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Carlo Emilio Gadda

(56 risultati)

Tra Ottocento e Novecento / Piergiorgio Bellocchio: Un seme di umanità

Mi è capitato negli ultimi anni di incontrare Piergiorgio Bellocchio a Piacenza o d’estate in Versilia e ogni volta gli chiedevo a che punto fosse con il libro che raccoglieva le sue riflessioni, introduzioni e critiche su autori tra Ottocento e Novecento. Le risposte di Bellocchio nei primi tempi erano evasive, poi via via più convinte. Ho seguito l’iter della pubblicazione attraverso le notizie che mi davano gli amici Gianni D’Amo, a cui il libro è dedicato, e Luca Baranelli, che lo hanno fiancheggiato nelle diverse fasi. Ora finalmente possiamo leggere Un seme d’umanità. Note di letteratura (Quodlibet) ed è un avvenimento da festeggiare perché Bellocchio, pur essendo stato animatore di riviste come ‘Quaderni piacentini’ e ‘Diario’, con l’amico Alfonso Berardinelli, ha preferito restare appartato, come se uno sguardo di sbieco fosse il più efficace per comprendere il proprio tempo. Un lettore di provincia? Mi veniva in mente la formula applicata a Renato Serra, un critico dei primi del Novecento, il primo a fare kulturkritik nel nostro Paese. Solo una suggestione, anche se Bellocchio non si è mai spostato da Piacenza, dove vive in un anonimo condominio anni Sessanta. È qui che...

1930 - 2020 / Arbasino in blu

Per chi guarda, a sinistra della foto anni Cinquanta, il Giovane è in abito che si indovina grigio, e sotto la giacca sbottonata si intravede il gilet; a destra il Vecchio è in abito scuro (presumibilmente, anzi con sicurezza: blu) e dal taschino esce il fazzoletto d’ordinanza. Per iscritto, il Giovane si è appena dichiarato, o sta per dichiararsi, Nipotino dell’Ingegnere; perché il Vecchio, che fa l’Ingegnere, ha scritto prose incantevoli. E più di tutte ha incantato il Giovane L’Adalgisa. La foto, a sinistra Alberto Arbasino a destra Carlo Emilio Gadda, è eloquente; e dice che Gadda non era più solo uno stravagante portato della prosa d’arte, ma diventava una funzione delle nostre lettere, come poi spiegherà Gianfranco Contini, quando andrà alle stampe la Cognizione del dolore. Intanto un gruppo di giovani scrittori elegge Gadda a nume di famiglia: i nipotini dell’Ingegnere, appunto. Coloro che dalla sua prosa, non imitandola, ma scrutandone gli innumerevoli risvolti, hanno tratto linfa nuova per la lingua italiana (discorrendo con lui en petite comité: tra gli altri Angelo Guglielmi, Pietro Citati, Goffredo Parise, Giulio Cattaneo).   Quando si lesse il libro che Arbasino...

1930 - 2020 / La frivolezza di Arbasino

Nella foto che gli aveva scattato Giulia Niccolai all’inizio degli anni Sessanta, Alberto Arbasino appare bellissimo. Di profilo con i capelli pettinati all’indietro, che ha poi conservato per il resto della sua vita, anche quando sono diventati bianchi, e poi la cravatta e l’impermeabile, anche quest’ultimo un compagno consueto portato nelle mezze stagioni di una volta, lui sempre così elegante e pieno di charme. Giulia Niccolai, allora una giovane e bravissima fotografa, prima di diventare una poetessa della neoavanguardia, l’aveva ritratto in un servizio di cui un altro scatto è poi finito sulla copertina del capolavoro di Arbasino allora in prima edizione, Fratelli d’Italia, anno 1963, il libro della sua vita. Qui si è appena girato, e ha metà del viso in ombra; nell’altra in luce dimostra tutta la sua giovinezza, quella giovinezza che è rimasta a lungo sul suo volto, anche quando gli anni sono passati implacabili, giovinezza che è stato il carattere principale della sua scrittura: vivace, brillante, a tratti querula, sorvegliatissima e immancabilmente perfetta. Quella fotografia ce l’aveva data insieme a innumerevoli altre – Alberto sul Monte Olimpo, Alberto alla Grande...

