Alfredo Gatto e la realtà in questione

18 Febbraio 2026

Di fronte a esperienze che eccedono l’ordinario, affiora inevitabilmente una domanda tanto elementare quanto destabilizzante: ciò che sto vivendo è davvero reale? È in questo spazio di incertezza che si colloca La realtà è sopravvalutata. Filosofia e multiverso di Alfredo Gatto (Castelvecchi, 2025). Il volume si inserisce in continuità con il lavoro precedente dell’autore, C’era una volta la verità. Da Socrate a Judith Butler (Ombre Corte, 2024; recensito su Doppiozero), ma ne accentua sensibilmente la portata teorica: Gatto mira a individuare «che cosa tenga insieme ciò che chiamiamo reale» (p. 7), sostenendo che la realtà – almeno per come viene comunemente tematizzata – sia semplicemente sopravvalutata. Più precisamente, è sopravvalutata quella realtà che pretende di valere come la realtà: unica, autosussistente, norma di sé e del suo altro. In questa ipostasi si concentrano i presupposti di un realismo al tempo stesso ingenuo e pervasivo, spesso assunto in modo inconsapevole e surrettizio: l’idea che la realtà sia una e una sola, un dato da accettare preliminarmente per poterlo poi descrivere. Contro questa impostazione, Gatto mira a oltrepassare tanto la teoria del realismo quanto quella della corrispondenza, secondo un intento dichiarato e perseguito nel corso di cinque sezioni.

Il primo capitolo svolge a questo proposito una funzione fondativa: pone le basi della nuova ontologia, invitando ad allargare lo sguardo e, di conseguenza, a rinunciare al realismo ingenuo. Ma in che modo è possibile operare una simile rinuncia? La risposta passa anzitutto attraverso l’adozione consapevole di un metodo di ascendenza foucaultiana (p. 16), che consente a Gatto di pensare la realtà a partire dalla verità: non è la prima a fondare la seconda, ma accade piuttosto l’inverso, poiché soltanto una teoria della verità è in grado di determinare ciò che può dirsi reale e ciò che non lo è. Accettando una concezione narratologica della verità, diventa cioè possibile pensare il reale come storia, come prodotto di una specifica macchina narrativa: «La realtà esiste se vi è qualcuno o qualcosa disposti ad attribuirle un senso» (pp. 11). Ne seguono implicazioni rilevanti: una verità intesa come storia fonda una concezione della realtà che non si riduce a una ragione “adulta”, costruita sull’esclusione dell’immaginario e del fantastico (p. 22). Essa, di fatto, rende meno problematica l’idea di una realtà popolata da una pluralità di istanze, purché esse abbiano valenza causale: non esiste soltanto ciò che è attualmente percepibile, ma tutto ciò che è dotato di potenza, «ontologie incompossibili simultaneamente in atto, e a più livelli» (p. 23).

Si delineano così le premesse di un’ontologia che, nel secondo capitolo, viene sottoposta a una prima verifica attraverso il confronto con W. O. Quine e con una certa tradizione analitica, all’interno della quale «l’ontologia perde la propria autonomia filosofica» (p. 28), poiché la scienza viene assunta come l’orizzonte capace di fornire il criterio pragmatico decisivo per stabilire ciò che esiste. È da questa restrizione che emerge, per contro, l’esigenza di un allargamento effettivo dell’orizzonte ontologico. In tale direzione, secondo Gatto, una prima via si apre risalendo ad A. Meinong, la cui posizione invita a estendere la categoria degli oggetti reali, ammettendo che «vi sono res non esistenti che possiedono, nondimeno, determinate caratteristiche» (p. 29). Resta tuttavia da stabilire su quali basi fondare l’ontologia. La posizione di Gatto è di matrice platonica: esiste ciò che è in grado di esercitare un’azione causale determinabile nei suoi effetti. «Il potere causale va considerato alla luce della sua capacità performante. […] L’esistenza è una proprietà votata per sua natura all’estroflessione» (p. 32). L’impianto quineano ne risulta minato e la prospettiva meinongiana estremizzata: l’esistenza non coincide soltanto con ciò che ricade nell’ambito di una quantificazione logica, ma con ciò che può produrre effetti. In questa cornice diviene possibile, finalmente, accordare una forma di realtà anche agli oggetti considerati solitamente inesistenti, dacché l’esistenza di ogni oggetto x non dipende «certo dall’eventualità che x sia oggetto di una variabile vincolata, ma dall’x preso in esame» (p. 38), e nello specifico dalla sua capacità di generare conseguenze determinate e al contempo determinabili. Tale ontologia è il dominio dell’eventuale che si realizzerà nell’attualità dei suoi effetti. Gatto ne individua allora tre tratti fondamentali: essa è plurale, paratattica e paraconsistente (p. 44). Da tali caratteristiche ne discendono altre tre: l’ontologia è intermittente, perché spezza la continuità del reale; potenziata, perché fondata sulla potenza; in potenza, poiché non presuppone «nessuna gerarchia ontologica stabilita in anticipo» (pp. 44–45). Si tratta, in ultima analisi, di un’ontologia effettivamente allargata, porosa e variegata, che Gatto qualifica provocatoriamente come «ontologia queer» (p. 48).

