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Anna Maria Ortese

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Domani al Circolo dei lettori di Torino alle 18 / Pinocchio: il bambino ipercinetico e i panini imburrati

Sabato 19 gennaio al Circolo dei Lettori di Torino Carissimo Pinocchio, una giornata nel paese dei Balocchi. Pubblichiamo, come anticipazione ai tanti incontri di questa giornata dedicata al burattino, un testo di Marco Belpoliti, che domani sarà al Circolo dei Lettori alle ore 18 per l'incontro "Quando l'arte incontra un classico", con Ugo Nespolo.   È stato solo a metà degli Anni Settanta che ho capito perché Pinocchio era il libro della mia vita, quello in cui mi specchiavo e da cui traevo, sin dall’infanzia, gran piacere a ogni rilettura. Il burattino era un personaggio con cui identificarsi, ma mai fino in fondo; si poteva gioire e soffrire con lui, ma appena la storia me lo consentiva, mi distaccavo da lui; prendevo a osservarlo da lontano, lo giudicavo, lo biasimavo, subito pronto a ricominciare da lì a poco il gioco della prossimità. E questo movimento l’ho ripetuto per anni, ogni volta che leggevo dell’impiccagione al ramo della quercia grande; dell’arresto di Pinocchio, dopo la rissa sulla spiaggia con i compagni di scuola; di Lucignolo magnifico imbroglione; dell’Omino che stacca con un morso l’orecchio all’asino; delle infinite promesse alla Fata; della Lumaca...

Babel Festival 2018 / Sola come Clarice Lispector

Non so perché ho raccontato questa storia.  Avrei potuto benissimo raccontarne un’altra.  Anime vive, vedrete come si assomigliano tutte Samuel Beckett, Lo sfrattato   Clarice Lispector è sola – «sola come Kafka», è lecito affermare, adattandole una formula famosa. Sola come Sylvia Plath. Come Anna Maria Ortese. Come un cane. E d'altra parte, come scrive in La mela nel buio, è il cane che è in noi che sa riconoscere la strada. Fin da giovane, quando era famosa per la sua bellezza e la sua eleganza da diva del cinema, tanto da far pensare a uno strano ibrido di Virginia Woolf e Greta Garbo, Clarice ci appare prigioniera di un'intensità sovrumana, assorta sul bordo di un abisso interiore, di un fuoco centrale che è anche un nulla, una mancanza, l'ombra di un perpetuo fallimento («ogni storia di una persona è la storia del suo fallimento», osserva ancora in La mela nel buio). Più ancora che nelle fotografie, questa dolorosa forza centripeta è evidente nel ritratto che le fa Giorgio De Chirico nella primavera del 1945, mentre le voci degli strilloni che annunciano la fine della guerra irrompono nella quiete dello studio romano del grande pittore, a piazza di Spagna....

Godere senza limiti / Le cinque passioni del '68

Nel 1968 compii vent’anni. Ero da un anno studente alla Sorbona di Parigi, e quindi potetti partecipare al maggio 68 – da ossimorico militante individualista, non ero organico ad alcuna organizzazione politica. Ho ripercorso la mia esperienza all’epoca in un libro appena uscito, Godere senza limiti (Mimesis). Allora mi consideravo un comunista trotzkista, quindi in opposizione ai partiti comunisti pro-Unione Sovietica, il partito comunista italiano di Berlinguer e il partito comunista francese di Marchais. In quegli anni ho viaggiato molto tra Italia, Francia e Inghilterra, per cui ho potuto confrontare de visu i diversi “68”.  Che cosa è stato allora, il 68 francese? Lo chiamo francese, ma è evidente che quello italiano aveva molte affinità con esso. Rispondo che esso può essere capito in riferimento a cinque passioni: liberalismo libertario, dionisismo, spettacolarismo, fraternismo, dadaismo. Le illustrerò brevemente.   Liberalismo libertario     All’epoca la cultura dominante tra gli intellettuali sia in Italia che in Francia era comunista marxista. Era la cultura che avevamo ereditato dai nostri nonni, padri o amati professori. Eppure proprio nel maggio 68...

Tempo di libri - maestri / L'impegno etico di Anna Maria Ortese

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Nel primo di questi incontri, giovedì 8 marzo alle ore 16.00, Angela Borghesi parlerà di Anna Maria Ortese.   Ho incontrato Anna Maria Ortese tardi, vent’anni fa, quando nel maggio del 1996 uscì in libreria il suo ultimo romanzo, Alonso e i visionari, ancor oggi il mio prediletto. La storia del puma mi emozionò, mi commossero soprattutto le ultime pagine con l’altissima preghiera allo «Spirito del mondo». Da Alonso sono risalita a ritroso, lungo la sua prolifica produzione, attraverso Il cardillo addolorato (1993), Il porto di Toledo (1975), L’Iguana (1965), fino alle prose del Mare non bagna Napoli (1953). Ho citato le tappe per me più significative di un percorso lungo, vario e diseguale. Ortese morì poco dopo, nel marzo del 1998 a ottantaquattro anni. Fece in tempo a lasciarci un...

