Questo voglio, così comando
In una intervista di qualche tempo fa al New York Times, Trump ha affermato che solo la sua “moralità” e la sua “mente” limitano l’esercizio del suo potere globale. Delirio paranoico? Senza dubbio, ma ciò non toglie che, come spesso capita con le parole di Trump, in quella brutale franchezza sia contenuta una verità d’ordine metafisico che trascende il piano della sola psicopatologia. Essa ci porta al cuore dell’“attualità” e della sua “ontologia” (“ontologia dell’attualità” era la definizione foucaultiana della pratica filosofica). Ci aiuta a comprendere perché, quando ci alziamo il mattino e scorriamo le notizie, abbiamo sempre la percezione netta che il “mondo” stia approssimandosi alla sua fine o, forse, che sia già finito, e che alla nostra intelligenza non resti altro da fare che prenderne atto.
“Mondo” non indica semplicemente la totalità delle cose che sono, “mondo”, spiegava Heidegger, è un “esistenziale”, vale a dire è una costellazione significativa che al suo centro, come suo polo di riferimento, ha l’uomo come essere sociale, come soggetto determinato dalla sua partecipazione a un ordine simbolico dato. “Mondo”, insomma, è innanzitutto una cornice di senso, una direzione per una umanità storica. Ebbene, il “mondo” che finisce nelle parole deliranti di Trump è il mondo che era stato generato nel 1789 dalla Rivoluzione Francese, il mondo che aveva trovato nella trinità “libertà uguaglianza fraternità” la sua parola d’ordine. Prima di quella data fatidica il mondo non era il nostro mondo. Checché se ne dica e quali che siano state le enormi trasformazioni materiali avvenute da allora ad oggi, tra il 1789 e l’altro ieri permaneva qualcosa di identico, che spiega, tra l’altro, perché sentiamo un’aria di famiglia, se non addirittura una sensazione di contemporaneità, quando ci rapportiamo agli uomini e alle donne di quell’epoca, ai problemi filosofici, politici, etici, che dalla Rivoluzione sono stati posti sul tappeto, mentre il mondo di “prima della Rivoluzione” ci appare indubbiamente affascinante, intrigante, seducente ma sostanzialmente incomunicante con il nostro. Per dirla con una battuta per la quale chiedo venia: le parrucche, le ciprie, i formalismi esasperati portati in scena nel bellissimo Barry Lindon di Kubrick, non ci somigliano, mentre nei dolori del giovane Werther “noi” possiamo senza troppa fatica continuare a specchiarci.
La trinità rivoluzionaria non elencava dei valori, come fa oggi l’osceno trinomio Dio Patria Famiglia, ma stabiliva il nesso indissolubile che lega la libertà all’uguaglianza e ne individuava il presupposto trascendentale nella fraternità (così ha inteso quel messaggio rivoluzionario Francesco, nella enciclica Fratelli tutti, che resta, a tutt’oggi, uno dei più solidi manifesti dell’antitrumpismo). Nessuna libertà senza uguaglianza e nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il presupposto di una fraternità estesa all’intera umanità, estesa, insomma, anche ai “negri” come il grande Toussaint Louverture dovette ricordare, armi in pugno, ai giacobini francesi quando fondò ad Haiti la prima Black Republic della storia, suscitando uno scandalo nell’Occidente che non si è ancora spento (Cuba per gli USA è stata una nuova Haiti). Con la testa finalmente mozzata del Re il mondo veniva insomma fissato a quei cardini che hanno retto fino a ieri: non importa quanta ipocrisia ci fosse, quanta ideologica fosse quella pretesa, quanto marcio e quanta violenza essa nascondesse, di fatto era posto l’ideale regolativo della Storia, il cammino accidentato ma in qualche modo ineluttabile che l’umanità per essere fedele alla sua essenza avrebbe dovuto percorrere. Liberalismo, socialismo e comunismo partecipano a pieno titolo di quella storia anche con i loro crimini e le loro reticenze. La riprova non è stata, forse, la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945 ad opera degli Alleati? L’impossibilità di portare Auschwitz alla parola, la sua indicibile enormità, non era forse la conferma dell’estraneità radicale del nazismo al discorso della modernità?

