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Honoré de Balzac

(13 risultati)

Mariolina Bertini / L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac

L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac, di Mariolina Bertini (Roma, Carocci, 2019), è un libro di non facile collocazione, forse proprio per la sua articolazione singolare: è un testo fatto a strati, che al tempo stesso vortica, en colimaçon, attorno a un’enigmatica colonna portante: il personaggio ‘eponimo’, Vautrin. In questo studio Bertini torna magistralmente su due grandi temi cui ha dedicato buona parte della sua produzione teorica e critica: la ricezione della Comédie Humaine (un territorio che riserva ancora qualche sorpresa) e l’atto di lettura in Proust. E, soprattutto, rende un appassionato omaggio a un personaggio paradigmatico che, se da un lato è assolutamente unico nel suo genere, dall’altro è un meraviglioso prototipo, un personaggio-matrice. Gli appassionati di Balzac sanno bene che il famigerato Vautrin viene da lontano, in quanto condensa in sé tratti di personaggi più antichi (persino arcaici), ma è altresì ‘carico’ di elementi nuovi e originali che fanno di lui un vero e proprio archetipo.   Questo mio tentativo di sintetica descrizione dell’argument del volume di Bertini non fa altro che riflettere la suggestiva concatenazione delle parole-chiave...

Politica parlamentare / De Roberto, L’imperio

È toccato a L’imperio, il romanzo meno compiuto e più debole di Federico De Roberto, il trattamento critico maggiore, non solo per la densità del saggio introduttivo, esteso all’opera complessiva dell’autore catanese, ma anche per la sua natura di editing. Curandone l’edizione Garzanti (pp. 528, euro 20), Gabriele Pedullà ha infatti dato alla vicenda di Consalvo Uzeda una veste da dirsi definitiva, risolvendone l’inconcludenza col mettere mano al testo per correggere errori materiali, refusi, incongruenze, nomi propri, date storiche e riferimenti toponomastici entro un intero apparato che pure è arrivato fino a noi con tutte le sue mende originarie: a riprova della tesi secondo cui De Roberto, chiamato a tornare necessariamente sul romanzo per rifinirlo, ma non proponendosi neppure di farlo, lo abbandona per sempre dopo averlo accantonato già una prima volta per quasi quindici anni. Nelle sue intenzioni sarebbe stato una bomba, che però gli è rimasta nelle mani insieme con il manuale di istruzioni.   Ma non è la versione ripulita che premia maggiormente il lavoro di Pedullà, riuscito in un’opera di restauro che se non ha potuto rendere il testo più bello, dovendosi fermare...

Scienza dei costumi / Balzac, l’invenzione della sociologia

Nel 1839, Auguste Comte dà la prima definizione del termine sociologie nel suo Cours de philosophie positive ; proprio in quell’ anno Balzac, che si è ormai affermato, per usare le sue stesse parole, come uno dei “Marescialli di Francia della letteratura”, manda in libreria, insieme a parecchie altre opere importanti, la seconda parte di Illusioni perdute, magistrale e scandalosa descrizione del giornalismo parigino messo a nudo nei suoi rapporti con il commercio, con la politica e con la nascente “industria culturale” che sfrutta e orienta abilmente i gusti di un pubblico in espansione. È una prossimità cronologica che dà da pensare, anche se il termine sociologia non è mai utilizzato da Balzac; l’unico Comte che compare nella Comédie humaine non è il filosofo, ma il celebre prestigiatore e ventriloquo che si esibiva nel suo popolare teatrino del passage Choiseul.    È innegabile però che tanto la sociologia comtiana, quanto gli altri tentativi, coevi o di poco precedenti, di fondare una conoscenza certa dei fenomeni e dei rapporti sociali attraverso l’inchiesta e la statistica, hanno molto in comune con il desiderio di Balzac di fornire una rappresentazione esaustiva...

Immagini di camminatori / Dimmi come cammini e ti dirò chi sei

Dimmi come cammini e ti dirò chi sei. Come ci ricorda Rebecca Solnit nella sua Storia del camminare (Bruno Mondadori), l’atto di camminare, per quanto meno necessario di respirare, mangiare e dormire – senza dei quali non potremmo neppure sopravvivere – costituisce tuttavia la vera esposizione di sé nel mondo.   Se n’era accorto Honoré de Balzac quando scriveva la sua Commedia umana, e nel 1832 diede alle stampe un piccolo gioiello: Teoria dell’andatura. Forse è da qui che bisogna partire per cercare di capire qualcosa dell’atto di camminare di personaggi come Mao e Stalin, Churchill e J. F. Kennedy, Madre Teresa e Gandhi.   Nel Museo Salvatore Ferragamo di Firenze, accanto a opere d’arte (mostra curata da Stefania Ricci e Sergio Risaliti, fino al 12 aprile 2015) e alle scarpe storiche dello stilista, sono visibili delle brevi clip che ritraggono la camminata di questi personaggi. Se l’andatura è la fisionomia del corpo, Mussolini vi appare impettito: testa alta, passo sicuro, circondato dai suoi gerarchi in divisa con stivali d’ordinanza, nel filmato dell’Istituto Luce veste di bianco e ha la paglietta in testa.   Avanza altero, spingendo la gamba in avanti. Non è...

