Categorie

Elenco articoli con tag:

Émile Benveniste

(5 risultati)

Differenze e identità / Lo Straniero e l’ospite

L’incipit dei Miserabili di Victor Hugo racconta l’incontro tra un miserabile avanzo di galera di nome Jean Valjean e Monsignor Myriel. Dopo l’uscita dal campo di lavori forzati, Jean Valjean, ripudiato da tutti per via del suo passaporto giallo, indice di infamia, trova rifugio presso l’abitazione di Myriel. La mattina fugge, rubando l’argenteria. Catturato dalle guardie, viene riportato presso Myriel. Il sacerdote, suo ospite tradito, risponde che l’argenteria non è refurtiva, ma dono e, al dono, aggiunge i candelieri. Il salto iperbolico è salto che dice di un’idiozia, ma quale idiozia? Non, seguendo la diagnosi, il “grave ritardo mentale”, né idiozia è qui da intendersi come insulto che usiamo per squalificare l’altrui persona. L’idiozia è quella della cecità della fiducia.   Michel Agier, nella prima parte del suo bel saggio Lo straniero che viene: ripensare l’ospitalità, uscito di recente per Cortina, discute da una prospettiva antropologica e con ammirevole competenza, il programma filosofico di Jacques Derrida sull’ospitalità. I testi di Derrida, in buona parte anch’essi comparsi presso Raffaello Cortina (Politiche dell’amicizia e ...

Amici e nemici / Cosa significa “Patria” oggi

Le origini del significante Patria   I termini delle lingue indoeuropee che stanno per “patria” hanno questa particolarità: connettono la propria nazione alla famiglia. La patrie francese, la patria italiana, la Vaterland tedesca, ecc., legano la propria terra di appartenenza alla paternità. In altre lingue la patria è piuttosto connessa alla maternità, come nell’italiana madrepatria. Anche nell’inglese homeland la propria terra è “home”, la casa. Insomma, l’idea stessa di patria è un’amplificazione della famiglia, dell’oíkos come dicevano i Greci. Malgrado questa quasi-identificazione della patria alla famiglia, molti studiosi pensano che quella che i Greci chiamavano polis, la città, sia un superamento dell’oíkos, della casa o famiglia, un salto di qualità. Anche se il concetto di polis rimanda a un progetto di armonia, di amore fraterno reciproco, come dovrebbe essere in qualsiasi famiglia. Ma le cose non stanno affatto così. Una studiosa francese, Nicole Loraux, ha mostrato che proprio perché il concetto greco di pólis, città, è concepito come una dilatazione della famiglia, la propria pólis è un luogo di conflitto e di guerra civile. I Greci chiamavano stásis la guerra...

Uno fondatore / Conversazione con Jean-Luc Nancy: i monoteismi e il sacro

Sergio Benvenuto - Da qualche anno a questa parte, il mondo occidentale è teatro di un vasto attacco portato dall’intellighenzia laica contro “Dio”. Ogni paese ha avuto i suoi best-seller anti-Dio e anti-religione. God is not a Good thing. Ma questo modo di focalizzare sulla figura del Dio-persona (per dire che Dio non è [persona]) riduce nel quadro dei monoteismi una questione molto più radicale e più arché-ica e arcaica, quella del «divino» o del «sacro», sulla quale vorrei qui insistere.  Jean-Luc Nancy - Questo «vasto attacco» avviene dopo un lungo periodo di pacificazione da parte della stessa intellighenzia, alla quale ha egualmente corrisposto un ritorno d’interesse per la religione o anche per diverse forme di riflessione attorno a Dio, agli dei o al divino. Si è parlato di «svolta teologica della fenomenologia francese». L’attacco – l’antica battaglia intrapresa dall’Illuminismo, e poi dallo stato repubblicano – è ripreso in primo luogo a causa di quelle tendenze che alcuni chiamano «post-secolari» (appellativo che trovo assai poco interessante, come tutti i «post», del resto). C’è chi si è indignato perché è sembrato un ritorno a un odioso arcaismo. Altri invece si...

Il vero e il finto per tratteggiare il falso / L’etimo del superstite e l’arrivo di Saturno

Sovrastare   La condizione del debilitato è la debilitazione; la condizione del distratto è la distrazione; la condizione del separato è la separazione. Possiamo concludere forse che la condizione del superstite sia la superstizione? Se la risposta fosse, pienamente, «no» si tratterebbe di un puro gioco con le parole, perché è appunto dei giochi con le parole accostarle per somiglianze non dovute a una reale familiarità di etimo. Ma anche se il lessico contemporaneo non ce lo lascerebbe sospettare, fra superstite e superstizione un rapporto c'è. Lo si impara nelle ultime tre pagine (494-496) di una vasta opera di erudizione, la cui edizione italiana è per fortuna ancora ristampata nella Pbe Einaudi: il Vocabolario delle istituzioni indoeuropee di Émile Benveniste, linguista, filologo e fondatore della semiotica (che a lui deve l'introduzione della fondamentale problematica dell'enunciazione, la proiezione della persona nel linguaggio; un'antologia dei suoi scritti è stata raccolta e introdotta da Paolo Fabbri nel volume Essere di parola. Semantica, soggettività, cultura, Bruno Mondadori, Milano 2009).   Le mosse di Benveniste a proposito del superstite sono tre. La prima...

Le parole del cuore / Da “Io ti amo” a “Non ha funzionato”

“Io ti amo”: forse non tutti, ma certo molti “love affairs” passano per una dichiarazione del genere. Con più o meno trasporto, essa viene poi iterata innumerevolmente e reciprocamente. Un luogo comune espressivo che coinvolge due persone. Si badi bene, persone grammaticali. Tutto è personale in “Io ti amo”. Pronome e verbo sono le parti del discorso che la persona sposa per elezione. “Io ti amo”: tutto è pronome o verbo ed è intriso di persona. Prima e seconda: le protagoniste del discorso. Una è la bocca, l'altra l'orecchio. La terza è solo ciò di cui si parla. Nel discorso, in rapporto con le altre, è la nonpersona. Così affermò Émile Benveniste, uno che se ne intendeva. La nostra grammatica definisce uniformemente “persone” (prima, seconda, terza) funzioni del discorso tra loro molto differenti, disse. Fanno meglio, aggiunse, i grammatici arabi. La nostra terza, per loro, è “l'assente”. Alcune divinità governano la vita degli esseri umani. Tra queste, Eros. Va e viene, senza che possano farci nulla. Li accende e li spegne. Tanto li genera, quanto, visto che li genera, può capitare li uccida. Eppure, nel discorso, Eros si affaccia con un “io ti amo”.    Chi direbbe...