Ciò a cui, sgomenti, stiamo invece assistendo oggi, su una scala planetaria forse ancora maggiore, è la dissoluzione manifesta, esplicita, intenzionale, di quella trinità fondante. Trump lo ha detto nella sua maniera rozza e senza alcuna consapevolezza teorica, ma lo ha detto: nel nuovo ordine mondiale, il solo limite alla potenza è dato ora dalla “moralità” e dalla “mente” di chi l’esercita come un potere (legittimato per lo più dal voto popolare). Traduciamo: la potenza è interamente rimessa alla libertà del soggetto-sovrano, è in sua “facoltà”, ne dispone in base ai suoi criteri soggettivi (è questo il senso del riferimento alla “moralità” e alla “mente”). La libertà viene così slegata dal suo nesso con uguaglianza e fraternità ed è posta come fondamento esclusivo del potere. Il nesso con uguaglianza e fraternità era senz’altro ipocrita: quanti crimini orrendi sono stati condotti infatti in nome della libertà-uguaglianza-fraternità! Quanta ingiustizia è stata mascherata nelle libere istituzioni democratiche! Il prototipo di tutti i genocidi che hanno costellato la modernità, quello avvenuto in Vandea all’indomani della Grande Rivoluzione, non fu forse fatto proprio in nome di quel trinomio? Tuttavia il nesso era vincolante sul piano del discorso pubblico, andava accolto a priori per poter essere legittimati a decidere (e riconosciuti) nella sfera politica. Fino all’altro ieri la violazione dei diritti umani e il ricorso allo sterminio come soluzione dei problemi geopolitici era l’indicibile nello spazio del discorso politico, il che non significa affatto che fosse impraticabile, ma che doveva formularsi in modo da essere compatibile con l’apriori formale della giustizia universale. Solo così “tradotto” sarebbe stato in qualche modo accettabile. L’ipocrisia, secondo un antico detto, è un omaggio indiretto alla virtù. Su questa virtù omaggiata dall’ipocrita sono però fondate tutte le grandi istituzioni sovrarazionali chiamate a regolare razionalmente i conflitti. Idealmente, esse si ispirano infatti al trinomio rivoluzionario “libertà uguaglianza fraternità”. Il fatto che oggi siano nell’occhio del ciclone è significativo: mostra che quel nesso, per quanto ideologico, per quanto puramente formale, per quanto retorico, per quanto impotente a evitare l’orrore, costituisce tuttavia un vincolo per l’esercizio della libera potenza, un argine, direbbe Trump, alla “mia moralità”. C’è una potenza performativa della giustizia astratta alla quale non è lecito rinunciare in nome di un realismo che si dice spregiudicato, ma che è solo accondiscendente con l’orrore.
Sciolta dal suo nesso con uguaglianza e fraternità, una libertà astratta, irrazionale, molto simile al “capriccio”, diventa così criterio e fondamento. Giovenale, poeta satirico del I secolo d.C., metteva in bocca alla matrona romana, come segno della sua dissolutezza, una celebre frase: Hoc volo, sic iubeo. Sit pro ratione voluntas, Questo voglio, così comando. Valga la volontà come ragione. La frase di Trump ne è una replica. Sul piano metafisico questo significa fare della libera volontà l’istanza suprema, la “ragione” stessa della realtà. L’intelletto deve solo subordinarsi e fornire i mezzi necessari alla realizzazione di quel libero volere. Se non si tenesse presente questo fatto enorme non si spiegherebbe l’adesione incondizionata dei magnati della big tech all’avventura trumpiana. Costoro professano il più sfrenato anarco-capitalismo e considerano un attentato alla libertà individuale ogni limitazione dell’arbitrio in vista di un supposto bene comune. Solo l’intelletto può infatti tematizzare un bene che sia “comune”, che trascenda cioè l’interesse privato. Il bene comune è un bene “necessario” al di là di ogni contingenza. La “necessità” è l’oggetto esclusivo dell’intelletto. Il processo di incessante autovalorizzazione del capitale non ne ha bisogno, anzi vi vede solo un “lacciuolo” ideologico dal quale sciogliersi (il leftism odiato dai Maga). Ciò di cui il capitale ha bisogno per intensificarsi e per estendere il proprio dominio ad ogni sfera della vita è solo un arbitrio sovranamente libero, proprio quel fantasma della libertà che gli antichi maestri individuavano alla radice del male.