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Roma

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25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare

È il 1968 quando esce La Beltà di Andrea Zanzotto. I muri del mondo, in quei mesi, sono pieni di scritte che rappresentano, e insieme performativamente sono, la rivoluzione in atto. Durerà poco, quel momento di sospensione e trascendentale rilancio della storia; ma ciò non toglie che sia stato (lo dimostra il fatto che fa ancora incazzare tanta gente). E in effetti le scritte sui muri – attraverso le quali, aveva profetizzato Lautréamont, un giorno saremmo stati tutti poeti – non cessarono allora di esistere. Sono rimaste un luogo simbolico e performativo di grande importanza, nella formazione e nella vita politica delle generazioni più giovani; nonché, a ben vedere, un efficace tramite di memoria intergenerazionale. Cioè di storia.   In quel libro atroce e sublime di Zanzotto – il più importante, se non il più bello, della nostra poesia contemporanea – si rincorrono non a caso diciotto grandi poesie-tableaux che recano il titolo complessivo di “Profezie o memorie o giornali murali”; poche pagine prima, invece, si legge un grande componimento dal titolo “...

Intervista a Jean-Marc Bustamante

Il 5 febbraio ha inaugurato a Villa Medici a Roma la mostra Jean-Marc Bustamante - Villa Medici, una mostra che fa riflettere sulla fotografia attraverso un percorso artistico che si pone in un costante confronto critico con differenti media. Jean-Marc Bustamante ha anche inaugurato la serie di incontri che il MACRO dedica alla fotografia e che, dopo Paolo Ventura e Geoff Dyer, vedranno il 29 maggio Guido Guidi in conversazione con Francesco Zanot. La mostra a Villa Medici resterà aperta fino al 6 maggio.   C.C.: Signor Bustamante, tutto il suo percorso artistico è caratterizzato da una forte relazione con lo spazio. Dalle sue prime fotografie (che ha iniziato a esporre in contesti che davano conferma di quanto la fotografia appartenga all’universo delle arti plastiche), allo sviluppo della serie (in cui le immagini erano concepite come sculture), alle sculture, i lavori in plexiglas e gli ambienti che realizza, i termini “oggetto” e “spazio” sono i due poli entro cui è possibile iniziare a pensare al suo lavoro. Nella mostra a Villa Medici non solo le sue opere sono messe in dialogo con alcuni dipinti di Pieter...

Shakespeare e la patafisica

Bianca scatola con due timide aperture ai lati, scena simmetrica e svuotata, territorio algido della mente, foglio bianco da riempire cominciando con una luna pastello, grande, sullo sfondo. In linea col boccascena un oggetto lungo e nero, parallelepipedo minimale che ben presto rivela la sua funzione di piastra da cottura disilludendo le aspettative taumaturgiche. Attorno alla piastra, accesa e collegata alla corrente, si ritrova una comunità. Anche se in penombra i volti da subito rivelano fattezze difformi da quelle umane, così come le conosciamo. A metà tra uomini e primati, questi esseri sembrano i protagonisti di una distopia da Pianeta delle scimmie, una realtà altra e senza tempo. Ma non c’è volontà mimetica alcuna, il mistero dura poco e la maschera mostra ben presto la sua natura posticcia.     Come sempre accadrà in questo Ubu Roi, messo in scena da Roberto Latini in una coproduzione Fortebraccio e Metastasio, l’alta speculazione si mescola con la più ironica demenzialità: le strane creature di bianco vestite (sotto la cintola un sospensorio alla Arancia meccanica devia l...

Francesca Woodman: forever young

All’improvviso, Francesca è ovunque. Quasi trent’anni di onorata fama, prima timida, poi sempre più crescente presso gli addetti ai lavori, gli studiosi d’arte, gli artisti; infine, da qualche anno, il nome Woodman si sta ritagliando un suo spazio prominente nella cultura di massa, diventando noto presso consumatori più generici di immagini.     Un breve riepilogo: nel 2010 viene proiettato al Festival Internazionale del Cinema di Roma il documentario di Scott Willis The Woodmans, uno sguardo a tutto tondo sulla famiglia di artisti – padre fotografo e pittore, madre ceramista, fratello videoartista – nel quale Francesca, morta suicida a soli 22 anni, iniziò la sua brevissima, precoce attività di fotografa. In pochi anni si succedono, solo in Italia, da Milano a Siena passando per Roma varie mostre monografiche e non sull’artista americana, le cui immagini iniziano a comparire anche su riviste e giornali ad ampia tiratura.     Da qualche giorno, si è aperta al Guggenheim Museum di New York la prima grande retrospettiva con più di centoventi fotografie, video...