Giuseppe Mussardo e Gaspare Polizzi / L’infinita scienza di Leopardi

e quando miro in cielo arder le stelle; / dico fra me pensando: / a che tante facelle?/ Che fa l’aria infinita, e quel profondo / infinito seren? che vuol dir questa / solitudine immensa?   Nei versi del Canto del pastore errante dell’Asia (1830) lo sguardo rivolto al cielo si apre all’interrogazione sulla condizione umana, allo stupore pascaliano sull’esistenza dispersa nell’immensità dell’universo. “Mirare” il cielo non è per Giacomo Leopardi solo accento lirico, è anche il lascito di una solida formazione scientifica, dove l’astronomia, “la più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze”, occupò un posto di primo piano, come attesta l’impressionante erudizione della Storia della Astronomia. Dalla sua origine fino all’anno MDCCCXI, composta a quindici anni, nel 1813. Quando parla del cielo, il poeta degli spazi infiniti e dei dialoghi con la luna sa bene di cosa sta parlando, ha spiegato Gaspare Polizzi nei suoi scritti, da Leopardi e le “ragioni della verità” (Carocci, 2003) fino a Io sono quella che tu fuggi. Leopardi e la natura (Edizioni di storia e letteratura, 2015). Ora Polizzi, in collaborazione con Giuseppe Mussardo, docente di Fisica teorica presso la Sissa di...

Anime in streaming / L’armonia tecnica di Hayao Miyazaki

Nella Meditazione Milanese Gadda esprime una felicità quasi animistica nei confronti delle macchine, o meglio dei sistemi meccanici. Descrivendo una centrale elettrica e i suoi componenti - la turbina, l’alternatore, la condotta dove scorre l’acqua di caduta, ma anche le infinite macchine lontane che compongono la rete - lo scrittore-ingegnere si immedesima nel Macchinista, colui che vigila sulla “felicità totale del sistema” attraverso le indicazioni che gli giungono dagli strumenti di misura. “Se le indicazioni delle lancette sono irragionevoli, la mente conduttrice avverte l’infelicità del sistema”, dice Gadda.    La stessa empatia per l’armonia tecnica e la felicità meccanica la troviamo in Miyazaki Hayao, il Dio degli anime (come Tezuka Osamu lo è stato dei manga). L’amore per le macchine in Miyazaki è amore per gli aerei, di ogni forma e fattura. Immense corazzate volanti che solcano i cieli come cetacei il mare, eleganti alianti e deltaplani ibridati con ali di insetto, rossi idrovolanti che planano sull’acqua azzurra, dirigibili bimotore a forma d’uccello che sferragliano tra le nuvole. L’elenco sarebbe infinito e necessiterebbe di un atlante a sé, tale è la...

Don Alessandro nel cuore di Milano / La Casa del Manzoni

Ogni casa è un corpo e, come tutti i corpi, può abitare diversi stati: può essere gioiosa, viva, morta, imbalsamata, dolente, aperta, inafferrabile, priva di qualcosa, rispetto a cui pure vive… Inoltre, come i corpi, anche le case non mancano dei loro sintomi. A volte si nascondono, sono sintomi incistati e richiedono lunghi periodi per darsi nella loro leggibilità. Spesso precludono l’accesso alla dimensione più segreta e intima di una casa. Altre volte questa dimensione ci si rivela sin da subito: basta un dettaglio e tutto inizia a parlarci. Là si offre al visitatore una storia, gli si offre la casa nella sua presenza singolare e unica. Altre volte il sintomo rivelatore si fa attendere e si lascia osservare solo tempo dopo, in seguito alla visita, magari in forma di un’immagine che nel ricordo balena nella giusta luce. Abbiamo attraversato delle stanze mute e solo a posteriori si dimostra la chiave che può svelarcene il vero volto. Ora vediamo quelle stanze grazie al contributo di un determinato dettaglio, quando già il nostro ricordo iniziava a volatilizzarsi e le nostre immagini a indebolirsi.     Il sintomo di questa casa mi si rivela solo a visita terminata....

