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Antonella Tarpino

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Tavoli | Corrado Stajano

Bisognerebbe ricorrere al paradigma indiziario del suo amico Carlo Ginzburg per trovare un filo tra le infinite suggestioni che offre il tavolo di lavoro di Corrado Stajano. Respinto sdegnosamente al mittente il sospetto di mise en scène, partiamo dalla cosa più ovvia, i libri: Guicciardini, Calamandrei, Antonio Cederna, moralisti della più bella tempra a cui si può associare lo scrittore cremonese (l’origine è denunciata da una bella scatola verde, in legno, del torrone Flamigni, in alto a sinistra).   Ma qualche indizio che la serietà è temperata da un istinto giocoso-burlesco – Giufà, la metà sicula – proviene dalla cancelleria, francamente in sovrannumero, con matite Staedler, quelle rosse e blu per le bozze, penne e pennarelli, quaderni e quadernini, alcuni, a dire il vero, un po’ vezzosi, un cancellino scolastico, una bussola, un tagliacarte dei Vietcong, regalo dell’amico Tiziano Terzani. Altro tema, le amicizie.   Una cartolina da Asiago, “saluti a grande velocità” di Ermanno Olmi, antico compagno di lavoro, una guida dell’Acropoli...

Ritorni a L'Aquila

In Quattro passi tra le nuvole (1942), Gino Cervi è un commesso viaggiatore che perde la coincidenza della corriera e si ritrova in un’Italia rurale, con usanze più primitive ma valori più solidi rispetto alla Roma piccolo borghese da cui proviene. Il bel film di Blasetti mi è tornato in mente prendendo l’autobus per L’Aquila dal terminal degli autobus di Roma Tiburtina. Poco distante c’è la nuova stazione dove arriva Italo, simbolo di una modernità che, a dire il vero, sembra già segnare il passo. Qui dai 15 stalli sono in partenza gli autobus che assicurano i collegamenti con l’Italia adriatica e dell’Appennino. Notava Giorgio Manganelli che la costruzione delle autostrade alla fine degli anni Settanta ruppe l’isolamento dell’Abruzzo col resto dell’Italia: una separazione non solo fisica ma anche mentale. Oggi in meno di un’ora e mezzo si arriva a L’Aquila e l’autobus – è un sabato di maggio – è pieno a metà di studenti che rientrano nel capoluogo per il fine settimana e di anziani che hanno finito di spicciare i loro affari...

Spaesati traghettatori tra rovine e futuro

Un atlante delle rovine, soprattutto se dedicato a un Paese come l’Italia, è creatura troppo variegata e stratificata, mutevole e ingannevole, perché possa accasarsi dentro le pagine di un solo libro, pur intenso e attentamente costruito quale Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro (pp. 250, € 18), che Antonella Tarpino ha appena pubblicato da Einaudi. Già c’è qualcosa di paradossale e contraddittorio, di speranzoso e scorato al tempo stesso (che sia “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo etc etc…”?) nel progetto di dar vita a una costruzione, seppur fragile come un libro, attingendo a rovine.   Rovine, non macerie, come già nelle pagine iniziali precisa l’autrice: poiché “la maceria… è traccia inerte del passato, sequenza muta di un tempo che non parla più”, mentre la rovina è il suo contrario: “irriducibile alla storia, o almeno alla cronologia (in quanto… incrocio di passati multipli, tutti inesorabilmente “in rovina”) essa dà tuttavia ancora segni di vita”....

Paraloup

  Paraloup è un borgo di poche case in pietra in valle Stura. Qui il giorno di San Giovanni (24 giugno) salivano dalla pianura i pastori alla ricerca di buoni pascoli, vivendo in povere case di pietra fino a che le prime nevi (siamo a 1.400 metri) consigliavano di scendere verso valle. Nel tardo autunno del 1943 salirono a Paraloup Dante Livio Bianco, Umberto Galimberti, Nuto Revelli, Giorgio Bocca: il confine francese era vicino, ma soprattutto si dominava la valle con un panorama ancora oggi incontaminato. Fu un inverno durissimo ed esaltante come raccontano le pagine di alcuni di loro.   Un luogo simbolo che la Fondazione Nuto Revelli ha scelto come centro della prima edizione del Ritorno ai luoghi abbandonati. Anche perché le case sono state restaurate, alcune iniziative sono partite già dalla scorsa estate. Ma che cosa è il Ritorno ai luoghi abbandonati? Non abbiamo voluto chiamarlo festival, perché non intendiamo la cultura come occasione di consumo, ma vorremmo che fosse una festa che coinvolga la “provincia granda” di Cuneo e chi avrà voglia di venire da più lontano. Un luogo dunque dove...