Il terzo capitolo approfondisce la logica della causa e della performatività già introdotta nel capitolo precedente. Gatto mostra come la realtà sia, in senso proprio, una performance che tende a occultare il proprio statuto e la propria genealogia (p. 49). Da qui l’esigenza di recuperare il valore pragmatico della stessa nozione di performatività – concetto mutuato in larga misura da J. Butler –, intesa come la tesi secondo cui il discorso non si limita a riflettere la realtà, ma la costituisce: non vi è una realtà che preceda il discorso, ché reale è l’atto stesso in cui il mondo si dispiega come storia (p. 52). All’interno di questa cornice diventa possibile rimettere in questione la verità intesa come corrispondenza ai cosiddetti fatti, poiché fattualità e verità coincidono. Non si tratta di un semplice superamento della teoria corrispondentista, ma di un suo inglobamento, ché la logica performativa non elimina né rimpiazza quella descrittiva del realismo – la cui cifra caratteristica è piuttosto l’esclusività –, ma la integra, palesandone l’origine e rendendone intellegibile il funzionamento (p. 53). È solo in questo modo che, peraltro, l’approccio performativo riesce a sottrarsi al rischio di un costruttivismo assoluto: «Se il costruttivismo viene inteso come un’istanza filosofica di stampo relativistico e soggettivistico, non sto dando forma […] a nulla di simile» (pp. 62–63). La posta in gioco non è la negazione dell’oggettività, ma della sua necessità. Il piano oggettivo non viene dissolto, bensì visto prospetticamente, ché ricondotto a un’enunciazione performativa contingente e intrecciata ad altre performance: «Il cominciamento è arbitrario e oggettivo. Arbitrario e oggettivo: i due termini si accompagnano, non si declinano disdicendosi. 

k

L’arbitrarietà del discorso produce una realtà possibile, e la possibilità della realtà istituita si impone nella misura in cui diviene il mondo che racconta e descrive» (p. 66). La performatività richiede sempre uno spazio entro cui esercitarsi: non è mai assoluta, ma strutturalmente condizionata. «Il performativo assoluto non esiste. Non c’è azione condizionante che non sia, a sua volta, condizionata: non esiste potenza costituente che non sia al contempo costituita» (pp. 68–72). Ma è possibile individuare realiter lo spazio del performativo? Gatto risponde in senso affermativo, a condizione di adottare un approccio genealogico. Anche qui, si tratta di radicalizzare la posizione di M. Foucault, intendendo la genealogia in modo ambivalente: da un lato come un dispositivo capace di smascherare il mito del dato rispetto a ogni assetto di potere (p. 73); dall’altro come un apparato che è esso stesso espressione di potere (p. 76). In ultima analisi, occorre assumere la genealogia come dispositivo che dà voce a una macchina narrativa che non tende all’assolutismo, poiché rende visibile il carattere plurale della verità e della realtà che essa stessa contribuisce a configurare (p. 76).