Saggi dispersi / Gadda, Divagazioni e garbuglio

«Gadda ha la mano pesande, la mano pesande»: non lo dice il commissario Ciccio Ingravallo, ma — allo stesso modo, ubiquo ai casi — Benedetto Croce, al quale il gran lombardo risponde idealmente con un signorile «aveva ragione». Di Carlo Emilio l’amato Montale (unico tra i connazionali contemporanei che stimasse veramente) racconta alcuni aneddoti gustosissimi che spiegano in parte la concrezione inimmaginabile dei suoi entretiens. In una circostanza, il romanziere fuggì dalla finestra di una casa di amici che lo avevano ospitato o meglio trattenuto, tra ritardi, cincischi e acquazzoni, per tre giorni. In un’altra occasione (il racconto è mediato dai ricordi della Volpe), nella villa dei Rodocanachi, dopo una cena sobria — causa il «viso da Venerdì Santo» di Montale, commensale inappetente dell’Ingegnere, tanto da farlo sentire in colpa ogniqualvolta venisse servito il bis — Gadda, che pure aveva una fame preistorica (esattamente come Gonzalo Pirobutirro), chiese di uscire in giardino per «esigenze peristaltiche». In realtà, si reca a bell’e meglio in un’osteria, dove ordina una bisteccona al sangue. Esce senza pagare, per la fretta di tornare alla festa. Solerte, il proprietario...

Folte fronde e legno duro / Carpino, un albero charmant

I francesi lo chiamano Charme, e di fascino il carpino ne ha da vendere. Bianco o nero per me pari son: il Carpinus betulus (carpino bianco o comune) e l’Ostrya carpinifolia (carpino nero o carpinella), ordine Fagales, famiglia Corylaceae, la stessa dei noccioli. Belli entrambi, specie nei giorni d’inizio autunno quando le foglie dalla cima, e gradualmente giù giù fino alle falde inferiori, cominciano a virare nel giallo, e il verde piglia quella sfumatura olivastra così inconfondibile. Confesso: ho un debole per questi alberi in questo preciso momento dell’anno. Sarà perché il mio moroso ha gli occhi proprio di quel colore lì, sarà perché uno (bianco) mi è capitato in giardino e l’ho tirato su aiutandolo a destreggiarsi col grande, vecchio e competitivo castagno che lo costringe in postura assai scomoda. Sarà perché c’è pure il Carpinus betulus pyramidalis, dall’armonica forma a cono ramificata fin dalla base che, in duplice filare, più di altri alberi mi conquista: la mia passione per i cimiteri m’induce a suggerire di adottarlo al posto dei cipressi, come nel camposanto di Rivarolo Mantovano dov’è sepolto il grande Gorni Kramer. Creano un’atmosfera più pacificata, più domestica...

(Cicerone, De Officiis, quel che è giusto fare.) / L'etica spiegata a mio figlio

Cicerone. Un nome così famoso da esser diventato sinonimo di guida (ancorché turistica), sulla base di quel procedimento noto come antonomasia – e tuttavia non ha mai goduto di buona stampa, Cicerone. A cominciare dai suoi contemporanei. Per Catullo, che gli dedicò un bigliettino grondante d’ironica riconoscenza, era “optimus omnium patronus”, complimento ambiguo, dato che può significare sia “il migliore di tutti gli avvocati”, ma anche, e forse più, “il migliore avvocato di tutti”, nel senso che qualunque cliente era buono per lui. Per Virgilio poi era uomo di “ventosa lingua” e di “fugaces pedes”, ossia molto verboso ma poco coraggioso e lesto nel darsela a gambe, se è vero che va identificato nel personaggio di Drances, influente membro del concilium dei Latini che compare unicamente nel libro undicesimo dell’Eneide. (Che sotto le spoglie di Drance si celi in realtà Cicerone è dato molto discusso, ma Ettore Paratore nel suo commento inclina a credervi.)   Per il fondatore della moderna storiografia romana, il celebre Mommsen, il nostro autore era niente meno che “un giornalista, nel senso peggiore del termine”. Eppure un poeta antico, vissuto un centinaio di anni dopo di...

