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Claude Monet

(6 risultati)

Poppies! (and cornflowers)

Paradossi del paesaggio postmoderno: per ritrovare insieme fiordalisi e papaveri bisogna andare all’Expo. Per l’universale occasione li hanno seminati negli spazi verdi intorno ai padiglioni, mentre in centro vestono a nuovo le aiuole del Castello Sforzesco con il compito di richiamare alla memoria i campi di grano. Quelli di una volta, quelli ritratti da Claude Monet nei suoi celebri en plein air, vittime oggi di un’agricoltura noiosa, armata di diserbanti e volta al massimo profitto, ma che non sa (non vuole) sfamare l’intero pianeta. E pensare che mia madre raccoglieva le giovani rosette basali dei papaveri – le chiamava, chissà perché, “madonnine” – per dar gusto e consistenza alle misticanze.     Erbacee annuali, con radici a fittone, gambi nudi e pelosetti, fiori solitari, inodori ma dai colori squillanti, rosolacci e garofani dei prati (questi i loro nomi volgari) approfittavano volentieri dei coltivi per dar forma con le spighe dorate all’emblematico bouquet estivo. Scacciati dalle colture, quanti cappelli di paglia orfani! Quanti fiordalisi in crisi d’identità, in cerca di...

Artisti per Bertagnolli / Olimpia Zagnoli. La leggerezza è pop

Un segno, tracciato su un foglio, può farsi segno di molte cose: può dare vita a un volto e costruirgli intorno una storia, può intagliare un marchio o definire un progetto grafico. E dietro il packaging di un prodotto può esserci lo stesso lavoro che c’è dietro una copertina del New Yorker.Disegnare, ovvero, può dirsi in molti modi. E l’impero dei segni e dei disegni, per strizzare l’occhio a Roland Barthes, ha confini frastagliati, che separano e allo stesso tempo mettono in contatto mondi molto diversi tra loro: l’illustrazione, la grafica editoriale, il fumetto.Puntata dopo puntata cercheremo di esplorare questi territori, raccontandoli attraverso le parole e le immagini di quanti, in Italia e all’estero, si sono distinti come autori di graphic novel o di libri per ragazzi, come illustratori o grafici. Per tracciare la rotta, sempre in movimento, di alcuni dei più importanti protagonisti del disegno e contemporaneamente mettere insieme un piccolo atlante di questi mondi, divisi solo da un sottile filo di matita.   Campiture piatte, senza sfumature. Linee decise, senza esitazioni: se non sono curve, allora sono spigoli. Figure stilizzate, bidimensionali,...

Rothko e i suoi vandali

Domenica 7 ottobre, poco dopo le tre del pomeriggio, un ragazzo entra alla Tate Modern di Londra e si dirige verso la sala con i Seagram’s Murals dipinti da Mark Rothko. Dopo una breve sosta su una delle due panche si alza e, armato di pennello e pittura nera, scrive sull’angolo inferiore destro di Black on Maroon (1958): “Vladimir Umanets ‘12, A Potential Piece of Yellowism”. Esce dal museo, sorpreso che nessuno lo abbia fermato. Ci resta così male che, prima di essere prelevato a casa dalla polizia il giorno successivo, rivendica la paternità del gesto. Vladimir Umanets o Wlodzimierz Umaniec, di nazionalità russa (come Rothko) o polacca, anni 26, professione artista, cofondatore (assieme Morcin Lodyga) del movimento Yellowism o Giallismo. Di cosa si tratta? Non una corrente, né arte né anti-arte, è “un elemento della cultura visiva contemporanea”. Promuove un mondo in giallo. Mi fa venire in mente gli ultimi anni di Monet e Van Gogh e la loro xantopsia, un’alterazione della percezione dei colori causato dalla cataratta che fa vedere il mondo come avvolto in una nube giallastra....

Fuori sede

Le scuole hanno chiuso: per alcuni sono arrivati gli esami e in certi casi il pensiero va già all’università, magari da frequentare “fuori sede”, in città italiane diverse da quelle di residenza, o “addirittura” in altri Paesi.   Generalmente è una situazione - quest’ultima - che entusiasma le future matricole, e un po’ meno i genitori delle stesse. Vuoi per l’aspetto economico, non indifferente, vuoi per timori d’altra natura, diciamo relazionali. Ecco, se proprio ci si volesse fare del male, la lettura adatta per l’estate è Io sono Charlotte Simmons (2004) di Tom Wolfe. Dove si narra del primo, travagliatissimo anno alla Dupont University della protagonista, che proviene da un paesino del North Carolina ove… “I Simmons non avevano mai dato una festa a casa loro in County Road 1709 e persino quella, per la madre di Charlotte, non era da considerare una festa. Essendo una fedele seguace di una congregazione del Nord, la Chiesa del Vangelo di Cristo, pensava che i party fossero stati inventati da gente oziosa, con più soldi che carattere” (Tom Wolfe,...

Lo sguardo di Valentine

Ecco un dipinto del pittore svizzero Ferdinand Hodler. Quando tempo fa mi è cascato sotto agli occhi, grande è stato il mio disinteresse: un paesaggio spoglio e convenzionale, esteticamente scialbo, ancor più se considerata la data d’esecuzione, 1915. All’epoca c’erano già le avanguardie, i collages, il cubismo e sulla Svizzera stava per abbattersi la tempesta dada che spazzerà via l’idea di arte in voga sin dal Rinascimento. Nell’occhio del ciclone, Hodler non trova niente di meglio che piantare il cavalletto ai bordi del lago Lemano (o di Ginevra) e dipingere il sole che scompare dietro le montagne – un rigurgito impressionista mi viene da pensare, come una cartolina inviata dalla zia da un resort vacanziero. Un’opera marginale rispetto alla storia della pittura ma anche rispetto a quel poco che conosco dell’artista. Il mio conto con Hodler è presto chiuso.   Per caso o per serendipità qualche settimana fa ritrovo lo stesso dipinto. Identico il mio sentimento di sufficienza, ma questa volta guardo meglio e leggicchio qualcosa. È così che Coucher de soleil sur...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...