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Roma

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Speciale Librerie | L'isola che c'era

Fra i motivi per cui chi sta a Roma può invidiare chi vive a Milano, il primo è la sua rete di trasporti pubblici e il secondo sono le sue librerie. Che poi, nel mio caso, si avvicinano a essere un unico motivo.  Chi viva oltre la cinta daziaria delle ZTL, e sia costretto dagli insufficienti (è un eufemismo pietoso) trasporti pubblici della Capitale a spostarsi in automobile, l’idea antica di “fare un salto in libreria” se l’è scordata da un pezzo (e i libri s’è abituato a comprarli solo on-line: cioè solo quelli di cui già conosce l’esistenza). Giorgio Manganelli, che aveva vissuto in entrambe le città, lo diceva già negli anni Ottanta: cultura a Milano la si fa incontrandosi di persona; se si sta a Roma, a dir tanto ci si fa una telefonata. Una città fatta in questo modo non aiuta certo la socializzazione. La Milano d’un tempo invece, e non parlo dei tempi del Conciliatore, ce l’hanno raccontata diversamente. C’erano i famosi bar, e c’erano le famose librerie (il tempo che è passato si misura dal fatto che ora, nei commenti destati...

La regia, i sofisti, la città

La filosofia si addice al teatro. Claudio Longhi fonde vari dialoghi di Platone in uno spettacolo vivacissimo, Il sofista, che inizia provocatoriamente con immagini di talk show, con un Marco Travaglio sfinge e un Giuliano Ferrara profeta cinico a dividersi lo schermo, intervistati da un ammiccante Enrico Mentana. Sofisti, opinionisti, intellettuali (TUI: Tellekt-Ual-In, li ribattezzava Brecht nelle sue cineserie metaforiche):spacciatori di false verità?   Il regista quarantenne, allievo di Luca Ronconi, salito agli onori della cronaca per una rilettura di grande intelligenza e divertimento dell’Arturo Ui di Brecht con Umberto Orsini, dimostra che i dialoghi di Platone possono essere materia pulsante per le scene, per ricercare i fondamenti della nostra etica e smascherare i meccanismi della nostra comunicazione. E soprattutto si interroga - con un gruppo di attori giovani, fedeli, entusiasti, bravi, pronti a cimentarsi con leggerezza calviniana in imprese ardue - su un teatro nuovo, che abbandoni le sicurezze di ieri e si misuri con le domande di una società che sembra poter fare a meno del teatro (dell’arte, della cultura).  ...

William Kentridge a Roma

Il Romaeuropa Festival ha oramai superato il giro di boa. Senza difficoltà è arrivato al termine di questa 27° edizione confermandosi come la più importante rassegna legata alle arti performative della capitale e non solo. Tra le cose più interessanti, a cui ancora potremo assistere, troviamo Kornel Mundruczo con Disgrace (tratto da romanzo del premio Nobel J. M. Coetzee), l’omaggio a Philip Glass realizzato dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Musica per Roma e il debutto del gruppo di Forlì, Città di Ebla, con I morti da James Joyce, finale di un lungo percorso di studio e sperimentazione sul rapporto tra teatro e fotografia cominciato proprio al Romaeuropa un paio di anni fa.   Anche in questa ultima tranche di spettacoli sono chiare le carte vincenti messe sul tavolo dal direttore Fabrizio Grifasi: multidisciplinarietà (dalla prosa, alla danza passando per la musica classica e quella elettronica, fino alla video arte di Digital Life), il radicamento nei cartelloni di importanti soggetti che già avevano un proprio pubblico (come nel caso del Teatro di Roma e dell’Eliseo), infine...