L’influenza della reputazione inizia dalla nascita / Black Mirror non parla del futuro

Una settimana fa ho ricevuto una notifica sul cellulare mentre stavo correndo. Netflix mi annunciava che era disponibile la (tanto attesa) terza stagione di Black Mirror, la serie inglese scritta da Charlie Brooker, per la prima volta prodotta da Netflix.   Alcuni giorni dopo, è uscito su Rivista Studio, un articolo che stroncava la nuova serie, affermando che le distopie immaginate nei nuovi episodi erano troppo banali e, soprattutto, secondo l’autore, “A dirla tutta, non sembrano esserci veri segni tangibili, né tantomeno avvisaglie, di imminenti distopie”. Come a dire, le distopie di Black Mirror non vanno prese sul serio, sono troppo radicali, non si avvereranno mai, i social media non ci rinchiuderanno in una prigione di vetro come racconta la serie.   Per sostenere questo argomento, l’autore porta l’esempio di un’applicazione, Peeple, che assomiglia a quella protagonista del primo episodio della nuova serie, in cui “una ragazza vive in un futuro non molto lontano in cui le persone vengono valutate – e ottengono rilevanza ed eleggibilità sociale – in base ai voti degli altri utenti di un sinistro social network che ha penetrato ogni piega della vita quotidiana...

Classici in prima lettura / Le Illusioni perdute

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   Ci sono grandi libri che non si leggono per snobismo, per puntiglio o anche per distrazione; quest'ultimo caso favorito dall'iperproduzione di un autore. Per esempio, letto con voracità nella tarda adolescenza e poi abbandonato perché inesauribile, Balzac, per sazietà, per passare oltre; dimenticato in seguito a favore d'altri autori ritenuti al momento più contemporanei. Oggi ne recupero Le Illusioni perdute.  Madame Louise de Bargeton è una donna in vista di Angoulême: nobile, ancor giovane e molto più colta dei suoi pari. Lucien Chardon de Rubempré è il suo protetto; ragazzo di umile condizione (ma con un titolo da parte di madre che insegue per tutta la vita), bellissimo e poeta. Sembrano fatti apposta per suscitare sussurri e invidie nell’angusta cerchia della buona società di provincia. Alla fine de I due poeti, prima parte del romanzo, la coppia parte nascostamente insieme verso il sogno chiamato Parigi; qui li dovrebbe aspettare una vita elegante, una carriera letteraria per lui e una mondana per entrambi, dentro alla nube luminosa d’un...

Koons, la Madonna del futuro e la nobilitazione del kitsch

Da alcuni giorni, in piazza della Signoria a Firenze, accanto al David di Michelangelo, c'è una nuova monumentale scultura con superficie metallica specchiante, una rappresentazione del ratto di Proserpina. Dentro Palazzo Vecchio, nella sala dei Gigli, c'è invece un bianchissimo calco in gesso del Fauno Barberini, con una sfera blu, anch'essa con superficie specchiante, appoggiata su un ginocchio. Il Barberini Faun e Pluto and Proserpina sono le due opere di Jeff Koons scelte per la mostra Koons in Florence, organizzata dall'Associazione Mus.e, finanziata dall'antiquario Fabrizio Moretti e curata da Sergio Risaliti; la prima di una serie che intende mettere a confronto l'arte contemporanea con quella del grande Rinascimento. Entrambe le opere hanno un'aria surreale ma innocua: suscitano un misto di stupore, divertimento e perplessità, senza però quella sottile, inquietante sensazione che le grandi opere surrealiste avevano e che Freud chiamava Unheimlich (tradotto impropriamente con “perturbante”). In essi c'è piuttosto qualcosa che li fa assomigliare a bizzarri souvenir giganti. Non è un caso,...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

Drone, l'occhio che uccide dal giardino di casa

È l’occhio del XXI secolo. Vola in alto, sopra le nostre teste. La sua visione è azimutale. Appare in grado di identificare un’automobile e i suoi passeggeri, distingue le portate di un pranzo all’aperto, sa capire se chi cammina su un sentiero di montagna è un pericoloso terrorista oppure un alpinista dilettante. Somiglia a un uccello, possiede ali nere e dimensioni ridotte; lo mostrano così le poche immagini messe in circolazione dalla aviazione americana.   Ma non c’è solo questo veicolo militare ad alzarsi sulle nostre teste. Questa estate lo si è visto volare sopra gli incendi boschivi. Qualche mese fa ad Istanbul, a Gezi Park, nel pieno della protesta che ha fatto vacillare Erdogan, il movimento di protesta ha lanciato in aria un piccolo apparecchio di colore bianco che forniva immagini da postare su You Tube. I poliziotti l’hanno abbattuto a colpi di pistola. Il suo nome è Drone; gli deriva da un verbo inglese, to drone, ronzare, anche se è conosciuto con vari acronomi: RPA Remotely piloted aicraft; ROA Remotely iperated aircraft; UAV Unmanned aerial vehicle. In italiano la...