Roma / Paesi e città

Abito al Pigneto, a Roma, da molti anni. A un paio di chilometri da casa mia, alla Marranella, a Torpignattara, sono stati uccisi quel padre e quella bambina cinesi mentre tornavano a casa dal loro esercizio commerciale; ho delle amiche che li conoscevano. Gli assassini non sono stati presi, uno dei due l’hanno trovato impiccato all’altro capo della città.     Il Pigneto, la Marranella, Torpignattara fanno capo alla stessa circoscrizione amministrativa, il VI Municipio: sono quartieri confinanti, che entrano uno dentro l’altro e si confondono, quartieri fratelli dai destini simili e diversi. Aree di prima periferia non lontane dalle mura, in una zona produttiva, hanno la vocazione ad accogliere chi giunge in città con pochi mezzi; hanno assistito, durante il fascismo, all’arrivo di nuclei popolari allontanati dal Centro. Stanno dentro la scia delle case di fortuna, del piccolo abusivismo a uso familiare, delle baracche, che ha segnato il Novecento a Roma. Ma hanno visto anche, negli anni Trenta, lottizzazioni a villini e palazzetti, case economiche e popolari. Poi negli anni Cinquanta e Sessanta, il sacco. Sono zone con...

Antonio Leotti. Il mestiere più antico del mondo

Il mestiere più antico del mondo (Antonio Leotti, Il mestiere più antico del mondo, Fandango, 2011), contrariamente a quanto si è soliti pensare, è l’agricoltura. E, a differenza di quell’altro mestiere, vive un inarrestabile decadimento, nel disinteresse quasi generale. Nemmeno il primato cronologico sembra garantirgli nuovo fascino e parole come maggese, guazza, sdigiuno, al pronunciarle lasciano sul palato quel gusto di polvere e nostalgia proprio dei linguaggi-relitto, che dissotterrano immagini sepolte dal tempo.   Il protagonista Antonio è nato nella Roma borghese da una famiglia di latifondisti; la campagna della memoria, che si affaccia nelle prime pagine del libro, è il luogo mitico delle vacanze toscane, dei contadini come cowboys e del primo brivido di piacere consapevole mangiando pane e prosciutto nero dalle mani dure e venose di un John Wayne con la gorgia. Ma l’agro è anche il teatro del dramma di un amore non corrisposto: la Roma bene dello squallore metropolitano non lo conquista; la campagna è una madre che ripudia e disconosce, a cui Antonio tende le sue mani di padroncino...

Roma / Paesi e città

Non so parlare della mia città dal nome impronunciabile. Ricordo quando giovanissima in Inghilterra feci amicizia con un ragazzo pakistano e lui incredulo mi incalzava: veramente vieni da quella città, la stessa dei libri di storia? Sei nata lì? E che lingua parlate lì adesso?     Mi chiedo talvolta, soprattutto da quando mia figlia s’è trasferita per lavoro a Boston, cosa mi trattenga nella mia città, perché non me ne vado. Altrove, dove sia facile camminare per la strada, dove ci siano marciapiedi adatti al mio temperamento di pedone, dove ci sia più rispetto del codice della strada, più rispetto degli altri. Cosa mi trattiene qui se tutto sembra essere svariato verso un’uniformità deprimente, se gli allegri e improbabili negozi di passamanerie, di cappelli, di granaglie, di abiti usati, – dove potevi scoprire o illuderti di scoprire oggetti di originalità assoluta – i calzaturifici gestiti da proprietari di una gentilezza al limite del corteggiamento, i negozi di ferramenta, maniglie e chiodini di ogni dimensione e per ogni necessità, i piccoli cinema...

Lavia e Lo Monaco. La Roma del Pirandello eterno

A oggi Luigi Pirandello contende la palma di autore più frequentato a Goldoni e Shakespeare. Come ha ricordato Sergio Lo Gatto, nella cronaca della conferenza stampa di presentazione del Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea, tentativi come quello del dismesso Idi (Istituto per la Drammaturgia Italiana), nato all’indomani della seconda guerra mondiale, troppo poco hanno fatto per dare dignità ai nuovi autori teatrali. Quello che differenzia ancora l’autore dei Sei personaggi rispetto agli altri due monumenti è l’intoccabilità. Ovvero è praticamente impossibile, se non molto difficile, trovare sulle scene italiane, anche quelle più sperimentali, lavori teatrali che partendo dai testi del siciliano mettano in scena esempi di riscrittura autonomi per linguaggio e drammaturgia. Il risultato è quasi sempre una monumentalizzazione di quei testi, sguardi certamente rispettosi, ma che ne hanno rovistato ormai da infinite angolazioni le possibilità. Di certo uno dei problemi fino a poco tempo fa era quello dei diritti, ma ora che i fatidici settant’anni sono scaduti e il Siciliano è stato...

