abituale, come a...

Diritto all'abitare

I colori delle bombolette spray vivacizzano gli striscioni dei cortei dello sciopero sociale del 14 novembre: su uno campeggia la scritta “diritto all’abitare”, con qualche hashtag qua e là, come #scioperosociale. Se un corteo cammina per strada si può parlare di diritto all’abitare? Allo sciopero sociale si poteva aderire in tanti modi: con il blocco del traffico, ad esempio, in cui lo scorrere delle auto che abita le carreggiate delle nostre città viene per una volta interrotto. Il #14novembre si reclamavano: il diritto all’abitare, contro il piano casa e il caro affitti; il diritto ad abitare la strada, camminandovi; il diritto ad abitare la scuola e il lavoro, contro l’aumento delle tasse, contro i tagli all’istruzione, contro la disoccupazione e la precarietà.   La giornata si è svolta più o meno in maniera liscia; nondimeno foto, video e commenti insistono di preferenza sui pochi scontri. Cosa si intende esattamente per scontro di piazza? Uno se lo può immaginare: il corteo, la polizia, il casino. Solitamente un numero rilevante di persone sfila dietro a striscioni in maniera pi...

Joan Jonas. Light Time Tales.

Con Joan Jonas si attraversa davvero tutta la storia dell'arte. E non solo. Si viaggia per il teatro, il cinema, la danza, la musica, l'antropologia, la letteratura... Si incontrano ambientazioni metafisiche alla De Chirico, maschere messicane e il teatro Nō, sperimentazioni spaziali, corporali, oggettuali appartenenti alla corrente minimalista contemporanea, protesi della body art, interventi di land art, Michael Snow e la ricerca dei compagni del cinema strutturale, Philip Glass e la ricerca dei compagni della musica minimalista, ma anche surrealismo, rinascimento, Aby Warburg e il rituale del serpente, epica medievale e saghe della letteratura nordica, Bosch...   Per la prima volta l’Italia le dedica una retrospettiva che va dalla fine degli anni Sessanta ad oggi in un percorso tutt'altro che declamatorio, dall'umore vitale, in un flusso di rimandi tra un lavoro e l'altro che ci obbliga a camminare avanti e indietro, a spostarci, abbassarci, sederci, chiudere gli occhi, stare e lasciare andare.   Lo fa l'Hangar Bicocca di Milano (fino al 1 febbraio) con Light Time Tales, una mostra complessa e articolata, curata da Andrea Lissoni in...

Gli angeli musicanti di Gaudenzio Ferrari

“Beata chèla man, ch'a la fa inscì anca duman” esclamò il mendicante con riconoscenza quando si rese conto della generosità dell’obolo ricevuto. Era seduto sui gradini del santuario di Saronno e intirizziva negli abiti leggeri. Aveva le punte delle dita delle mani congelate. Le avvicinò alla bocca e soffiò. Invano. Il freddo pungente di quella vigilia di Natale (la più rigida a memoria d’uomo) gli era penetrato fin dentro le ossa. Avrebbe fatto meglio ad entrare subito in chiesa alla ricerca di un poco di tepore. Anche quello delle candele accese davanti all’altare della Madonna gli sarebbe bastato. E poi, chi sa? Magari la Vergine lo avrebbe beneficiato di uno dei miracoli per cui la sua statua andava tanto famosa facendolo guarire. In fondo era questo il motivo principale della sua venuta lì. L’altro era la curiosità di vedere gli affreschi della cupola, di cui nell’ambiente dei musicisti non si faceva che parlare.   Arrivava da Milano, dopo un pellegrinaggio a piedi che gli era costato parecchi giorni e molta fatica, dato che doveva procedere sulla...

Playfestival, una porta sul Piccolo Teatro

Oltre i Navigli, stazione della metro verde Piazzale Abbiategrasso. E poi ancora più in là, in direzione Rozzano, un paio di fermate del tram 3. Ecco: siete arrivati in via Boifava, quartiere Gratosoglio. Non vedete niente? Dovete salire le scale. Troverete un enorme piazzale di cemento dipinto di fiori, e finalmente le porte del teatro. È il Ringhiera, dal 2007 casa della compagnia Atir diretta da Serena Sinigaglia. Vi sentite persi nella periferia milanese? Vi sbagliate. Siete nel centro della città, a contatto con la Scala e con il Piccolo Teatro. Ed è proprio questo uno dei molti motivi per apprezzare l’instancabile lavoro di Atir: la capacità di tessere fili nel tessuto urbano, tracciare percorsi che attraversano le realtà cittadine, instaurare legami forti con il territorio.   ph. M. Bertacca   Un esempio? Lo scorso 8 dicembre veniva trasmesso in diretta, gratuitamente, il Fidelio della prima scaligera al Ringhiera; e poco prima, nella stessa sala, un inviato del Piccolo Teatro premiava una compagnia emergente. Collaborazioni, sinergie, valorizzazioni: le eterne parole passepartout, ripetute come un...