Lettere dal confino / Contro le virgolette (ma anche contro gli a capo)

Detesto le virgolette. Le accetto, ma dovrei dire le tollero, soltanto come segno grafico di un dialogo. A volte, per non dire sempre, lo scrittore deve uniformarsi allo stile dell'editore. Sin dall'inizio segnalavo i dialoghi con un sobrio trattino ma nel tempo le virgolette hanno vinto anzi stravinto. Le virgolette sono il simbolo della volgarità contemporanea. Neanche gli accapo andrebbero lasciati all'editore. Kafka non andava a capo. Perché un libro è soltanto scrittura. Uno spartito non va mai a capo, si volta pagina. La vita dello scrittore è grama e piena di sconfitte. Si combattono singole inutili battaglie, piccole enclave dentro una battaglia già persa. No, le virgolette non andrebbero mai usate. Non andrebbero scritte né accennate con la punta delle dita, non andrebbero neanche pensate. Se un uomo pensa con le virgolette toglietegli il saluto. A quelli che le annaspano in aria davanti ai miei occhi stupefatti non rispondo affatto, annichilito dalla loro incoscienza. I poeti si prendono una grande responsabilità andando a capo così di frequente ma per l'appunto scrivono dei versi, chiamati così nella loro completezza concatenata che deve avere un suo perché. Se questo...

CERN, 7 - 12 Maggio 1984 / Daniele Del Giudice, Taccuino di Ginevra

“1984: Orwell ha sbagliato”. Così recitava una pubblicità dell’Olivetti M20, inneggiando alla nuova rivoluzione “dell'informazione distribuita, dei piccoli strumenti dalle grandi capacità: dei "Grandi Fratelli" che si rimpiccioliscono sino a diventare "amici personali", personal friends, personal computer.”  Dall’altra parte dell’oceano, nello stesso anno, Steve Jobs inaugurava il lancio del nuovo Macintosh con un famoso keynote address e un altrettanto rinomato spot pubblicitario che sfidava apertamente il “grande fratello” IBM. “Sarà il Grande Blue (IBM) a dominare l’intera industria dei computer? L’intera era informatica?” chiedeva Steve Jobs a una folla in adorazione. “Aveva ragione George Orwell sul 1984?” Ovviamente, Orwell non si sbagliava perché la sua critica non era rivolta alla “cattiva maestra televisione” (o ai computer in questo caso), ma al pericolo di un regime totalitario capace di controllare le masse attraverso la tecnologia. Trentacinque anni di distanza dal quel fatidico 1984 hanno dimostrato che la lungimiranza degli scrittori spesso supera la perspicacia degli innovatori – persino dei più brillanti come Olivetti e Jobs.    È forse anche per...

La Germania di Tacito

“Uno dei cento libri più pericolosi al mondo”, così Arnaldo Momigliano definì la Germania di Tacito, di cui esce ora una nuova edizione, egregiamente curata da Giuseppe Dino Baldi, per i tipi di Quodlibet: novantacinque pagine di testo (e traduzione), accompagnate da ben duecentoquaranta pagine di commento (in corpo minore). E questo perché il curatore è consapevole che, in quest’opera, “quasi ogni parola apre labirinti di senso il cui intrico è accresciuto dalle interpretazioni prodotte ostinatamente nei secoli”. Ciò, aggiunge, “può essere faticoso per chi legge”, ma assicuriamo che non è fatica quella che abbiamo provato nel delibare annotazioni così ricche e sostanziose, tutt’altro. Comunque l’importante, come diceva Breton, è sapersi orientare nel labirinto. Cerchiamo quindi di indicare alcuni possibili fili di Arianna che disegnino dei percorsi all’interno di questa trama avvincente, stesa tutt’intorno al nudo corpo del testo.   Innanzitutto, riallacciandoci al tagliente giudizio di Momigliano, cerchiamo di sondare la dimensione “maledetta” della Germania tacitiana (o, più correttamente, De origine et situ Germanorum, secondo il codice di Hersfeld, capostipite solo...

