Su "Su"
Su è un libro di Dario Voltolini, uscito per La nave di Teseo a settembre 2025. Sulla copertina tutta rossa c’è scritto giusto il titolo, a caratteri cubitali, Su: si tratta di una collezione di saggi – ventisei, per la precisione – scritti tra il 1985 e la data di uscita del tomo; infatti, l’ultimo è una bella intervista alla critica Daniela Marcheschi “su” Pinocchio, confezionata per l’occasione.
Gli altri testi, che l’autore vorrebbe consultassimo come si sfoglia(va) un «album di fotografie», sono invece pezzi svariati che raccontano libri, commemorano amici, spiegano punti di vista sulla scrittura e sul mondo, a volte parlano di persone dietro le pagine, più spesso carpiscono immagini o emozioni o algoritmi dentro le opere. Voltolini, nell’introduzione intitolata “Su Su” (che suona come un incoraggiamento atono ad alzarsi o a rallegrarsi), ci tiene a dire che tra le pagine non farà mai l’«esperto», al massimo il «viaggiatore emozionato»: la terra di riferimento è il «mondo della cultura».
A voler seguire le istruzioni per l’uso segnate dall’autore stesso, ci si può fare la domanda: come si sfoglia(va) un album di fotografie e in quale modo quest’operazione si differenzia(va) dalle altre? Qui a seguire consiglio alcune risposte alla domanda, che magari non sono buone per l’album di fotografie, ma spero lo siano per Su.
Navigazione libera
Un album di fotografie di solito si guarda in un contesto informale: sono scatti, spesso privati, a cui qualcuno ti ha dato accesso per affetto o perché sei suo parente. Non ti trovi in una mostra, più spesso in un salotto, una cucina, o al massimo per strada – un mercatino dell’antiquariato a cielo aperto in cui lo svuota cantine ha fatto finire le memorie di altre famiglie. Comunque sono tutti posti dove non incorri in nessuna pena se vai a caso, senza seguire un ordine stabilito: perciò ti senti libero di percorrere Su come ti piace, di non iniziare dall’inizio, di farti guidare dai nomi che conosci o da quelli che ignori – nel mio caso Lyotard, Cai, Powers, Marconi, Moresco e altri appartenevano al primo insieme; Deakin, Bilenchi, Salabelle, Ambrogio e altri appartenevano al secondo.
Io, per esempio, ho iniziato da due pagine dedicate al filosofo Emanuele Severino, la 184 e la 185, e ho scoperto di provare simpatia per lui, per una gentilezza speciale che Voltolini gli attribuisce e che sembra in qualche modo cozzare con il rigore (a tratti disperato) del suo pensiero. Da lì mi è venuta voglia di procedere in linea retta e così sono finita in un discorso sul libro Enti di ragione di Marta Cai, ad ascoltare del modo in cui può capitare che la narrativa esprima delle idee filosofiche senza nessuna didascalia, semmai stando in bilico tra dolore, umanità e senso del comico.
La navigazione libera fa venire voglia di procedere, perché puoi farti trascinare dalla curiosità e alternare i gusti senza scontare l’ordine stabilito da un altro. Se l’album di fotografie poi non è il concentrato di una sola vacanza o estate – in Su c’è un’escursione di quarant’anni tra la prima immagine e l’ultima – la navigazione libera ti dà un’idea molto vaga e smussata delle parentele tra le persone: le avverti, ma debolmente, in controluce, come la tela del ragno. Un’idea molto vaga non è male. Ti dà il via per fantasticarci su. “Saranno cugini?”, pensi, ma non lo sai con certezza.
Voyeurismo
Un album di fotografie si trova in un interregno speciale tra pubblico e no: è ovvio che le foto sono state scattate per mostrarle a qualcuno, ma spesso stanno lì a scopo documentario-familiare, per dire che il nipote si è sposato, com’è stato bello il viaggio di nozze in Egitto, o di che colore aveva il pelo il cane dello zio Ugo. Questa condizione fa sì che molto spesso gli album di fotografie si sfoglino per accedere a delle zone della memoria o della vita di un altro, per guardarle di soppiatto, contro il tempo. Per farti i fatti di qualcuno che ti sta a cuore. Nel caso di Su questo qualcuno è lo scrittore di narrativa Dario Voltolini: per i suoi lettori i saggi rappresentano una ghiotta occasione per farsi un giro nel modo che ha di vedere il mondo o di pensarlo. E per questo valgano da spiegazione direttamente le sue parole, contenute in Su sé (2003): «il relitto che io porterò all’altrui attenzione combinato così come sarà dalle pressioni, dalle spinte, dai movimenti, dalle fratture che avranno avuto luogo in me sui materiali a cui tali modificazioni si saranno applicate, sarà una prova di me. Sarà una traccia, un indizio. Sarà la prova che qualcosa ha operato. Sarà la prova, l’indizio, che un io si è rotto i denti su quel materiale. Sarà il reperto che permetterebbe a una mente brillantissima, intelligentissima, logicissima e infinitamente intuitiva, e con risorse illimitate di tempo, di risalire a me, per descrivermi come sono veramente. Ma io non sono quella mente, per cui non sarò certo io a sapere tutto di me». L’autore sta parlando di che cosa capita all’interno della memoria di uno scrittore quando si mette al lavoro, trasformando in parola (sempre “altra”) la stratificazione complessa del suo vissuto (sempre “io”). Questo saggetto è particolarmente generoso perché sono pochi gli artigiani della scrittura che hanno voglia di mettersi a guardare dentro l’ingranaggio della mente che scrive e riferire che cosa vedono: Voltolini lo fa senza la pretesa di una sistematizzazione, procedendo per immagini appunto, e ne viene fuori un’esplorazione precisa che però conserva una componente aperta di magia e imperscrutabile. Ti potresti chiedere: per chi scrive saggi vale lo stesso oppure no? Anche lì una «mente brillantissima» sarebbe in grado di risalire l’argomentazione per sapere tutto dell’autore? La risposta nel libro non c’è, ma quello che si osserva, invece, è un’analogia tra lo scrittore e il saggista: anche i saggi di Voltolini, come i racconti e i romanzi, pur avendo un’organizzazione interna efficace e coerentissima, soprattutto hanno la loro cifra nel procedere per rincorse. In mezzo alla rincorsa si staglia il grado di massima performance mentale che spesso si traduce in un’intuizione linguistica – nel caso di Su sé: «relitto», «alterità», «lavoro» come parole che inchiodano le immagini al compito di arrivare a noi.
