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Grazia Deledda

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Dieci anni senza / Fabrizia Ramondino. La scrittrice riflessa

Non sono molte le scrittrici italiane del Novecento presenti nei Meridiani Mondadori. Oltre a Elsa Morante, Grazia Deledda e Natalia Ginzburg, si contano Lalla Romano, Maria Bellonci, Alba de Céspedes, Anna Banti e le poetesse Amelia Rosselli e Maria Luisa Spaziani. Tutti nomi meritori, ma su cui pesano ancora troppe assenze, spesso per banali problemi di diritti. Se alcune autrici hanno potuto beneficiare di nuova vita grazie a singole iniziative editoriali – si pensi al recupero di Anna Maria Ortese e Cristina Campo da parte di Adelphi o a quelli, più recenti, di Goliarda Sapienza per Einaudi e Dolores Prato per Quodlibet –, c’è un’autrice ancora troppo sconosciuta, scomparsa dieci anni fa, il cui nome fatica a trovare spazio negli scaffali delle librerie: Fabrizia Ramondino (1936-2008).   Nata a Napoli, dopo pochi mesi si trasferisce con la famiglia nell’isola di Maiorca per seguire il padre console, dove affronta la prima scissione linguistica e sociale: qui impara l’italiano dei genitori, il castigliano del collegio e il maiorchino della servitù, dialetto censurato dal regime franchista. Sono anni di benessere, trascorsi nella villa di Son Batle in compagnia dell’amata...

Deledda ha un’isola tutta per sé / Grazia è partita

Arrivo a Nuoro in una fredda giornata di quell’interregno delle feste, che si estende tra il 25 dicembre e Capodanno, tra una nascita e un inizio. Via Grazia Deledda, casa natale di Grazia Deledda, Museo Deleddiano... Basterebbe solo questa ripetizione per informarci che una casa natale non è mai un museo qualsiasi. Essa rilancia, con tutta l’insistenza di cui è capace, la questione stessa della nascita. Cosa significa nascere? Cos’è natale in questa casa, aldilà della banale constatazione che là è nata una donna che mezzo secolo più tardi diverrà Premio Nobel per la Letteratura?   Mi pongo queste domande attraversando le stanze di una casa arredata in parte come nella migliore tradizione di un museo etnografico: la vita quotidiana nella Sardegna dell’interno di fine Ottocento, in una città che nell’anno di nascita di Grazia conta appena 6000 abitanti. Cucina e dispensa rispondono a questo criterio. Sono posti del Qui. Benché siano stanze ricreate di sana pianta, sono anche gli unici ambienti in cui, per uno strano paradosso, si viene investiti da impressioni olfattive. Qui la memoria, pur mentendo, ritrova il versante odoroso che propriamente le appartiene.    ...

Luoghi comuni: Sardegna

Avevamo conosciuto Aldo Nove con Woobinda, allorquando i suoi personaggi smozzicavano attorno a sé interni minimalisti cui Giorgio Falco qualche anno dopo avrebbe dato maggiore corpo, soprattutto illuminati, se non fagocitati, dallo schermo televisivo, confinanti con il supermercato. Oppure nel discontinuo, ma comunque sottovalutato, Puerto Plata Market, dominato da esotismo popolare e a prezzo scontato; ora, in Un bambino piangeva (Mondadori 2015), scopriamo ricordi d'autobiografia infantile in una Sardegna “magica”, secondo risvolto di copertina, “lontana e arcaica”. La sintassi e l'atmosfera sono questi: Le aquile che sparivano dietro le rocce. Le rocce che celavano i più oscuri animali. Ma anche i giganti. Le fate. I morti.   Insomma dal balbettio dei lumpen del nuovo millennio, a quello dell'ineffabile e della metafisica, con tanto di vecchi venditori di formaggi con i vermi un po' sciamani, di versi sanscriti e salmodie, luminescenze nelle grotte. Il piccolo turista degli anni settanta trova un antesignano nell'incanto per la wilderness – si direbbe un po' più motivato, anche se...

Gavoi / Paesi e città

Mi ricordo la vecchia Carlo Felice che entrava nei paesi allungandosi come un pigro serpente e il viaggio lo assaporavi.   Mi ricordo la deviazione che portava all’interno e al mio, di paese, e la gioia dell’infanzia e l’avventura rinnovata per l’avvistamento del cartello che segnava l’ingresso nella provincia interna, il salto, l’attraversamento del confine.   Mi ricordo che, dopo il confine, la bambina di città che ero nascondeva anello, orologio e orecchini dentro le calzette perché temeva e sperava in un blocco stradale di banditi.   Mi ricordo mia madre che all’ultima curva prima del paese diceva a mio padre di fermare la millecento per pettinarsi e mettersi il rossetto perché cominciava la rappresentazione.   Mi ricordo che a Tuluschene, sotto il ponte, dopo la madonna, si vedeva il fiumiciattolo accompagnato da piccoli pioppi leggeri e di fronte, in alto, fioriti opulenti superbi castagni aprivano le porte del paese.   Mi ricordo l’abbeveratoio nel primo slargo all’entrata e uomini e ragazzi che abbeveravano i cavalli senza mettere piede in terra.   Mi ricordo via Roma e le case nuove con pretese cittadine, ma qualche gallina usciva sulla...

Cagliari / Paesi e città

Vorrei parlare di Cagliari attraverso il cinema, non tanto perché è di esso che mi occupo, quanto perché il cinema sceglie, sottrae il troppo dal troppo, mostra l’essenziale che col solo mio sguardo non riuscirei a cogliere. Cagliari mi interessa molto perché ci vivo, perché in pratica ci sono nato (che è molto più che se ci fossi nato davvero perché la vedo da fuori e da dentro), e perché i suoi cambiamenti hanno sempre influenzato e influenzeranno, positivamente e negativamente, ciò che le sta intorno.     La Sardegna ha una cultura cinematografica e letteraria, e quindi un immaginario, mutuato dalle zone interne e dai romanzi di Grazia Deledda e dai deleddiani postumi, che offre un’idea parziale che viene erroneamente intesa, persino da noi non soltanto dai foresti, come totalizzante. Del resto se si eccettua Sergio Atzeni, non esiste una vera letteratura urbana intendendo con ciò una ricerca “intenzionata” sullo spirito profondo della città. Nel cinema di fiction invece si sta sviluppando da poco un’attenzione per la città che poi vuol dire la parte invisibile di Cagliari, quella che è ancora ampiamente ostica per i documentaristi. Ci si attende molto da questi...

Bologna, Pilastro / Paesi e città

Una città sicuramente conosciuta, ma che merita sempre una seconda visita è appunto Bologna. Con il suo impianto medioevale, riserva sempre nuove sorprese nascoste nel ventre della sua nota natura materna. I lunghi portici non sono che l’anticipo di una città chioccia, che nasconde i suoi gioielli e li ripara dalle intemperie e dagli occhi indiscreti.   Ma se Bologna è nota per i suoi lunghi porticati, per la sua cucina, per la più antica università del mondo occidentale, per le due torri che ne puntano il fulcro geografico, per lo scienziato Galvani, il poeta Carducci, l’inventore Marconi, il maestro Martini, il pittore Morandi, i fratelli architetti Bibbiena, Bologna è invece sconosciuta al di fuori della cinta muraria. Vorrei quindi suggerire un percorso che potrebbe risultare interessante a chi, non per la prima volta, visita questa antichissima città.   Si tratta della visita ad uno dei quartieri simbolo della città post bellica, improntato all’idea civica trasmessa dal Partito Comunista Italiano che per quarantacinque anni ha dominato incontrastato sulla gestione della citt...