Dialogo con I. B. Siegumfeldt / Paul Auster, Una vita in parole

James Joyce negli anni Venti è a Parigi, ad una festa, una donna gli si avvicina e gli chiede se può stringere la mano a chi ha scritto l’Ulisse. Joyce, prima di offrire la mano destra, la alza, la scruta e dice: «Signora, mi permetta di ricordarle che questa mano ha fatto anche molte altre cose». L’aneddoto termina qui. Il siparietto cala. Tutto è lasciato alla fantasia della donna. Il punto, però, è un altro; il punto è che qui, il doppio senso spiana la strada a se stesso, e nonostante le mani di tutti, ogni giorno, compiano gesti come aprire e chiudere una porta, piegare asciugamani, estrarre soldi dal portafoglio e scostare le coperte del letto, si è portati a pensare ad altro. Joyce, scrive Paul Auster riportando questo aneddoto in Diario d’inverno (p.132), probabilmente, voleva che la donna pensasse «al gesto di pulirsi il culo, di mettersi le dita nel naso, di masturbarsi a letto di notte, di ficcare le dita nella fica di Nora». L’amabile Nora Barnacle, aggiungiamo noi.   La meccanica razionale, newtoniana, di tutta la letteratura di Paul Auster si consuma nella brace di questo aneddoto: l’analisi sul gesto della mano, la frase rifinita ad hoc del protagonista, il suo...

Accendere le speranze / Gli alberi e le parole di Tiziano Fratus

Il primo articolo della Dichiarazione dei diritti dell’albero proclamata quest’anno al Parlamento francese recita: “L’albero è un essere vivente fisso che, in proporzioni comparabili, occupa due ambienti distinti, l’atmosfera e il suolo. Nel terreno si sviluppano le radici, che catturano l’acqua e i minerali. Nell’atmosfera cresce la corona, che cattura l’anidride carbonica e l’energia solare. Per questo, l’albero svolge un ruolo fondamentale nell’equilibrio ecologico del pianeta”. Di questo miracolo della natura è appassionato Tiziano Fratus, scrittore, fotografo, naturalista, cercatore d’alberi. Guardo le sue fotografie, tutte realizzate in un severo ma luminoso bianco e nero. In un mondo sull’orlo del precipizio di cambiamenti climatici forse irreparabili, i suoi alberi, i suoi saggi e le sue poesie sono una salvifica distrazione per la mente, un universo parallelo, da esplorare senza fretta.      Nei libri annoda conoscenza naturalistica, evidente nei saggi, con un meditare che al sapere aggiunge profondità, coscienza e responsabilità. Dalle pagine e dalle fotografie traspare l’invito ad andare a vedere, a camminare e riflettere in mezzo ai pini...

Il Novecento del Duemila / Nani sulle spalle di nessuno

Si può dire un disagio, il mio disagio, in pochissime parole. La rivista «Carta d’Italia», per le cure di Emanuele Zinato, ha dedicato un intero numero al tema Letteratura italiana: il nuovo secolo; ne è seguita una due giorni di discussione pubblica denominata «Stati generali della letteratura italiana» (Bruxelles, 6-7 giugno); e si è tornati a casa avendo scoperto che il Novecento non si è (ancora? mai?) chiuso. Il Duemila non esiste, scordatevelo. Quanto di buono continua a fare la letteratura italiana d’oggi lo fa perché non ha perso il suo collegamento con il Novecento. Siamo ancora tutti figli di Gadda e Debenedetti, di Zanzotto e Pasolini, di Pagliarani e Baldacci. Ma figli proprio nel senso che non possiamo non riconoscerci in ciò che nelle loro opere è stato detto e fatto, una volta per tutte. I padri e i nonni hanno disegnato uno scenario dentro il quale siamo tenuti a integrarci per rispondere a un presente desolante e desolato. Editoria in sé e per sé alienante, perché venduta al mercato; mondo della Rete come luogo del disvalore, del mero narcisismo; progresso inarrestabile della non-letteratura, a volte definita paraletteratura (!), che oggi riesce ad avvalersi dell’...