Pattern
Se le foto sono scattate tutte dalla stessa persona, a furia di sfogliare l’album ovviamente inizi a capire un po’ come funziona il filtro del suo sguardo: che cosa vede? Che tipo di anomalia o di movimento cerca? Quali soggetti ritrae? Che cosa ignora sistematicamente? Userò il saggio dedicato a Voltaire – che ovviamente si intitola Su Voltaire (2000) – per provare a indicare un pattern ricorrente di Voltolini saggista. Sta descrivendo la prosa tersa e ironica di cui sono fatti gli universi e le maschere dello scrittore («personaggi facili facili», «un mondo più cartografico che roccioso», «cucire a ciascun tipo di uomo di potere la sua peculiare casacca di buffone») e poi arriva la prima rincorsa: «Vince lo scrittore che riesce a mettere una pulce nell’orecchio del lettore, altrimenti perde. E Voltaire la pulce la mette direttamente nel cervello, altro che orecchio». Per aumentare la velocità Voltolini prende un detto, cioè “mettere la pulce nell’orecchio”, e lo tira dentro il discorso conferendogli però un effetto, con una carica immaginativa folle aggiunta: la pulce, anziché nell’orecchio, è finita in un attimo nel cervello. Per qualche pagina si procede nell’orbita di questa rincorsa, che però ne prepara una seconda, di grado maggiore: «però è falso, gloriosamente falso, che Voltaire non abbia davvero niente da dire e da dirci, sull’innominabile Tenebra che con tanta verve lui stesso ha rimosso dal proprio orizzonte. È limpidamente falso che le sue favolette e le sue storielline non abbiano in se stesse ancora oggi un aculeo da opporre a quel ventre oscuro che sempre si sta dilatando. Da opporre in maniera in diretta, certo, ma precisa». La seconda rincorsa si compie nella figura dell’«aculeo»: per Voltolini non è che Voltaire non parli della Tenebra, è che la sua priorità è pungere le retoriche della Tenebra, i cantori vittimisti e neri che ritengono di pronunciare parole definitive di saggezza su come va il mondo. L’«aculeo non ha, né può avere, il dono di trasformare la favoletta in Testo Fondamentale, tuttavia ha sempre – questo è garantito – la capacità di trasformare i Testi Fondamentali in favolette». Mentre leggevo quest’analisi di Voltaire pensavo che alla fine della rincorsa, in Voltolini, l’aumento della velocità lo porta sempre a deporre l’uovo di una parola imprevista: per esempio, «aculeo». Ecco il punctum delle sue fotografie.
L’esattezza non sembra provenire da una zona astratta o mentale di velocità, ma dall’empatia fulminante di cui il viaggiatore emozionato è capace. E quest’empatia certamente predilige i fuoriclasse irregolari, spettinati, in qualche modo anarchici. Infatti, le frasi forse più severe della raccolta riguardano gli editor, se e solo se sono: «scrittori che si inventano editor sui testi di qualcun altro». Tra le emozioni la rabbia occupa un posto marginale, ma decisivo.
Ritornare su
A distanza di tempo che cosa resta dopo aver sfogliato il suddetto album di fotografie? Che cosa torna in superficie? Questo del ritornare in superficie mi sembra essere il movimento che accomuna diverse fantasie speculative di Voltolini: certamente si ritrova in Su sé, Su scrittura e politica, Sulla nostalgia, Sull’immaginazione, cioè nella maggior parte dei testi di Su che non ruotano intorno all’opera di un singolo autore o autrice. Tra quelli che però si concentrano su una singola figura, è il saggio Su Nikola Tesla (2019) che fa entrare in campo questo argomento nella maniera più spettacolare. L’autore, infatti, si appoggia su alcuni aneddoti tratti dalla biografia di Tesla per parlarci della distinzione relativa tra “inventare” e “scoprire”. A illustrare la scivolosità della dicotomia non è un’argomentazione puntuale, ma «un’ipotesi poetica» che vale la pena di essere letta interamente sulle pagine di Voltolini, ma intanto si può riassumere con efficacia in queste due righe dell’ingegnere, che sono citate nel saggio: «“per me è la stessa cosa far girare la turbina nella mia mente oppure testarla nel mio laboratorio”».
Sembra che da quest’area X, compresa tra il dentro e il fuori, vengano le cose che per Voltolini ha più senso indagare, o comunque quelle che ha più senso perdersi a guardare. Come ci si perde a guardare i gusci di certe tartarughe che ritornano da soli su, nell’unica posizione stabile, per quanto schizzata fosse la corsa.