Mobilità e immaginazione

Non conosco Davide, l’amico di Matteo, ma cercando una definizione di ciclofficina tra le parole di chi ci va e gli scritti di chi ci è stato, sceglierei l’acronimo che ha inventato questo ignoto ciclista: Ciclofficina di Irriverenti Ciclisti Liberi, Offriamo Fantastiche Feste, Inizitive Cicloattive, Inventiva Naturale e Assistenza.   Una parola per ogni lettera, in fila come ciclisti che resistono al traffico contro ogni aspettativa, per dire che ognuno di loro crea la Ciclofficina e che senza di loro non esisterebbe. Qui si condividono conoscenze ed esperienze sulla meccanica e la riparazione della bici, come recita il cartello affisso nella sede nel centro di Roma, e il lavoro di ogni persona è volontario. Se ti si rompe la bici o se hai una bici vecchia tristemente esiliata in cantina la puoi riparare gratuitamente. Devi farlo tu, ma c’è qualcuno che t’insegna e ti offre strumenti, ricambi e... fette di ricotta salata.   L’ultima volta che sono stata nel seminterrato di via Baccina è andata così. Altre volte c’era chinotto e kebab. Un po’ si lavora un po’ si mangia. Come...

Perdutamente, la scena romana

Perdutamente, un avverbio contenente un mondo al collasso, una società alla deriva, termine che si fa immagine di una generazione. Quale migliore terreno di confronto per il teatro?   Con questo tema ricco di implicazioni, suggestioni e rimandi Gabriele Lavia ha voluto chiudere la stagione del Teatro India appena iniziata. Il luogo della sperimentazione, voluto da Mario Martone all’inizio del nuovo millennio anche nell’ottica di riqualificazione delle strutture abbandonate dalla Mira Lanza, col nuovo anno chiuderà le porte all’arte per aprirsi a una serie di lavori di ristrutturazione. A 18 compagnie selezionate sul territorio capitolino – per una volta senza bandi, ma per merito – la possibilità di far vivere lo spazio adiacente al gazometro per un paio di mesi. A ognuna delle compagini artistiche un budget produttivo di circa 6.000 euro e la possibilità di creare workshop e laboratori (gratuiti per i partecipanti) che saranno le fondamenta di un nuovo percorso di ricerca. In dicembre si avrà la possibilità di assistere a una sessione di presentazione dei lavori, piccole opere di un quarto d’...

Roma / Paesi e città

Alla periferia nord di Roma, in una di quelle tipiche saccature verdi che interrompono in periferia il tessuto altrimenti fittissimo della città costruita, un'area oggi facilmente visualizzabile con Google Maps, esiste un punto dotato di singolari proprietà, geometriche quanto allegoriche. Se puntandovi un compasso ideale si traccia un cerchio del diametro di circa trecento metri, si incontrano, più o meno equidistanti tra loro, tre luoghi molto particolari. In senso orario, l’Ospedale San Filippo Neri, l’ex Manicomio Provinciale Santa Maria della Pietà e il Carcere Minorile di Casal del Marmo. Tre luoghi, tre Istituzioni Totali, per dirla con Foucault. Da quel punto ideale, alla stregua di un’allegoria rinascimentale, dolore, follia e punizione si presentavano al viandante come un trivio fatale, come tre possibilità perfettamente equivalenti. Per questa sua caratteristica, la zona era anche nota come il Triangolo delle Bermude, e un vecchio passatempo tra i suoi frequentatori consisteva nel predire in quale, o in quali, dei tre “vertici” del triangolo si sarebbe prima o poi finiti.   A un certo punto, verso la fine dei Settanta, un ex paziente del manicomio – tanti ne...

Porci a Roma

Non vi è solo il grottesco e l’assenza di pudore, negli scatti della “festa romana” che occupa le prime pagine dei giornali. Al trionfo del cattivo gusto nei volti e nei corpi completamente offerti, si aggiunge la novità della maschera e della romanità interpretata come orgia del piacere.   Tutto mescolato: da Circe, che con la romanità c’entra poco, alle “ancelle”, come se i romani usassero le ancelle come “escort”, alla scena dell’Olimpo in cui l'unico assente è Zeus. Non si tratta di una libera interpretazione del tema, ma di isolare i dettagli più facili, quelli che paiono efficaci per suggerire la trasgressione. Tuttavia manca, in questa sceneggiata, ogni tensione e quella la linea di divieto attorno cui giocare una continuo e provocatoria trasgressione. Tutto falso, anche il porno.   Circe ammaliava e trasformava in porci con la magia di un gesto, qui invece anonime signorine, più o meno attempate, più o meno fidanzate, ragazze immagine, escort, intrattengono uomini che si illudono sia di poter giocare ai maiali, sia di poter smettere il gioco...