Il pugile che si dimenticò di combattere / I soldati di Giulio Trasanna

Immaginate un pugile, che, una sera, invece di salire sul ring, se ne sta tranquillo a casa, semplicemente perché s’è scordato di combattere. E perché poi s’è scordato di combattere? Perché qualcuno gli ha messo tra le mani una copia di Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche e lui, il pugile, si è gettato così a capofitto nella lettura da dimenticare tutto il resto, combattimento compreso. Il fatto non è inventato. Il pugile ha un nome e un cognome. Si chiamava Giulio Trasanna. Nato in Svizzera (nel 1905), cresciuto a Udine, vissuto a Milano, dove conobbe fior di scrittori e intellettuali (Sereni, Treccani, Visconti, De Grada e altri) e morto all’ospedale civile di Angera, riva sinistra del Lago Maggiore, nel 1962. Salvatore Quasimodo lo ricordò in un articolo il cui titolo, assai eloquentemente, suona Un poeta morto di stenti.   Un emarginato dunque, o, quanto meno, il classico esempio di outsider, di scrittore autodidatta lontano dalle tertulie, chiamiamole pure cricche, o non abbastanza integrato in esse per poter emergere quanto meritava. Nonostante ciò riuscì ad esercitare ugualmente un suo efficace magistero su alcuni giovani dell’epoca, tra i quali spicca...

Lo Stradone / Francesco Pecoraro, un’apocalisse lentissima

La città che costruiamo è un prodotto collettivo; la città demmerda è un’incerta, auto-celebrante, messa in figura della gente demmerda che ci abita e che la costruisce. Niente di più, ma neanche niente di meno.   Già nel 1960 Giorgio Manganelli, del Pasticciaccio di Gadda, poteva indicare la novità di scala e grana dell’osservazione, nella «visione in grande […] esercitata su oggetti fatiscenti e sfatti». Sicché non si sbaglia a pensare, forse, che natura di Roma sia stata, sempre, quella d’essere la rovina di se stessa. Anche nella sua stagione più canonica, rinascimentale e barocca, la gloria di quelle forme architettoniche luminose quanto arroganti si fondava sul magma di una classicità perenta e deprivata di senso, senza scrupoli depredata e riplasmata. Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. «Il barocco», ha scritto Ungaretti, «è qualche cosa che è saltato in aria, che s’è sbriciolato in mille briciole: è una cosa nuova, rifatta con quelle briciole, che ritrova integrità, il vero».    In questo meccanismo crudelmente vitale, però, qualcosa – forse giusto al tempo del Pasticciaccio – s’è inceppato. Da quel momento in poi, lo sfarinarsi...

17 aprile 1919 – 17 aprile 2019 / Tutti i mostri di Wilcock

S’incomincia con un camera car lungo i sobborghi periferici di una metropoli sconosciuta. Una periferia in bianco e nero, povera e semideserta: baracche addossate le une alle altre, qualche auto parcheggiata, un paio di bambini che corrono rasente i muri, cartelloni pubblicitari. Stacco. Davanti alla macchina da presa si spalanca un grande viale, maestose rovine sbucano sullo sfondo, inconfondibili: Roma. Una Roma (ancora per poco) tardo-pasoliniana, ma forse già pronta per la flânerie a motore di Nanni Moretti.     Si fa strada sulle immagini la voce di Pino Locchi (il doppiatore storico di Sean Connery, per intenderci): Juan Rodolfo Wilcock, nato a Buenos Aires, vive ormai da molti anni in Italia, dove svolge la sua attività di scrittore. Ha pubblicato numerosi libri, tra cui ricordiamo i racconti de Il caos, le poesie spagnole, le poesie de La parola morte, le prose de Lo stereoscopio dei solitari, i racconti-saggi de La sinagoga degli iconoclasti. Ha collaborato e collabora con alcune delle maggiori testate giornalistiche italiane. Abita a Roma, in periferia, ai margini della città: di quella città spesso al centro delle sue migliori creazioni letterarie…. ...