Il fanciullino si è fermato a Piramide

Biblioteca comunale, quartiere Testaccio, viscere di Roma. Il richiamo dello stomaco è un’ottima occasione per una pausa. Mentre salgo i gradini che conducono a un piccolo spiazzo con la vista della Piramide in lontananza assisto a una scena curiosa. Una signora anziana in lontananza, rincorsa da voci di ragazzini che urlano: “Aho, è venuto bene er colore?”, in riferimento all’eccentrica chioma sfavillante della suddetta. Le voci provengono dal secondo piano della biblioteca, in cui ha sede una scuola elementare. Seguono delle avances pepate a delle ragazze che si recano in biblioteca e che, ad occhio, devono avere una ventina d’anni più dei bambini. Ragazzate penso, mentre comincio a gustare la merendina. Trovandomi nella zona rossa appena valicata dalla signora e dalle ragazze, divento facile bersaglio dei bambini che cacciano un urlo e si nascondono dietro la serranda. Passano pochi secondi e parte il primo “occhialuto!” che, come i successivi, entra ed esce dalle mie orecchie. “Occhialuto!”, “A’ occhialuto”, “ma che te magni, ‘na merendina?”. Siamo su un piano...

Una rivoluzione pacifica

Che fare? Il sottotitolo dell’opera di Lenin era “Problemi scottanti del nostro movimento”. Intenti rivoluzionari a parte, Roma potrebbe avere un ruolo di primo piano in un movimento di rinascita culturale. È la capitale, il luogo delle istituzioni. Un’azione fatta a Roma dovrebbe non tanto sensibilizzare le istituzioni, quanto occuparle. Senza chiedere soldi, ma chiedendo ospitalità. Portare i libri al “cuore dello Stato”. Sarebbe un po’ come mettere i fiori nei cannoni. Una rivoluzione pacifica, ma potente. Che si cominci a leggere dentro il municipio, in Parlamento, nei luoghi delle istituzioni. Che la lettura diventi pratica politica. Si scelgano dei libri e si fissi un’agenda. Ogni settimana un libro.   Montecitorio come Wall Street. Palazzo Madama come Zuccotti Park. Un’onda di voci che si propaga potrebbe anche far tremare il Palazzo. Il corpo simbolico della letteratura nei luoghi simbolo della politica. Niente di più rivoluzionario. La protesta americana ha scelto la Borsa, il cuore della finanza. Roma è la casa della politica. È lì che dobbiamo bussare. Non per...

Piccolo progetto di lettura di quartiere

Si tratta di un piccolo progetto di lettura, integrazione e cittadinanza. Ha bisogno di un quartiere (ho pensato a San Lorenzo a Roma, un quartiere non troppo grande in cui la partecipazione dei cittadini è molto vivace, ma il progetto si può adattare a qualunque quartiere). Un piccolo numero di animatori: mediatori culturali, scrittori, bibliotecari competenti nella letteratura animata, insegnanti, attori, meglio se persone che vivono o lavorano nel quartiere.   È un progetto di letture narrative, romanzi, libri di racconti.   Il progetto ha bisogno poi di attivare tutti i centri di aggregazione sul territorio. In particolare per quel che riguarda San Lorenzo: la biblioteca, il centro anziani, le scuole (elementare, media, superiore), le case occupate, i centri sociali, la casa della partecipazione, il cinema Palazzo, le librerie indipendenti, ma anche gli oratori delle due chiese dell’Immacolata e di S.Tommaso Moro, etc. formeranno in modo autonomo o integrato un laboratorio. Ognuno di questi centri di aggregazione, organizzato in piccolo laboratorio di lettura, individuerà un tema, meglio se legato al quartiere e alle sue...