Alcune storie sono cerchi, altre cerchioni

Tutte le storie sono cerchi. Si parte da un posto, si incontra qualcuno, si impara qualcosa, si torna a casa, diversi, più vivi. La mia storia è più grande, è un cerchione. Il cerchione di una bicicletta. Si parte da Roma, s'incontra il destino, s'impara l'amore e si torna a Roma, diversi, un poco più vicini alle nuvole... In mezzo ci sono salite e discese, respiri, affanni, batticuori, fiato sprecato, parole affidate al vento e ARIA. Ma, soprattutto, tante coincidenze. Cose che dovevano accadere proprio in quel momento. Incontri, parole, libri, film, canzoni, viaggi e altri minuscoli miracoli che cambiano la traiettoria del percorso per sempre.Vi è mai capitato?   Ho provato a chiederlo ai miei lettori, ragazzi delle scuole medie che vivono in molti posti d'Italia. Li ho incontrati nelle librerie, nelle ciclofficine e in occasione di alcuni saloni del libro dedicati alla letteratura per l'infanzia e ho ascoltato i loro racconti. Siamo partiti proprio dalle biciclette, dalle avventure che ciascuno di loro ha vissuto sulle due ruote, e abbiamo inventato storie a pedali seguendo lo schema narrativo che...

Ascanio Celestini, le idee mi vengono cambiando i copertoni

Sistema la camera d’aria, smonta la dinamo, sostituisci il paracatena. Occhio alle guaine dei cambi. A Casal Morena, a Roma Sud, nei pressi del Gra («vieni con me, amore, sul Grande raccordo anulare... e nelle soste faremo l’amore», cantava Venditti), adesso non si fa l’amore ma vi sono sterminati condomini al posto delle distese d’erba e delle montagnole della metà degli Anni Ottanta. Prima di affrontarle su due ruote, Ascanio Celestini, che tutt’ora risiede in quella pasoliniana periferia romana («giro per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone», declamava il poeta), praticava la difficile arte della manutenzione della bicicletta. Lavorava con olio di gomito per tenere al meglio la Graziella Carnielli dalla silhouette slanciata, con il collo o tubo sterzo allungato come quello di una giraffa, che pazientemente aveva dipinto in rosso e blu. Era stato il regalo del padre al gran guitto e regista, oggi più inventivo e combattivo, che usa la sua recitazione come una raffica per bombardare ingiustizie, disuguaglianze e sistema carcerario. Ora il rito si ripete. In questi...

Renato Nicolini. Il postmoderno al potere

Nei miei vent’anni, quando per un po’ mi sono illuso di poter vivere la mia città, già da molti anni non era più la città di Renato Nicolini. I suoi tempi li ho vissuti, allora, come memoria collettiva (della quale si facevano occasionali, frammentari portavoce coloro che non solo quel tempo avevano vissuto, ma ne erano stati attori a pieno titolo). E come continuo, più o meno implicito, confronto col presente. Che in quegli anni Novanta si chiamava Walter Veltroni: un presente, per me, piuttosto deludente (non ha importanza che WV sia stato Sindaco della mia città “solo” dal 2001 al 2008; come nel caso del suo corrispettivo e complanare SB, la sua idea di cultura era egemone ben prima di occupare il posto-chiave – il MIBAC nel primo Governo Prodi e ancor prima, giusto nel ’92, la direzione dell’Unità). D’altra parte, in quegli stessi anni, Nicolini consumava il suo tentativo di cambiare gioco – cioè luogo. Deludendo a sua volta. Napoli non era, non è Roma; e la politica di Nicolini – come sapeva benissimo, lui, architetto di formazione e teatrante per...