Un peso all'altezza del cuore / Grace Paley. Tutti i racconti

A volte, per entrare nelle pagine dei grandi – gli autori che, per dirla con Lukács e con Franco Moretti, hanno fatto della forma la “risoluzione di una dissonanza dell’esistenza” – è necessario bussare. Per rispetto e con cautela, perché c’è sempre il rischio di distorcerne la poetica piegandola più del dovuto all’arbitrio. È sufficiente un temporaneo stato di rilassamento generale delle forze perché il lettore perda la capacità di storicizzare. Sarebbe un peccato, soprattutto quando si ha a che fare con autori inequivocabilmente politicizzati e capaci di trasformare la condizione soggettiva nella rappresentazione di un’esperienza umana che non è estranea al tentativo di afferrare il proprio presente, sempre incalzante ma così imprendibile.  Quando la risolutezza con cui alcuni autori del Novecento hanno esplorato i grovigli insondabili della memoria del sé si lega a una riflessione più ampia sulla lingua e sui codici dell’ambiente sociale e del lavoro, così come sul rapporto con la religione, l’ideologia, le tradizioni, quest’attitudine alla combinazione di un certo tipo di militanza spirituale e di predisposizione al riposizionamento costante rispetto al mondo merita uno...

Il corpo della scrittura dalla letteratura al teatro / La voce umana è un miracolo

“La voce umana è un miracolo”, dice Mucho Maas, dj radiofonico, a sua moglie Oedipa, protagonista del secondo romanzo di Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49. Naturalmente noi non ci addentreremo nella labirintica trama del romanzo, cui pure viene attribuita la fondazione della letteratura postmoderna, né nel mirabolante mondo di Pynchon; questa affermazione ci servirà per introdurre senza troppi preamboli il rapporto voce-corpo/lingua-testi letterari, con particolare attenzione ai grandi autori e sperimentatori del Novecento italiano. Ma innanzitutto occorre chiederci: perché, per dirla con Pynchon, la voce umana e sempre un miracolo? Forse potremmo dire, molto semplicemente e in primo luogo, perché la voce è la parte più segreta e misteriosa del corpo umano, dal momento che, anche se non dovrebbe essere necessario ribadirlo, la voce è corpo. La cosa però non è così scontata, se è vero che ancora oggi in molte scuole di formazione per attori, dove il corpo e la voce sono materie di studio, le due cose vengono nettamente separate e insegnate come fossero entità distinte. Da un lato il corpo dall’altra la voce, come se dovesse spettare poi successivamente all’attore mettere...

La poesia che (non) insegna / La prima guerra mondiale di Andrea Cortellessa

A vent’anni dalla sua prima uscita, Bompiani ripubblica il libro di Andrea Cortellessa, Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella prima guerra mondiale (nel 1998 era stato edito da Bruno Mondadori con una prefazione di Mario Isnenghi). Si tratta di un’edizione notevolmente ampliata e aggiornata, e non solo per ragioni di canone (autori e testi aggiunti) o bibliografiche. Cortellessa si impegna a fare il punto su una serie di questioni storiografiche che vanno ben al di là di un orizzonte letterario, e comportano una rilettura complessiva delle ricerche sulla prima guerra mondiale. Il particolare – la poesia – riesce a fare luce su una totalità di fenomeni extraletterari.   Ma andiamo con ordine. Non c’è dubbio che un intento del genere caratterizzava anche la prima edizione. Ne faceva fede la sofferta e decisamente irrituale prefazione di Mario Isnenghi: che da un lato appariva ammirato nei confronti di quel giovanissimo e bravissimo studioso, ma dall’altro lato era insospettito dal fatto che una tesi forte – di natura, diciamo, risolutamente pacifista – mettesse in discussione le acquisizioni di una storiografia che negli anni Sessanta lo stesso...