Beato chi se lo fa, il sofà

Torniamo all’Ottocento, e a quelle saghe che sono un sicuro e saldo ponte fra quelle antiche (omeriche, indiane ecc.) e quelle contemporanee (Star Wars, le serie tv come Lost ecc.). Campione nel genere è indubbiamente Balzac con la sua Comedie humaine, ma se la cava niente male pure Zola con il ciclo dei Rougon-Macquart: venti romanzi in circa vent’anni, che è una media alla Lansdale. Con dentro capolavori come Il ventre di Parigi, Germinal e L’Assommoir.   Nel 1880 esce Nana, il nono della serie. Ed è il putiferio. Con chi dà a Zola del pornografo e chi, magari più avvezzo a frequentare certe compagnie femminili, lo accusa di esser stato un pessimo reportagista. Alla faccia del naturalismo professato.     Al di là di tali querelle, il punto è che la lettura ai nostri tempi di questo romanzo fa venire un po’ di nostalgia. Addirittura, sì, perché il tempo delle veline che scorrazzavano su aerei di Stato per poi sedere prima in piscina e poi su scranni in teoria più elevati non è trascorso da molto, e l’attuale compagine governativa talora fa...

La risemantizzazione romantica del bandito

Il merito di Walter Scott, in Ivanhoe, è stato quello di rimettere in auge, tra i primi e con maggior successo, l’età dei raid, il Medioevo, nella sua versione idealizzata, fatta di “tanti prodi campioni, ben montati e fastosamente armati”, pronti all’impresa e all’avventura, da ammirare “fermi sulle loro selle da combattimento come colonne d’acciaio”. In più ha gettato un ponte tra il mondo dei cavalieri e quello delle “bande di gagliardi fuorilegge” che vivono nelle foreste nelle canzoni popolari. Per esempio Gurth s’imbatte nei banditi di Robin Hood, che decidono di lasciargli i denari del suo padrone e protagonista del romanzo, ed anzi dichiarano: “È troppo simile a noi perché noi si possa dargli delle noie: i cani non aggrediscono i cani là dove ci sono in abbondanza volpi e lupi”. Inoltre danno la possibilità anche al servo di conservare i propri averi battendosi ai bastoni ferrati contro uno di loro in singolar tenzone; quando Gurth atterra l’avversario “ Bel colpo – esclamano i banditi – Vivano sempre i bei combattimenti e...

Claudio Franzoni. Movimento doppio

  Questo articolo inaugura una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.     Claudio Franzoni, studioso di arte antica, si è occupato in modo particolare di storia della tradizione classica e del rapporto tra antropologia e immagini. Per Einaudi ha curato l’edizione dell’Atlante della serie I Greci e ha pubblicato Tirannia  dello sguardo. Corpo, gesto, espressione nell’arte greca (2006).   Claudio Franzoni, Movimento doppio   L’appuntamento è alle 15 alla Pro Loco di Trescore, a mezz’ora da Bergamo. L’oratorio Suardi si può visitare solo così perché è di proprietà privata. Seguiamo – una decina di visitatori – il cicerone nel parco fino all’oratorio, saldato al corpo della villa principale da una sorta di passaggio coperto aggiunto nell’Ottocento. Entriamo e comincia la visita guidata che durerà circa un’ora, tempo...

Sulla bellezza / La vita e le forme

Qualche anno fa - 2005 circa - guardando il lavoro sulla vita monastica, Per sempre, della cineasta Alina Marazzi rimasi colpita da una frase pronunciata dalla giovane donna, aspirante alla clausura e poi ritornata alla vita mondana, di cui il documentario seguiva il percorso esistenziale. La giovane donna diceva che non avrebbe potuto dedicare se stessa a quel tipo di vita se dalla preghiera e dal contatto esclusivo con Dio non le fosse venuta ogni giorno una forma di piacere, di bellezza e di intensità non barattabili con niente altro. Nelle parole di questa ragazza, bella e disponibile a parlare della propria singolare esperienza con pacatezza e intelligenza tanto da attirare l’evidente empatia della telecamera, ho trovato un’associazione diffusa tra i mistici e i dediti alla contemplazione, quella tra pienezza estetica, propriamente dei sensi, e divino. Esiste una discreta letteratura sull’intersezione fra queste due dimensioni, estetico/divino, dunque non mi sono sentita particolarmente originale nel notare come la giovane donna parlasse dell’esperienza di Dio nei termini in cui altri parlerebbero di un’opera d’arte o di un vissuto sensoriale molto forte. Ciò che mi aveva...