Milano Roma Palermo: città in bicicletta

Sono pochi mesi che abito a Milano e che possiedo una bicicletta. Potremmo dire quindi che la bicicletta impara al mio stesso ritmo le strade nuove, le connessioni tra i posti, gli angoli, le scorciatoie. Io e la bicicletta scopriamo all’improvviso che da un punto A a un punto F non c’è bisogno di fare il percorso A-B-C-D-E-F, ma che tagliando da C si arriva subito ad F. F si presenta quindi come una rivelazione; la scoperta che lo spazio è meno astruso di quanto appaia, che si può misurare, attraversare ed eventualmente, per colmo di stanzialità, viverci dentro. A Milano ovviamente mi perdo sempre. La bicicletta asseconda la mia velocità (lentezza?) di apprendimento dello spazio, la mia fiducia nella percorribilità e abitabilità della città. Se imparerò le strade allora potrò dire che a Milano ci abito, o forse vorrà dire che è arrivato il momento di andarsene, perché non c’è più nulla da imparare. Forse è per questo che dilaziono l’apprendimento: questa marcia di avvicinamento in fondo mi piace. Una volta che mi perdo, il viaggio diventa...

Apocalisse digitale a Eclettica

A Roma nonostante i caldi anticicloni, i Caronte e Minosse di turno, nonostante i tagli e la mancanza di trasparenza totale della giunta Alemanno –capace di deliberare senza delibere, è il caso della tanto attesa Casa dei teatri e della drammaturgia contemporanea della quale si sa tutto e niente –se si ha pazienza le occasioni di assistere o ri-assistere a buon teatro non mancano: Eclettica, dal 13 al 21 luglio, sarà una di queste (leggi il programma completo qui).   La manifestazione arrivata alla 8° edizione grazie al lavoro di tre associazioni (Kollatino Underground, Post.it e Artempo) presenta quest’anno un’importante novità, ovvero la riconquista di una zona più centrale e raggiungibile della città. Mentre negli anni scorsi era il Casale della Cervelletta a prestare i propri affascinanti luoghi immersi nella natura (quest’anno avamposto del prefestival), l’edizione 2012 abiterà uno spazio dai connotati sociali e culturali decisamente promettenti per il futuro: il Parco delle Energie. A una manciata di chilometri da Porta Maggiore, è un polo multifunzionale recuperato da...

Oscar Tuazon: arte come abitare

Arte e architettura si incrociano spesso sullo stesso terreno e se i principi che regolano la prima sono labili e mutevoli, quelli che dovrebbero regolare la seconda sono dettati da ragioni specifiche e contingenti: organizzazione dello spazio e necessità di adattamento dell’uomo all’ambiente. Principi che dovrebbero andare di pari passo, ma la cui relazione è talvolta smentita e scardinata da artisti che prendono in prestito le forme dell’architettura e ne privilegiano l’espressione estetica a scapito dell’utilità, o viceversa realizzano opere con una forte connotazione funzionale. La mostra di Oscar Tuazon, in corso presso la Fondazione Giuliani a Roma, vive questa ambivalenza indagando il rapporto tra funzionalità ed estetica e le possibilità di far coesistere scultura, design e architettura.   Oscar Tuazon/Elias Hansen, “Untitled” (Kodiak Lamp), 2008, legno, corda, vetro, lattina, 94 x 27 cm. Collezione Giuliani, Roma. Foto di Giorgio Benni.   Come artista Tuazon si muove dall’arredamento all’ambiente, riassembla materiali di recupero e crea soluzioni per inutili...

Una conversazione con Fabio Mauri / Senza paura del buio

Ho incontrato Fabio Mauri a Roma, nella sua casa di Piazza Navona, nel gennaio del 2007. Stava lavorando all’opera che avrebbe poi esposto pochi mesi dopo all’Hangar Bicocca di Milano in una mostra intitolata Not Afraid of the Dark. Era la prima volta che lo intervistavo, anche se avevo ascoltato molte volte dalla sua bella voce profonda i racconti di una vita fuori dal comune, trascorsa a stretto contatto con i più importanti artisti e intellettuali nei decenni chiave del secondo dopoguerra italiano. Artista, critico, editore, insegnante, fondatore di riviste ormai storiche (“Quindici”, “La città di Riga”), a quasi 82 anni non aveva perso nulla della curiosità per le cose nuove, del rigore e anche di quella cifra inconfondibile, fatta di precisione, inadattabilità e acutezza di sguardo, che lo aveva sempre accompagnato.   Fabio Mauri ha rappresentato in Italia un modello di artista-intellettuale largamente in anticipo sui suoi tempi, impegnato in un dialogo senza remore con la storia, la cultura della modernità e le sue fatali contraddizioni. In lui sensibilità religiosa, vocazione artistica, dandysmo, sottigliezza intellettuale, inclinazione didattica e capacità...