La cultura in piazza

In Italia la cultura è un’emergenza. La situazione in cui versa è tale da richiedere strategie plurime e istituzionali. Ma coloro che condividono una tale opinione debbono accettare il fallimento dell’istituzione in senso teorico: l’esperienza politica italiana dell’ultimo ventennio decreta la morte della cultura a favore di una visione della società dominata da homo consumens. Nell’immediato, tutti quelli che sentono la cultura come un fuoco che brucia dentro debbono ripartire da iniziative soggettive e personali, con urgenza. E con umiltà. Ricostruire la sensibilità culturale di un paese significa comunicare con tutti e chiunque. Invece di ascoltare passivamente gli opinionisti mediatici, occorre agire in prima persona creando una comunicazione e partecipazione di strada: quanti esseri umani si incontrano dall’alba al tramonto? Ecco, quelli sono tutti potenziali recettori culturali. In fondo, tra le molte cause, la cultura in Italia sta fallendo anche perché segregata all’intero di una visione elitaria. Davvero si può essere così cinici e arroganti da credere che non valga la pena...

Uno sguardo critico

Nei decenni che vanno dall’invenzione della figura stessa dell’assessore alla cultura e dell’estate e dell’effimero, fino all’apertura o riapertura di luoghi variamente celebri (il Palazzo delle Esposizioni dopo lungo restauro, l’Auditorium, il Macro, il Maxxi e via siglando), Roma sembra aver inseguito tutte le possibilità che le si aprivano, fino alla mostra del cinema, irritante Venezia. Ma cultura è questa capacità di aggregare nuda e cruda o non piuttosto uno sguardo critico sulle cose, che vorrebbe non chiudessero i mercati rionali, che vorrebbe una metropolitana ramificata e vorrebbe anche un sentimento politico non pigro e quasi rassegnato?   Comunque sì, la lamentela è costante: il prosciugamento dei fondi. Ma se i numeri di mostre e concerti e degli altri eventi sono quelli che sono, come è possibile il risucchio infinito del tesoro in un fondo che non si sa quale sia? È proprio necessario dirottare denari sulla star in visita o non sarebbe meglio pensare a un altro standard di qualità e, sì, anche di visibilità?   Soprattutto: perché le...

La città in comune

In un’epoca neanche tanto lontana, tra anni quaranta e settanta del secolo passato, in Italia si è sviluppata una nuova visione della tutela, salvaguardia, recupero e riuso delle città, un approccio originale, poi studiato e recepito in molti altri paesi, cui contribuivano discipline e saperi diversi, uniti nella volontà di fare i conti con le novità del mondo moderno e di mettere le proprie conoscenze al servizio di un’idea di progresso culturale e sociale che oggi ci appare quasi inverosimile, tanto ampie e profonde erano le sue aspirazioni. Architetti, storici dell’arte, archeologi, restauratori, urbanisti, impegnati all’indomani della seconda guerra mondiale e negli anni del boom economico nell’immane compito di mettere in salvo la memoria storica delle città semidistrutte dai bombardamenti, di fronteggiare le massicce trasformazioni prodotte dall’industrializzazione e trasmettere alle generazioni future la straordinaria continuità della tradizione italiana, si erano ben presto resi conto che ciò che andava tutelato non poteva più essere solo il singolo “monumento”...

Cultura. Le parole da bandire

Che fare è stata una grande domanda politica. E in realtà lo è sempre. Si dice “fare cultura”, ma non ho mai ben capito che cosa volesse dire, perché la cultura non ‘si fa’, è o non è, c’è o non c’è. Però esistono le emergenze, che naturalmente sono politiche. In questi ultimi anni l’Italia ha fatto un capitombolo culturale da rompersi la testa, e forse se l’è rotta. Quando mi chiedevano, fino a poche settimane fa, che cosa, secondo me, bisognava fare per la cultura italiana, io dicevo: cambiare governo e classe dirigente. Ora che in parte è cambiato/a (vedremo fino a che punto), bisogna dire qualcos’altro. Ma che dire? La presenza e moltiplicazione di festival, fiere, ecc. secondo me ha poco a che fare con la cultura; semmai con due suoi aspetti minori: il divertimento e la passione per le star. La cultura è una cosa più profonda, comincia sottoterra, lì va piantata, e non saranno le cento o mille piccole iniziative a cambiare le cose. A cambiarle davvero è il mutamento che si produce per cause contingenti in modo...