Le Piccole Persone / Anna Maria Ortese. L’altro vivente

Sulla terza pagina de La Stampa del 3 febbraio 1976 i lettori trovarono l’insolito ritratto di un cane con una corona di spine. Provocatoria pubblicità per un libro di (allora) prossima pubblicazione intitolato Imperatrice nuda, tale ritratto ne rappresentava appunto la copertina. L’autore era il pilota automobilistico, scrittore, e attivista svizzero Hans Ruesch, e Imperatrice nuda mirava a mettere la scienza medica attuale sotto accusa, espressione riportata e nel sottotitolo del volume e nella didascalia pubblicitaria su La Stampa. La quale didascalia informava inoltre che il libro si scagliava in particolare contro la sperimentazione a scopo farmaceutico sugli animali, una truffa – secondo Ruesch – a danno sia degli ignari cittadini sia di milioni di creature innocenti, come la raccapricciante casistica di esperimenti che dava corpo al volume voleva infatti dimostrare. Sia stato lo scandalo di tale casistica a convincere l’editore Rizzoli a ritirare il libro dalla distribuzione o qualche altra sconosciuta ragione, Imperatrice nuda scomparve presto dalle librerie ma divenne comunque il pretesto per un dibattito sulla vivisezione che dal quotidiano torinese si estese poi alla...

Liberate gli animali / Contro l’acquario di Genova

Genova, in una giornata di pioggia. Pellegrinaggio ai luoghi caproniani: l’ascensore di Castelletto, il monumentino di Enea… Scendo al porto antico, e salgo sull’ascensore del Bigo. Lì sotto, l’acquario. A Genova – mi dice un passante – vengono tutti ormai solo per questo. Titubo, non so se visitarlo anch’io. Ma piove, sono a due passi e non c’è un’anima all’ingresso. La pubblicità lo spaccia per il più grande acquario d’Europa, ma non credo lo sia. E, benché disegnato da Renzo Piano, che ha rifatto i connotati dell’intera area, dubito pure sia il più bello. È un grande scatolone rettangolare, grigio, ormeggiato in banchina. Lì vicino, a ponente, Neptune, il vascello secentesco che Roman Polanski fece costruire per il film Pirati con Walter Matthau, approdato qui come attrazione. Ma dopo il Vasa a Stoccolma nulla, nemmeno l’ingresso a soli 5 euro, può indurmi a entrare in questa ridicola brutta copia.    Scendo dal Bigo e mi decido, in fondo non ho mai visitato un acquario. Non ho mai visto nemmeno la leggendaria vasca tattile di Annastella, la collega che insegna didattica della biologia. Prima spiacevole sorpresa: 25 euro per l’ingresso mi sembrano eccessivi. Ma...

Papa Francesco, Anna Maria Ortese e gli animali / Cani e gatti in paradiso

«Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai cani e ai gatti e poi lasciano senza aiuto la fame del vicino della vicina, no no»: queste parole pronunciate venerdì scorso da papa Francesco durante l’udienza giubilare a San Pietro e rilanciate dalla stampa con titoli ad effetto possono sorprendere, o suonare stonate rispetto al testo dell’enciclica Laudato si’ del 24 maggio 2015. Potrebbero essere ricondotte al luogo comune che spesso sentiamo ripetere a chi mostra nei confronti degli animali sensibilità e affetto ritenuti eccessivi: «vi preoccupate tanto della condizione animale quando c’è gente che muore di stenti». È un’asserzione che – diceva Anna Maria Ortese – procede da un ricatto morale proprio di chi isola i problemi dell’uomo da quelli del suo ambiente. Semmai, si potrebbe forse aggiungere che il discrimine non è tanto tra l’essere attaccati ai propri animali e il non essere attenti al proprio simile in difficoltà, ma tra chi si cura dei propri cari, siano essi animali o umani, ed è indifferente alle sofferenze altrui, animali o uomini che siano. E, certo, è più probabile che a provare compassione per le sofferenze del proprio simile sia chi la prova per gli animali, che...

Animali domestici e squali equilibristi

Animali domestici (Adelphi 2015) di Letizia Muratori e L’equilibrio degli squali (Einaudi 2008) di Caterina Bonvicini sono due romanzi le cui autrici appartengono a una precisa generazione, quella delle nate negli anni Settanta e, almeno dal punto di vista anagrafico, inevitabilmente figlie di un periodo storico cruciale cui entrambe le trame di questi libri fanno riferimento in modo indiretto.   Che siano figlie di padri inutili come la dolce Chiara ritratta da Muratori, o figlie di madri peggio che problematiche come quella di Sofia, protagonista del romanzo di Bonvicini, è comunque l’ottica dell’eterna figlia quella con cui le protagoniste di questi due racconti tentano di restituire a chi legge, attraverso linguaggi molto diversi tra loro, una sorta di necessaria allucinazione. Uno shock che ridoni un minimo di vitalità a quell’impoverimento cui le minuterie quotidiane paiono destinate, e che insieme le salvi dalla remissività di crederle irrilevanti.   Ma Muratori e Bonvicini provano questa rianimazione anche assecondando ambizioni narrative più vaste. Nel 2004 entrambe le autrici compaiono su un’...

