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Hermann Nitsch

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Dracula al museo. Su Chris Burden

Azione e protocollo Dal 10 maggio, giorno della scomparsa dell’artista americano Chris Burden, non ho smesso di compulsare i necrologi con un fastidio crescente. Della sua opera non restano altro che Shoot (1971) e Trans-fixed (1974), e la parte viene presa per il tutto. Riprendiamo da qui la faccenda.   Shoot. Il 19 novembre 1971 Burden – allora studente venticinquenne all’Università di California a Irvine – è alla Santa Ana Gallery, vestito in jeans e maglietta bianca, l’uniforme di Jackson Pollock nel suo atelier. Qui sfidò e sfuggì alla morte con una sorta di suicidio assistito: alle 19:45 chiede a un amico di sparargli sul braccio sinistro (sulle prime pensava alla cassa toracica) con un fucile calibro 22, a soli quattro metri e mezzo di distanza. Fu “come se un camion mi colpisse il braccio a 130 km/h”, ricordò, “In quel momento ero una scultura”; un incidente, dirà invece al pronto soccorso. Lo stesso anno Judy Chicago – che nel 1970 inaugura alla California State University a Fresno il Feminist Art Program – realizza una litografia in cui si mostra costretta...

L’eredità mutata di segno: happenings e situazionismo

Gli studiosi hanno ampiamente evidenziato la continuità ideale tra gli spettacoli delle avanguardie storiche e gli happenings che cominciano a svolgersi negli Usa e poi in Europa tra gli anni cinquanta e sessanta. In primo luogo si tratta di un’arte fisica, vicina al teatro, che vuole coinvolgere e colpire il pubblico convinta della necessità di superare gli steccati angusti di un oggetto artistico per pochi da contemplare in uno spazio separato. Di qui la riproposizione di un’idea antagonista che rifiuta le concezioni correnti del dipinto e della scultura per quanto evolute. Una vicinanza agli spettatori parallela a quella propagandata, per lo meno quanto ai soggetti, dalla coeva Pop Art, la quale ha del resto spesso quali protagonisti gli stessi organizzatori di performance. Le esperienze anche molto diverse fra loro degli happenings internazionali, in parte coordinati all’inizio degli anni Sessanta dal movimento Fluxus, prevedono tutte un’invasione del quotidiano per creare destabilizzazione e cambiamento nello spettatore.   Un altro elemento comune con il Futurismo e con Dada consiste, per lo meno quanto ad esempio ai Vaudeville...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...