Nel quarto capitolo, Gatto mostra poi come alcuni esiti della fisica quantistica convergano verso un’ontologia affine a quella determinabile su basi genealogiche. Anche in questo caso, in effetti, è in gioco una realtà che non precede il proprio darsi, ma coincide con l’atto stesso in cui si istituisce, con il gesto che la rende effettiva (pp. 86–87). Quanto dire che viene smantellato il mito realista e la pretesa monistica che lo sostiene, a partire dalla constatazione che «non c’è il mondo-in-sé a fungere da modello ultimo» (p. 84). Riconosciuta una tale pluralità intrinseca del reale, Gatto compie il passo decisivo: l’ontologia plurale deve includere anche il virtuale: «Il gatto virtuale non è un gatto in carne e ossa, ma questo non significa che sia illusorio o che non esista realmente» (p. 94). La realtà assume irrimediabilmente la forma del multiverso, da intendersi non come un insieme di universi paralleli o giustapposti, ma come una molteplicità di piani di realtà che si compenetrano vicendevolmente. «Il multiverso è qui: non è l’insieme di universi distinti e autonomi, ma è composto dall’immanenza delle storie che si rincorrono, si incrociano e si sovrappongono, dando forma a un caleidoscopio di possibilità, esperienze e significati» (p. 111). Ne segue che è reale la totalità delle possibilità, attuali e virtuali, che coesistono; l’universo è segnato da un’immanenza radicale, nella quale ogni individuo è, in un certo senso, tutto. «Che cosa esiste? Tutto quello che può accadere. […] L’immanenza è assoluta […] Io sono già, hic et nunc, tutte le versioni di me stesso» (pp. 108 e 112). Accettare questa pluralità significa riconoscere la consistenza narrativa del mondo che ci circonda: «Siamo delle tracce: il risultato di quello che abbiamo realizzato e di ciò che abbiamo perduto, e che tuttavia è presente nella sua assenza, dandosi a vedere in ogni istante» (p. 113).

L’ultimo capitolo affronta il punto più delicato dell’intero impianto teorico e teoretico: come distinguere le molteplici storie che, intrecciandosi, compongono ciò che chiamiamo realtà? Gatto individua due criteri operanti congiuntamente: il già menzionato principio di causa e l’appello alla storia. «Nel momento in cui faccio del potere causale il criterio dell’essere reale compio un primo passo per incrinarne la compattezza […] Il secondo passo consiste nel gettare la realtà nell’agone della storia. Dobbiamo storicizzare il dominio dell’essere reale, così da trasformare l’ontologia in un processo dinamico» (pp. 116–117). Attraverso questo duplice movimento diventa possibile articolare una gerarchia delle realtà, evitando al tempo stesso la deriva di un costruttivismo assoluto. Come precisa Gatto, «non sto affermando che non esista la realtà, e neppure che dipenda tout court dalla dinamica poietica del discorso […] Sto sostenendo che a essere costituito e formato nel tempo è l’orizzonte della pensabilità e dell’esistenza, l’area che definisce quello che deve essere pensato per ragionare in modo adeguato» (p. 119). Ne consegue che la realtà non è indifferenziata, ma ordinabile secondo configurazioni storicamente determinate (p. 119): tutto resta esposto al mutamento, poiché non esiste una trama originaria che preceda ogni articolazione, né un discorso ultimo capace di chiudere definitivamente la catena dei rimandi metalinguistici in quanto “più vero”. La via proposta da Gatto consiste nell’ammettere una performatività che non occulta il proprio statuto e che, proprio per questo, rimane reversibile. «L’arbitrarietà del principio è la premessa della sua possibile reversibilità» (p. 122). Ed è lo stesso testo di Gatto ad esporsi coerentemente a tale esito, dal momento che, «da una parte, mostra l’impossibilità di un cominciamento assoluto […]. Dall’altra parte, pone in piena luce la possibilità della propria destituzione» (p. 127).

Ebbene, l’intento provocatorio del testo di Gatto è evidente e non può che valere come una sollecitazione utile ed efficace nei confronti della filosofia teoretica affetta recentemente da un preoccupante torpore speculativo. La questione della realtà, posta non come problema da risolvere una volta per tutte, ma come campo che si lascia attraversare solo al prezzo di ulteriori distinzioni e verifiche, è l’indicazione di ricerca di Gatto. E nella disponibilità a non chiudere il discorso risiede, da ultimo, il suo tentativo di riaprire il cantiere della filosofia teoretica resistendo alla tentazione di inaugurarlo con un ulteriore edificio che rivendichi ancora una volta la propria definitività. Come scrive l’autore, «la natura monolitica e sopravvalutata della realtà va messa in questione per instillare un sospetto, un dubbio destinato a rivelarsi presto iperbolico – e se l’univocità del reale nascondesse un principio d’ordine che ha acquisito forza ed efficacia auto-naturalizzandosi?» (p. 44).

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Alfredo Gatto