Ugo La Pietra, il disequilibrista

La mostra dedicata dalla Triennale a Ugo La Pietra, mi piace leggerla come celebrazione del carattere ‘contro’, militante, critico e sovversivo radicato nella tradizione del design italiano che ha sempre espresso accanto alla produzione di manufatti una fittissima produzione sperimentale, magari meno conosciuta, ma rivelatrice di un’attività libera, antagonista, testarda, ribelle, impegnata a registrare ogni segnale emesso da territori sfuggiti al controllo della rigida disciplina dettata dalle istituzioni, dalla tecnocrazia.     Insomma l’attività di registrazione di segnali sommersi svolta nel corso degli anni da La Pietra con curiosità e grande generosità (si parla di più di mille progetti/reperti), pone anche la questione di come dare corpo a questo poderoso flusso di rilevamenti: prende forma e si fissa, infatti, in una molteplicità di espressioni mutevoli. Disegni, pitture, fotografie, collage, sculture, ambienti, interni, riviste, filmati, performance, fumetti, ceramiche… appaiono tutti come grandi e piccole mappature che tentano di mettere in luce le possibili relazioni di queste...

Mauro Rostagno, l'uomo in più

Con la sentenza del 15 maggio di quest’anno i boss mafiosi Vincenzo Virga e Vito Mazzara sono stati riconosciuti colpevoli quali mandanti dell’omicidio di Mauro Rostagno avvenuto il 26 settembre del 1988. In questi 26 anni attorno all’omicidio del sociologo si sono fatte congetture di ogni tipo, alcune solo di stampo scandalistico, altre (ben più gravi) addirittura da parte della stessa magistratura: un guazzabuglio in cui stupidità e dabbenaggine non sono che il contorno d’intenti diffamatori e di trame d’insabbiamento. Di questi ventisei anni racconta Reagì Mauro Rostagno sorridendo di Adriano Sofri (Sellerio, 2014) che partendo dal processo e alternando ricordi personali dell’amico ricostruisce i fatti con cura e aderenza. Una contabilità emotiva capace di restituire in pochi tratti il corpo vivo di Rostagno e il grigiore freddo e omicida di una società che da trent’anni sembra avere sempre più confuso i propri atti mancati con le proprie intenzioni.     Si dice di Mauro Rostagno che è stato tante vite, si ricordano spesso i suoi anni come leader studentesco a Trento e...

W.C. BAR

I cessi dei bar sono delle sorprese, specie in periferia, li scopro quando mi muovo tutto il giorno a piedi per trovare uno scatto. Spesso si deve uscire da una porta che dà sul retro, arrivare in un cortile e raggiungere un’altra porta con scritto W.C. BAR o qualcosa del genere, per trovarsi infine di fronte una turca o un bagno confezionato bene. La pulizia è un terno al lotto: dipende da troppi fattori entrare in un cesso e trovarlo pulito. Comunque ho visto che in periferia si usa ancora molto pisciare all’aria aperta su alberi, muri, staccionate.   Non voglio fare un servizio fotografico sui cessi di periferia e su chi piscia per strada. La foto che ho fatto è frutto di un momento vissuto e di una foto mancata. Perché quando sono entrato in questo bar, nel mezzo del pomeriggio dell’agosto appena trascorso, la situazione si è rivelata immediatamente calda, già dall’occhiata indagatrice scambiata col gestore. Credo perché in testa avevo già l’idea di fotografargli il bar, anche se la macchina era ancora nella borsa della spesa e lui non poteva immaginarlo.   Gestito da magrebini...

Rimini Protokoll a Milano

Perché accontentarsi della finzione quando la realtà ha così tante storie da raccontare? Sembrano pensarla così i tedeschi Rimini Protokoll, collettivo di registi fondato nel 2000 da Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel e premiato nel 2010 dal Leone d’Argento della nostra Biennale. Da Bangalore a San Pietroburgo, da Atene a San Paolo, nelle (molte) creazioni dei Rimini Protokoll i presupposti restano coerenti: l’idea è quella di scegliere alcuni segmenti di realtà e di offrirli allo sguardo del pubblico sotto una lente di ingrandimento. Una simile operazione ha, naturalmente, una vigorosa valenza politica e i segmenti selezionati sono spesso quelli più dolenti, problematici, contraddittori del nostro contemporaneo: in Sabenation: Go Home & Follow the News i protagonisti sono i controllori di volo licenziati della Sabena Airline; in Cargo va in scena la vita ripetitiva e alienante dei conducenti dei camion per il trasporto merci; in Call-Cutta il pubblico è chiamato a interagire con gli operatori dei call-center indiani.     All’eclissi - o alla trasformazione - del concetto stesso...

