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Gary Snyder

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Viaggio di un poeta da giovane / Gary Snyder. Un beat in India

Settembre 2004. Il fuoristrada arriva quando la luce sta per mancare. Riserva di Monte Rufeno, Acquapendente. Da Roma fin qui, in uno stancante pomeriggio di dopo interviste e firmacopie, drogato da ore di autostrada e strada statale e strada bianca, Gary Snyder arriva in un casale nel bosco, Il Felceto, e di lì sulle pendici del monte verso la capanna che Alessandro Fani, carbonaio, ha costruito per mostrare a turisti e scolaresche ciò che abbiamo perduto. La macchina riparte, scricchiolare di foglie secche, di stecchi sotto le scarpe, luci sempre più grigie. Un cerchio di curiosi, di devoti, di a caso. L’interprete fa come può, Fani e Snyder cominciano a parlare tra loro, del taglio del bosco, dell’economia del bosco, della bellezza del bosco. Sorrisi. Risa. Chi fa sì con la testa e intanto capisce solo bocca, non parole. E ha ragione. È tutto così strano. Nel liquido amniotico del bosco e dell’ora, l’irrealtà dell’incontro tra un poeta e un carbonaio fa venire i brividi. Mentre a Mantova gli scrittori facevano prendere al pubblico caffè da 8 euro, a Acquapendente due vite resistenti tentavano un improbabile incontro. Beat Generation, Dharma, Green Anarchy. E dall’altro lato...

Le Alpi nel mondo antico. Da Ötzi al Medioevo

In un recente articolo intitolato How to change the course of human history (at least, the part that's already happened)*, l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengraw prendono di mira, sforzandosi di decostruirla, l’interpretazione standard – identificata in alcuni lavori di Francis Fukuyama, Jared Diamond e altri – dei nostri ultimi 40.000 anni; la prospettiva minima, diceva il poeta Gary Snyder, per provare a capire qualcosa di ciò che siamo e di come si sia costruita la nostra esperienza del mondo. Il punto, sostengono, è che il modo con cui di solito si racconta lo svolgimento della storia umana – riassumibile in una sequenza limitata di fasi: un presunto stato di natura dei piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, mobili e egalitari; una “rivoluzione” agricola che lo sostituirebbe; l’emergenza di un potere centralizzato nella formazione delle città... – è sbagliato non tanto e non solo per una mancanza di informazioni (in particolare per il periodo precedente al Paleolitico superiore), quanto per la difficoltà di assumere, nella formulazione di quelle che restano comunque ipotesi, le informazioni già esistenti per quanto ovviamente frammentarie, disperse e “...

Guidati dallo sguardo di Lévi-Strauss / Cartolina dalla British Columbia

Da qualche giorno mi sento accompagnato dallo sguardo di Lévi-Strauss. Può sembrare strano, ma io non lo avevo mai sentito familiare: adesso sì. Perché ho capito cosa deve essere stato per lui scoprire le culture indiane della British Columbia. Qui lo ha portato il suo maestro, Franz Boas, piccolo, robusto, infaticabile tedesco che nel corso della sua vita ha raccolto una quantità immensa di materiale, miti, oggetti, parole, mappe, arte, economia, vita delle numerosissime tribù di questa parte di mondo. Che stavano quasi sparendo, spazzate via dall’ingordigia dei coloni e della corona inglese. Se uno pensa alla perdita che abbiamo tutti subito (anche se spariti non sono gli indiani, anzi sono adesso in piena ripresa, ma dopo centocinquant’anni di tentativi di cancellarli). La perdita di un’altra maniera di stare al mondo, sperimentata nel corso di 14mila anni, in una relazione di reciprocità con la natura circostante che sembra ineguagliabile, se non da altre culture indigene. Qui aveva dato vita a una ricchezza incredibile di risorse, a una cultura della ridistribuzione e del dono circolare. Se uno pensa al fatto che al posto di questa varietà di lingue (più di 50 nella sola...

San Francisco

Nonostante le spiacevoli traversie dei viaggi andati a male sappiamo che non sarà questo a fermarci. Le esperienze di viaggio ci insegnano che la prossima volta potrebbe andare meglio, anche quando tutte le evidenze volgono al peggio. C’è, nel viaggio, la forza di una sorpresa, l’idea di novità, la deriva profonda dell’avventura, quella che il filosofo Jankélévitch pensava fosse la chiave dell’idea di inizio, di ri-partenza o di qualcosa che “stacca” il tempo normale e lo fa diventare una freccia. C’è, nel viaggio, la busta a sorpresa che una volta si comprava in edicola. Non importava quel che c’era dentro, giornaletti, soldatini, cianfrusaglie, ma era l’aprirla il momento magico. Il viaggio è un avvio. E soprattutto esso è una riproposizione del presente, riporta il presente dove dovrebbe stare.   Adesso che sto ballando in un posto improbabile, nell’unico quartiere off rimasto a San Francisco, Bayview, un ghetto nero in cui la gentrification tarderà ad arrivare, adesso lo sento il presente. In una dark room di un bar malandato all’angolo della...