Lettera da Roma sul teatro che verrà

Nella sua sesta edizione, il mutamento può dirsi completato. Teatri di Vetro, nato come vetrina per le arti performative emergenti, si è ormai trasformato per qualità delle proposte in un vero e proprio festival di caratura nazionale e come fosse un rito propiziatorio saluta la stagione romana appena terminata dando il via alle danze dei festival estivi. Insieme a Short Theatre, che invece la stagione la apre ogni settembre, è la più importante tra le esperienze romane legate a un certo modo di fare teatro, si direbbe giovane, indipendente e di ricerca. Etichette queste poco esaustive soprattutto in un momento così fragile, produttivamente e artisticamente. Il mare è in tempesta, capire quali navi arriveranno a riva è un’opera chiromantica.   Crack Machine. Fotografia di Angelo Maggio   Di sicuro anche in una grande città come Roma si assiste a un netto cambiamento di marcia nei meccanismi teatrali, nella fruizione e produzione: lo stabile ha avuto una minima apertura concedendo alcuni spazi del Teatro India alle compagnie per le prove, ma col nuovo anno la ex fabbrica della Mira Lanza sar...

Marcello Maloberti. Blitz

3,2,1, via, si parte. Ventisette persone, uomini e donne, si preparano ad entrare in scena. A passo svelto si posizionano ciascuna di fronte al proprio animale: una pantera nera di ceramica riprodotta in scala uno a uno, che rifulge sotto la luce al neon della stanza.     La tensione si fa spessa, gli uomini stanno immobili, imperscrutabili, lo sguardo è fisso di fronte a loro. Pochi secondi e le ginocchia si piegano, le braccia tendono verso l’animale, si aprono per raccoglierlo e sollevarlo in alto sopra le proprie teste. Un lasso di tempo piccolissimo, tra questa azione e la seguente con cui, all’unisono, le bestie vengono scaraventate a terra, tutte assieme a formare un boato, un urlo che si dipana in eco, raggiungendo le orecchie più lontane del pubblico tramortito. Maloberti dirige l’azione. Come un direttore d’orchestra, muove la mano ad accompagnare la sequenza. Bastano pochi secondi, per trasformare la sala Eneldel MACRO di Roma, in una cacofonia di suoni e azioni. Le pantere ridotte in frantumi vengono saccheggiate, ognuno cerca un pezzo da infilare nella borsetta, nelle sacche dei pantaloni; è la reazione...

Le bugie d’acciaio

Argomenti curiosamente eterni. Malcostumi ostinatamente presenti. O forse, a ben vedere, atti significanti destinati, per struttura, a inanellarsi su se stessi, proclamando surrettiziamente la loro verità. Anche e soprattutto quando mentono. È il caso della parata militare del 2 giugno, ogni anno pronta a suscitare dubbi e dibattiti, a ripetersi nonostante tutto, mostrando suo malgrado le proprie verità, le proprie bugie. Lo abbiamo visto in questi ultimi giorni, lo vediamo da tempo. Vale la pena allora rileggere un articolo che Umberto Eco dedicava esattamente a questi temi sull’Espresso nel 1970. Un testo dimenticato, raccolto da Eco nel volume del ’73 Il costume di casa e mai più ristampato. Questo articolo fa parte dell’imminente e-book di doppiozero che, in occasione della ripubblicazione dell’intero Costume da Bompiani alla fine di giugno, presenterà una scelta dei più interessanti pezzi presenti nel libro. Tutti legati da un principio ideale che è un ossimoro retorico: il classicismo dell’attualità.   Gianfranco Marrone     Le bugie d’acciaio...