Museo Laboratorio della Mente

L’aria è leggera, appena profumata di resina, nel parco dell’ex ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Monte Mario. I manicomi, del resto, sorgevano sempre lontani dal rumore e dai troppi sguardi della città, in luoghi appartati e spesso ameni, garanzia certa di salubre segregazione e di facile omertà. Così, aspettare seduti su una panchina ombreggiata l’apertura del Padiglione sei, che dal 2008 accoglie il Museo Laboratorio della Mente, non è un tempo perduto e neppure un educato esercizio di pazienza in risposta alla cortesia persino imbarazzante degli operatori dell’UOS-Centro Studi e Ricerche Asl Roma E che, tra mille e più difficoltà, ostinatamente aprono il museo a quanti, e sono tanti, ne fanno richiesta (“Sì è mai visto il direttore di un museo che fa le visite guidate alle scolaresche?” mi aveva domandato il giorno prima al telefono il professore Pompeo Martelli, psichiatra di ferma militanza, furibondo per i fatali tagli al budget del “suo” museo). L’attesa all’esterno dell’edificio chiuso, sulla cui facciata rimessa a...

Greenberg for Italians

Non esiterei un istante a considerare l’antologia italiana degli scritti del critico americano Clement Greenberg (L’avventura del modernismo. Antologia critica, Johan & Levi, Milano 2011, pp. 448, € 35) come uno dei maggiori eventi editoriali dell’anno. I curatori Giuseppe Di Salvatore e Luigi Fassi hanno pazientemente lavorato su un corpus di oltre 1.500 pagine, riuscendo nella sfida di offrire al lettore italiano una panoramica esaustiva del pensiero di Greenberg dal 1939 al 1986. In senso più ampio, l’antologia della Johan & Levi è da oggi lo strumento imprescindibile per comprendere il modernismo americano, in Italia conosciuto quasi esclusivamente attraverso il riflesso, a volte distorto dalla partigianeria critica, offerto dall’allieva più brillante, impaziente e ingrata di Greenberg, Rosalind E. Krauss, dato che, per una congiuntura editoriale anomala rispetto ad altri paesi europei, i lettori italiani, soprattutto i più giovani, hanno conosciuto Greenberg proprio attraverso Krauss & Co.   L’avventura del modernismo è ordinato secondo un criterio cronologico e tematico. Le...

Roma, Teatro Valle, 16 dicembre 2011

Scrivo questa ultima puntata del diario di Capusutta prima di ritrovarci tutti a Roma, al Valle occupato. Non l’avrei detto, il giorno che ci siamo arrangiati a provare per strada, tra le auto che passavano, perché a Lamezia nessuno ci aveva aperto il teatro, che Donne al Parlamento, dopo la “prima” a Lamezia, sarebbe arrivato fino al Valle. Ma vado con ordine, e racconto come è andata la “hell’s week”, la “settimana dell’inferno”, così negli Stati Uniti chiamano la settimana che precede il debutto.   Scendo a Lamezia e subito capisco che il clima non è buono. Ne avevo scritto già sul doppiozero del 5 maggio 2011, quando mi preoccupavano gli atteggiamenti di certi burocrati lametini, e al mio arrivo ne trovo conferma. I “corsari” hanno appena recitato il loro Molière al Politeama, come stava scritto nella nostra convenzione con il Comune, che contemplava non solo il laboratorio di Capusutta, ma anche alcuni spettacoli delle due compagnie, in modo da presentarci ai ragazzi oltre che come guide del laboratorio anche come attori e registi con una propria poetica: lo...

Stanze di silenzio

Non molto tempo fa ho ricevuto in trasmissione (Uomini e Profeti, Radio 3) la lettera di una docente di Psicologia dei Processi Sociali all’Università di Milano-Bicocca, Chiara Volpato, autrice, tra l’altro, di un intelligente – e angoscioso – volume sui processi di legittimazione della violenza nella storia, che passano attraverso procedure di deumanizzazione di persone o gruppi sociali (Deumanizzazione, Laterza 2011). La professoressa Volpato ha raccontato di una sua studentessa turca, di religione musulmana, che si è rivolta a lei perché l’aiutasse a trovare un posto dove poter pregare, ogni giorno per pochi minuti, dato che sta nel campus dalla mattina alla sera. La professoressa si è messa in moto, interpellando varie autorità all’interno dell’Università, ma una soluzione non si è trovata, se non quella – certamente poco pratica e un po’ bizzarra – di cedere di tanto in tanto il suo studio per consentire alla studentessa di pregare. Casi analoghi sono stati segnalati a Torino, e immagino che la situazione di Roma e di altre città italiane non sia tanto...

