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Giovanni Guerrieri

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La fascinazione del teatro di Castiglioncello / L’ironia, il rumore, l’invisibile

C’è un bambino acquattato sulle ginocchia della madre che, alla fine del primo episodio dei Quattro moschettieri in America dei Sacchi di Sabbia che ha aperto la XIXma edizione del Festival Inequilibrio di Castiglioncello, non vuole, con tutto se stesso non vuole, che il nobile e malinconico Athos de la Fère, emigrato negli States per colpa della crisi economica mondiale, giaccia a terra esanime, falcidiato dalle raffiche di mitra di volgari sicari della mafia italo-americana. E ha ragione perché negli episodi successivi i tre che come è noto “eran quattro” tornano vivi e vegeti, troppo vitali per accettare che la società di massa americana faccia loro la festa: al cinema delle major che dapprima li ha rifiutati oppongono l’arte del pop-up, il disegno dal vivo di Guido Bartoli, il teatro d’ombre, la narrazione in rima, il corpo un po’ smarrito di Giovanni Guerrieri che ha preferito incarnare l’aristocratico Athos piuttosto che l’arrivistico D’Artagnan.   I quattro moschettieri in America.     Tutto un teatro che, sulla scia dei personaggi di Dumas a suo tempo ripresi alla radio da Nizzi e Morbelli ai quali lo spettacolo è dedicato – ci sono anche le figurine...

Per un teatro “leggero”

Il teatro dei Sacchi di Sabbia sembra fragile, ed è delicato, antiretorico. Ha qualcosa che ricorda le esili figurette tutte segni di Paul Klee o i fumetti; agisce in controtempo svagato, in sospensione. Sembra che gli spettacoli brevi, aforistici di questa compagnia pisana, che dichiara già nel nome di voler ergere una barricata per difendersi dalle mitragliate di una vita banale e omologante, abbiano fatte proprie le qualità che Calvino invocava nelle Lezioni americane, la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità.   Nati negli anni Novanta, i Sacchi sono tra i pochi gruppi di quel periodo che hanno mantenuto una propria coerenza senza scadere nella ripetizione. Forse perché hanno vissuto e creato in modo defilato, senza mai fare grandi proclami, senza cavalcare le mode, anzi ritraendosi in una dimensione casalinga, minore. Hanno raccontato il mito di Orfeo ed Euridice con il silenzio, con la mancanza di ossigeno, come un destabilizzante precipitare nel vuoto pneumatico. Hanno, da bravi toscani, affrontato l’agiografia del protettore della loro città, San Ranieri, con ironia...