The History Boys

Cosa rende mezzi di rappresentazione come il teatro o il cinema veicoli di un sentimento nazionale? Cosa intendiamo quando spesso parliamo dell’assenza di una drammaturgia nazionale? Un corpus di testi che riesca a tradurre in scena quegli intrecci di atmosfere, sentimenti, atteggiamenti sociali e politici rappresentativi, per natura in modo incompleto o mistificato, di un’epoca. Bene se intendiamo anche tutto ciò per drammaturgia nazionale, e non solo il fatto che la produzione avvenga all’interno dei nostri confini, la creazione anglosassone degli ultimi decenni è in questo senso una emblematica ragione di invidia.     Al Teatro India di Roma è appena terminato il fortunato ciclo di repliche del pluripremiato The History Boys, dramma di Alan Bennett messo in scena da Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, con un gruppo di giovani e bravi attori. Spettacolo con il quale Teatridithalia sembra riuscire a eguagliare il successo ottenuto qualche stagione fa con Angels in America, anche in quel caso drammaturgia di lingua inglese, ma di provenienza americana, autore Tony Kushner. Pure gli anni presi in considerazione erano...

Woody Allen. To Rome with Love

Con To Rome with Love Woody Allen porta a compimento un percorso iniziato già da diversi anni. Un percorso che l’ha condotto a esplorare l’Europa in lungo e in largo e in modo del tutto personale. Attraverso una serie di film ambientati in diverse capitali del vecchio continente, infatti, Allen ha dato vita a quello che potremmo definire una sorta di “periodo europeo”. Non è del tutto chiaro (e nemmeno facilmente individuabile) quale sia il motivo che ha spinto il regista newyorkese a concentrare i suoi sforzi, il suo gusto e i suoi interessi sull’Europa e i suoi abitanti. Sarà che egli è da sempre considerato il più europeo dei registi americani, sarà perché nella fase matura della propria esperienza artistica ha deciso di andare all’origine dei propri modelli cinematografici e dei propri riferimenti autoriali, la maggior parte dei quali risiedono, appunto, in Europa, o sarà la necessità di voler trovare nuove idee, nuovi stimoli e nuove storie che l’America, e più strettamente New York, non erano più in grado di fornirgli (spiegazione questa che contraddice il...

25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare

È il 1968 quando esce La Beltà di Andrea Zanzotto. I muri del mondo, in quei mesi, sono pieni di scritte che rappresentano, e insieme performativamente sono, la rivoluzione in atto. Durerà poco, quel momento di sospensione e trascendentale rilancio della storia; ma ciò non toglie che sia stato (lo dimostra il fatto che fa ancora incazzare tanta gente). E in effetti le scritte sui muri – attraverso le quali, aveva profetizzato Lautréamont, un giorno saremmo stati tutti poeti – non cessarono allora di esistere. Sono rimaste un luogo simbolico e performativo di grande importanza, nella formazione e nella vita politica delle generazioni più giovani; nonché, a ben vedere, un efficace tramite di memoria intergenerazionale. Cioè di storia.   In quel libro atroce e sublime di Zanzotto – il più importante, se non il più bello, della nostra poesia contemporanea – si rincorrono non a caso diciotto grandi poesie-tableaux che recano il titolo complessivo di “Profezie o memorie o giornali murali”; poche pagine prima, invece, si legge un grande componimento dal titolo “...

Intervista a Jean-Marc Bustamante

Il 5 febbraio ha inaugurato a Villa Medici a Roma la mostra Jean-Marc Bustamante - Villa Medici, una mostra che fa riflettere sulla fotografia attraverso un percorso artistico che si pone in un costante confronto critico con differenti media. Jean-Marc Bustamante ha anche inaugurato la serie di incontri che il MACRO dedica alla fotografia e che, dopo Paolo Ventura e Geoff Dyer, vedranno il 29 maggio Guido Guidi in conversazione con Francesco Zanot. La mostra a Villa Medici resterà aperta fino al 6 maggio.   C.C.: Signor Bustamante, tutto il suo percorso artistico è caratterizzato da una forte relazione con lo spazio. Dalle sue prime fotografie (che ha iniziato a esporre in contesti che davano conferma di quanto la fotografia appartenga all’universo delle arti plastiche), allo sviluppo della serie (in cui le immagini erano concepite come sculture), alle sculture, i lavori in plexiglas e gli ambienti che realizza, i termini “oggetto” e “spazio” sono i due poli entro cui è possibile iniziare a pensare al suo lavoro. Nella mostra a Villa Medici non solo le sue opere sono messe in dialogo con alcuni dipinti di Pieter...