Una conversazione con Antoni Muntadas

Al Centro Reina Sofía di Madrid ha aperto da pochi giorni Entre/Between una retrospettiva del lavoro di Antoni Muntadas che attraverso nove “costellazioni tematiche” offre una lettura complessiva del suo percorso. Maturato nel clima radicale degli anni settanta, il lavoro di Muntadas, nato a Barcelona nel 1942, residente a New York dal 1971 e da molti anni docente al MIT, si configura da subito come un’indagine intorno ai meccanismi discorsivi che danno forma all’esperienza sociale contemporanea. Con forme e media molto diversificati – dai dispositivi tipici dell’arte concettuale (inchieste, libri, archivi, interviste, ecc.) a installazioni, video, progetti nello spazio pubblico e più di recente al web –, l’opera di Muntadas affronta direttamente il potere e le istituzioni che lo rappresentano, prendendo di mira la logica egemonica, la rete di occultamenti, di falsificazioni grazie alle quali esse mantengono la loro credibilità. Come altri artisti a lui affini, ad esempio Daniel Buren e Hans Haacke, l’artista spagnolo sviluppa al tempo stesso una visione critica dell’arte e del suo “sistema,...

Vedi alla voce Tradimento

Caduto (o quasi) martedì scorso il governo, il Presidente del Consiglio si è soffermato a lungo in Parlamento a individuare i nomi di coloro che gli hanno sfilato da sotto la poltrona: i traditori. I giornali vicini a Berlusconi hanno anticipato, rilanciato e amplificato la parola, corredandola di biografie esplicative. Ma che cosa indica precisamente il termine tradimento? L’etimologia, che copriva una variegata area di significati, si è poi ristretta, nel corso della storia, ad alcune accezioni negative derivanti dall’ambito scritturale e militare.   Il verbo latino trado spaziava infatti tra vendere, raccontare, comandare ed affidare, secondo molteplici accezioni, sempre contenendo l’idea di passaggio data dal prefisso trans. Ad imporsi fu poi il significato di consegna (di una città, di armi o amici) durante un conflitto e certamente attraverso il dolo, come nell’uso del verbo in questione nei Vangeli ad indicare la consegna di Gesù da parte di Giuda (Luca, 22, 4). Ciò segnala che il tradimento si dà quando viene violato un patto di fedeltà o di lealtà, esplicito o implicito (e di...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...

Dopo la rivolta

Lei ha di recente pubblicato un libro, La rivolta (Cronopio), tradotto immediatamente anche in Francia, in cui ipotizza che l’età delle rivoluzioni abbia lasciato il posto a quella delle rivolte. Le pare che gli avvenimenti degli ultimi anni e soprattutto mesi le diano ragione, dalle banlieue ad Atene, da Londra a Roma?   Naturalmente ogni rivolta esprime una propria peculiarità con elementi differenti che non vanno minimizzati. Premesso ciò, credo sia possibile individuare un filo rosso che lega le rivolte che stanno ciclicamente infrangendo la normale esistenza del mondo. Si tratta, per dirla in breve, di un rifiuto politico della politica che emerge con il collasso dei tradizionali centri di governo dell’esistenza ed il fallimento sociale dell’architettura neo-liberale. Il contagio delle rivolte, la loro diffusione a catena, il tratto esemplare che ognuna di esse esprime, mi sembra confermare il carattere politico di queste insorgenze. Nel volume cui lei fa riferimento, in questo senso, cerco di pensare un fondamento onto-antropologico delle rivolte: il declino complessivo del progetto politico moderno, lascerebbe spazio alla...

Pattini a rotelle. Gino De Dominicis laicizzato

Questo testo dedicato a Gino De Dominicis (1947-1998) e alla sua particolare abilità di “commento” figurato del mondo dell’arte, è parte dell’inchiesta “civile” di Michele Dantini sulla storia dell'arte italiana contemporanea. Fa da pendant a Cavalli e altri erbivori, apparso in precedenza su Doppiozero e può connettersi idealmente, come contributo preliminare, al Dossier anniottanta curato da Stefano Chiodi [vedi Anniottanta. Un’introduzione].   Condotta programmaticamente “in presenza delle opere”, l’interpretazione dei documenti visivi è incrociata con la storia delle comunità artistiche e del paese nel suo complesso, e tocca questioni di grande attualità, in primo luogo la progressiva erosione di un progetto partecipativo nazionale. L’importanza del tema scelto è presto spiegata. Attorno all’attività di Gino De Dominicis si consolida, tra fine anni sessanta e primi anni settanta, un passaggio cruciale: le retoriche eroicizzanti e politicistiche dell’Arte povera (e dintorni) cedono a motivazioni più elusive, “...