Gli italiani e la manutenzione / Dal ponte Morandi a Carlo Emilio Gadda

Nelle ore successive al crollo, ho subito pensato a Gadda. Poi, quando hanno iniziato a piovere su tutti noi le solite snervanti dichiarazioni di politici e amministratori, mi sono detto che non c’è niente da fare, che siamo refrattari a tutto – come scriveva Alberto Savinio a proposito degli italiani “immortali”. Qualche anno fa con l’amico Ferrario abbiamo fatto un film sull’idea di progresso, “La zuppa del demonio”, su  cui trovate le riflessioni di Marco Belpoliti per Doppiozero. A partire dalle immagini conservate a Ivrea presso l’Archivio del Cinema d’Impresa, avevamo cercato di imbastire un ragionamento sul passato industriale del nostro paese, sulle speranze e le illusioni e gli sbagli di quella straordinaria stagione di sviluppo economico e civile, già in via di esaurimento a partire dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.   Molti spettatori, nei mesi seguenti, ne avevano sottolineato la vena malinconica, qualcuno mi aveva scritto di aver sperimentato alla fine del film la sensazione che si prova quando ci si sveglia dopo un bellissimo sogno e si rimpiange di scoprire che si trattava, appunto, soltanto di un sogno. L’ultima citazione, in effetti, è al...

Einaudi e Mondadori / Mario Tobino. Il clandestino conteso

Esistono centouno quaderni manoscritti, compilati a partire dal 4 marzo 1945, che compongono il diario dello psichiatra e scrittore Mario Tobino. Sono stati conservati dagli eredi, e non c’è opera tobiniana che non sia lì testimoniata nella sua genesi e nel suo sviluppo. Narratore di cui si possono riconoscere agilmente almeno due grandi partiture: quella della follia (esemplificata in opere come Le libere donne di Magliano o Per le antiche scale) e quella del fascismo e della guerra (i cui titoli di maggior circolazione sono forse Bandiera nera, Il deserto della Libia, Il clandestino), accomunava tutti i suoi lavori dalla costante ricerca di un’immedesimazione sincera con i silenzi dei personaggi, con le loro attese più oscure, con la realtà che essi abitano. E se ciò è certamente presente nelle opere sulla follia – per Tobino era necessario stabilire una relazione interpersonale con i pazienti, non essendovi altrimenti nessuna cura psichiatrica – è altrettanto evidente nei, per così dire, romanzi di guerra.   Persino in un’opera corale come Il clandestino. Nelle pagine di questo romanzo, la Resistenza è infatti tutt’altro che idealizzata; viene semmai rappresentata nella...

Learning by doing / Il design di Marco Zanuso o della sperimentazione

RovelloDue – Piccolo Spazio Politecnico   Forse non tutti sanno che il Politecnico di Milano ha una propria sede espositiva in via Rovello, presso il Piccolo Teatro. Almeno io lo ignoravo e come me anche molti che lo hanno scoperto grazie a Marco Zanuso (1916 - 2001). E da chi altri si poteva esserne informati, se non da uno dei componenti dello storico trinomio (o, meglio, della storica divina triade) formata da Paolo Grassi, da Giorgio Strehler e da Zanuso stesso, che del Piccolo Teatro è stato il grande architetto?  Proprio lì, infatti, gli è stata recentemente dedicata una mostra. La location espositiva si chiama RovelloDue – Piccolo Spazio Politecnico e la sua ridotta metratura non fa che confermarne l’aggettivo qualificativo. Tuttavia essa è bastevole per costituire una valida testa di ponte alle iniziative culturali del PoliMi nel cuore della città meneghina. A dire il vero, RovelloDue è una sede attiva già dal 2016, nata “dall’incontro tra Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa e Politecnico di Milano, legati da una profonda sintonia e da una lunga collaborazione,” che, secondo la condivisibile tesi di Sergio Escobar, direttore del Piccolo, è stata voluta...