Shakespeare e la patafisica

Bianca scatola con due timide aperture ai lati, scena simmetrica e svuotata, territorio algido della mente, foglio bianco da riempire cominciando con una luna pastello, grande, sullo sfondo. In linea col boccascena un oggetto lungo e nero, parallelepipedo minimale che ben presto rivela la sua funzione di piastra da cottura disilludendo le aspettative taumaturgiche. Attorno alla piastra, accesa e collegata alla corrente, si ritrova una comunità. Anche se in penombra i volti da subito rivelano fattezze difformi da quelle umane, così come le conosciamo. A metà tra uomini e primati, questi esseri sembrano i protagonisti di una distopia da Pianeta delle scimmie, una realtà altra e senza tempo. Ma non c’è volontà mimetica alcuna, il mistero dura poco e la maschera mostra ben presto la sua natura posticcia.     Come sempre accadrà in questo Ubu Roi, messo in scena da Roberto Latini in una coproduzione Fortebraccio e Metastasio, l’alta speculazione si mescola con la più ironica demenzialità: le strane creature di bianco vestite (sotto la cintola un sospensorio alla Arancia meccanica devia l...

Francesca Woodman: forever young

All’improvviso, Francesca è ovunque. Quasi trent’anni di onorata fama, prima timida, poi sempre più crescente presso gli addetti ai lavori, gli studiosi d’arte, gli artisti; infine, da qualche anno, il nome Woodman si sta ritagliando un suo spazio prominente nella cultura di massa, diventando noto presso consumatori più generici di immagini.     Un breve riepilogo: nel 2010 viene proiettato al Festival Internazionale del Cinema di Roma il documentario di Scott Willis The Woodmans, uno sguardo a tutto tondo sulla famiglia di artisti – padre fotografo e pittore, madre ceramista, fratello videoartista – nel quale Francesca, morta suicida a soli 22 anni, iniziò la sua brevissima, precoce attività di fotografa. In pochi anni si succedono, solo in Italia, da Milano a Siena passando per Roma varie mostre monografiche e non sull’artista americana, le cui immagini iniziano a comparire anche su riviste e giornali ad ampia tiratura.     Da qualche giorno, si è aperta al Guggenheim Museum di New York la prima grande retrospettiva con più di centoventi fotografie, video...

Roma / Paesi e città

Abito al Pigneto, a Roma, da molti anni. A un paio di chilometri da casa mia, alla Marranella, a Torpignattara, sono stati uccisi quel padre e quella bambina cinesi mentre tornavano a casa dal loro esercizio commerciale; ho delle amiche che li conoscevano. Gli assassini non sono stati presi, uno dei due l’hanno trovato impiccato all’altro capo della città.     Il Pigneto, la Marranella, Torpignattara fanno capo alla stessa circoscrizione amministrativa, il VI Municipio: sono quartieri confinanti, che entrano uno dentro l’altro e si confondono, quartieri fratelli dai destini simili e diversi. Aree di prima periferia non lontane dalle mura, in una zona produttiva, hanno la vocazione ad accogliere chi giunge in città con pochi mezzi; hanno assistito, durante il fascismo, all’arrivo di nuclei popolari allontanati dal Centro. Stanno dentro la scia delle case di fortuna, del piccolo abusivismo a uso familiare, delle baracche, che ha segnato il Novecento a Roma. Ma hanno visto anche, negli anni Trenta, lottizzazioni a villini e palazzetti, case economiche e popolari. Poi negli anni Cinquanta e Sessanta, il sacco. Sono zone con...