Anna Maria Ortese

Scrivere è sempre un dialogare con la morte, calarsi in un antro di voci che in realtà chiedono insistenti di esistere e di far esistere il mondo, a dispetto di tutto, e che, sospendendo la vita, domandano per una follia loro propria di far brillare ancor più la vita – di farla viva e tenace – come se passare per quello strano gorgo di parole tra l’ironico e il beffardo che sottrae il tempo e lo consuma, non sia che il modo necessario per ritornare a vivere, per dirsi vivi. È il potere di evocazione, di richiamo, proprio della scrittura che può fare della morte non il tragico evento di una perdita, il gambo reciso di una dipartita, ma la distanza in cui la parola si confronta per tenere insieme, per ricondurre ai viventi le loro perdite – per salvare – in un territorio in cui vita e morte davvero convivono. E questa morte, già inscritta in vita dentro il doloroso presentimento di un abbandono, nella cognizione di una perdita, in ogni triste cenno di congedo, appare di volta in volta nelle storie di quei personaggi ortesiani – bambini, innamorati, esclusi e poi principi, folletti e maghi, fanciulle...

L'albero sacro dei Maya

Napoli è città che ti marchia a fuoco, nelle carni e nello spirito. Può succederti, nella piazza pedonale dedicata a Dante, di essere investita da uno scooter e, a bordo del medesimo, trasportata al vicino ospedale dei Pellegrini. Ma poi, esser ripagata della disavventura da un’inattesa fioritura esotica, così spettacolare che ti par d’essere in Messico o in Argentina.       Anna Maria Ortese, una che di Napoli s’intendeva e ben conosceva le sue «infinite risorse», la «sua grazia naturale», quel suo «vivere pieno di radici», scrive: Qui, non so per quale bizzarria della natura, rovesciamento delle sue leggi, che del resto nessuno sospettava, tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, santità e dissolutezza, pietà e voluttuosa ferocia, troni e galere, mercati ed altari, patiboli e giostre, [...] tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva, a tutta prima,  una...

Quelli che aspettano

“Uno per uno, otto o dieci milioni di italiani […] sfiorano con il viso i nostri finestrini;  è una cosa possibile solamente al Giro. Un re, un Presidente della Repubblica, ne vedono meno: e non possono vederne tanti tutti assieme, in ventun giorni di lento andare […]. Seguire il Giro è un modo per conoscere gli italiani, per scoprire cose segrete del loro vivere, dei loro gusti, dei loro fanatismi, del loro costume”.   Così scriveva, il 7 giugno 1955, Orio Vergani,storico inviato del “Corriere della Sera” al Giro d’Italia. Pochi giorni prima aveva assistito a uno degli esiti più emozionanti nella storia della corsa rosa: durante la penultima tappa, la Trento-San Pellegrino due vecchi campioni, Fiorenzo Magni e Fausto Coppi, avevano teso un agguato alla maglia rosa, Gastone Nencini. L’avevano attaccato proditoriamente, mentre si era attardato a causa di una foratura. Alla faccia di quel fair play che oggi viene tanto sbandierato ma – abbiamo il sospetto – più che per radicata convinzione in forma di posticcio salvacondottomorale all’interno di un...

Riguardare. Gli oggetti di Michele Provinciali

Le spiagge di fine agosto serbano gli oggetti che i molti sbadati avventori hanno lasciato, chi gettato, chi dimenticato, chi nascosto; qualcuno è già stato restituito, un po’ per volta, a fine giornata durante l’intera estate, ma ora le cose celate sotto i cumuli di sabbia, prontamente e febbrilmente occultate dalla polvere o allontanate velocemente dall’acqua verso il mare aperto, dormono nella calma dei giorni invernali (per alcune il sonno dura mesi, per altre anni) prima di essere disseppellite come tesori nascosti. Il tempo di queste sparizioni diventa un tempo infinito in cui gli oggetti, persi sotto le dune, cambiano inevitabilmente, facendosi irriconoscibili, come svuotati o sconvolti da quella loro condizione di perdita e abbandono nell’attesa improbabile della grazia del ritrovamento. “Buttata via senza cattiveria come qualcosa che non serviva più” scriveva Anna Maria Ortese, riportando all’umano e ai suoi distacchi sempre sofferenti quel sentimento carico invece di una muta inevitabilità, di un destino senza voce e involontario che, riconosciuto, sembra appartenere solo alle cose. Quel sentimento o...