Nonostante il pico del sole

La percezione che ho di questo luglio è diversa da quella dell’anno scorso. Me ne accorgo mentre sto camminando, perché inaspettatamente mi focalizzo su certi elementi fisici che percepisco sul mio corpo. Sono il caldo già familiare, alle tre del pomeriggio nella pianura padana, e il peso sperimentato della mia macchina fotografica che tengo in mano. Queste due costanti mi riportano, passo dopo passo, a un anno fa. Come oggi andavo in giro per le vie periferiche di questa zona a sud di Milano; stessa calura stesso carico sul braccio e allora emerge il ricordo del mio stato d’animo. Guardavo e fotografavo altre cose. Nei miei scatti per Fotogiornale ora c’è un’altra estate, la seconda. Sì certo, questo stesso mese nel 2013 fu più infuocato, per il caldo mi rifugiai prima in un bar e poi dentro una chiesa.     Stavolta sono da quest’altra sponda del naviglio Pavese, che rimane meno popolare, più residenziale e desolata; non c’è anima viva e per sfuggire al sole le scelte sono due: l’atrio esterno del supermercato, riparato dai portici; o l’ombra degli alberi. A uno...

Tra innocenza e tragedia. Un dibattito tra generazioni

Igino Domanin Nel segno del Post e non di un Inizio   Raccontare è prendere posizione sul terreno minato della Storia, spingendosi fin là dove la Storia prentende di aver ammutolito il proprio senso, di essersi votata, cioè, alla propria cancellazione ed estinzione, al proprio volontario suicidio. Questo motivo mi ha spinto a comporre uno degli episodi narrativi di Festa del Perdono, ed è anche il leitmotiv che riconosco nelle altre tessere di questo libro.   Festa del Perdono è una scena milanese, che, come ricorda Raccis, esiste e fa da sfondo a una vicenda che attraversa intere generazioni. La nostra, come la sua, come quella di supposti padri. In questa vicenda di confronti generazionali, in cui tutto sembra muoversi, tutto alla fine torna uguale e commensurabile e, perciò, suona come un disco rotto: l'eterno ritorno del tempo della giovinezza e degli studi. In fin dei conti Raccis intende, retoricamente, Festa del Perdono come un topos, un luogo intensamente simbolico e vissuto che funge qui da catalizzatore di esperienze e di memorie, di aspettative e d'inquietudini che identificano una generazione. S...

Milo De Angelis a teatro

È questione di vita o di morte l’adolescenza. Accelerazione esistenziale improvvisa e senza possibilità di frenata, snodo irreversibile per la formazione della personalità: poeti e drammaturghi sembrano coglierne il potenziale di gioia e di liberazione (“ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra”, diceva Montale a Esterina), ma allo stesso tempo il rischio fatale di un passaggio senza ritorno. Wedekind portò in scena, all’inizio del ‘900, un testo conturbante e cupo come Risveglio di primavera, nel quale il sommovimento delle pulsioni sessuali si intrecciava al procedere di inevitabili destini di morte.   Non è troppo diversa la traiettoria di Daina e Luca, protagonisti de La corsa dei mantelli di Milo De Angelis, romanzo oggi approdato sulle scene di Milano. In cartellone presso il teatro Out Off, per la regia di Sofia Pelczer, lo spettacolo è un progetto doppiamente ambizioso: adattare un romanzo per il teatro non è mai processo semplice. Se quel romanzo è poi la complessa opera in prosa di uno dei maggiori poeti italiani viventi, allora la questione si complica ulteriormente...

Festa del Perdono: uno spazio sfinito

«Ci vediamo in chiostro». Centro nevralgico, luogo di ritrovo e di passaggio; luogo di stanza: nella pausa caffè, nella pausa pranzo, e nei giorni di sole tiepido anche luogo di studio, secondo un’idea quasi bucolica dell’impegno universitario. Questo è stato – ed è ancora – il chiostro di via Festa del Perdono per chi abbia fatto la Statale di Milano. Oggi, l’università finita, le fragili carriere lavorative avviate, passare in chiostro vuol dire rischiare di vedere facce che credevi – ti auguravi – lontane dall'università da almeno 4-5 anni. Facce che credevi avessero maturato il lutto e, preso il pezzo di carta, si fossero involate verso le impervie strade del lavoro precario, che spinge a rinnegare il passato. O piuttosto a reinventarlo.   E invece, proprio questi lavoretti, i part-time sottopagati, gli stage da tre mesi e la disoccupazione latente lasciano crepe vertiginose nelle vite già sbilenche di chi oggi si avvicina alla soglia dei trent’anni. Crepe che vengono stuccate con il ricordo, con il risanamento di un cordone ombelicale effettivamente mai...