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Jacques Tati

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"Hollywood Party" e il '68 / "Let's have a wonderful time!"

Alla fine degli anni Sessanta, la Hollywood delle Majors versa in una crisi senza precedenti: assediata dalla televisione, dalla crescita delle produzioni indipendenti e dall'avvento delle corporation (la prima a cedere è la Paramount, nel 1966, presto seguiranno le altre), assiste impotente ai mutamenti della società e del pubblico. Un pubblico giovane, che decreta il successo di film come Il laureato e Gangster Story (entrambi usciti nel 1967), è insofferente all'establishment politico e soprattutto si oppone vigorosamente all'escalation militare in Vietnam.   Il ricambio generazionale si avverte anche fra gli addetti ai lavori. Mentre i vecchi artigiani si avviano verso una pensione più o meno anticipata (l'ultimo Ford è del 1966, Hawks lo seguirà nel 1970) e in attesa che facciano la loro comparsa i "movie brats", l'ultimo scorcio degli anni Sessanta appartiene a figure di transizione. Blake Edwards è una di queste.   Blake Edwards (a sinistra) con Peter Sellers, sul set di "Hollywood Party". Classe 1923, formatosi negli anni Quaranta fra radio e televisione, Edwards raggiunge il successo internazionale nel 1961 con Colazione da Tiffany. Ama mescolare i generi con...

“Playtime”, 50 anni dopo / Tativille rivisitata

Può accadere che un film riesca a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Qualche volta sì. Secondo Wim Wenders, per esempio, il verde dei prati non è più stato lo stesso dopo Antonioni. Allo stesso modo, un corridoio di uffici o un ingorgo automobilistico non sembrano più gli stessi dopo Jacques Tati. Fateci caso. Dopo aver visto Playtime, lo sbuffare di una poltroncina in pelle – di quelle che potete trovare nell'anticamera di una banca o di uno studio medico – non avrà più lo stesso suono.      Di Tati è stato detto (talvolta un po' a sproposito) che ha insegnato agli spettatori a “vedere” meglio, ad “ascoltare” meglio. Per questo ha girato Playtime su pellicola 70 mm; per questo ha registrato rumori e dialoghi su più piste sonore. Per godere davvero questa bal(l)ade di un gruppo di turiste americane e di un buffo everyman in soprabito grigio, bisognerebbe rivederla più volte (secondo Noël Burch, addirittura «da più distanze diverse»), prestando attenzione a ogni dettaglio della scenografia, a ogni rumore, a ogni azione.   Spettatori e critici non erano preparati a tanto (e c'è da domandarsi in quanti lo siano oggi). Così, quando il 16 dicembre 1967...

Milano Filmmaker 2016 / L'Affaire Étaix

Pierre Étaix è morto a Parigi lo scorso 14 ottobre, poco più di un mese prima del suo ottantottesimo compleanno (era nato a Roanne il 23 novembre 1928). È uscito di scena con discrezione, senza troppi clamori, com'era nel suo stile. Pochi giorni fa, la 36ma edizione del Festival Filmmaker di Milano gli ha reso un fulmineo (ma sentito) omaggio. Grazie alla caparbietà del curatore Giulio Sangiorgio, autentico rabdomante del cinema del passato, abbiamo potuto vedere su grande schermo Pays de Cocagne, l'ultimo lavoro cinematografico di Étaix, uscito nel 1971 e – a quanto pare – mai distribuito in Italia. È singolare che un festival dedicato prevalentemente al cinema di non-fiction abbia inserito in programma un tributo a un comico – per quanto alle prese, per la prima e unica volta nella sua carriera, con il documentario. Tuttavia, con Étaix le singolarità sono parecchie, come vedremo.   Non eravamo in molti, in sala, ma d'altra parte Étaix è sempre stato un artista per “felici pochi”. Anzi, era il primo a scherzarci su. «Chi è Pierre Étaix?» è la domanda che risuona nelle ultime sequenze di Pays de Cocagne. Fioccano i pareri: «Molto leggero, umano, tenero», «Ironico, sottile,...

La Zuppa del Demonio

Il mare color dell’oro, poi gli ulivi, quindi le ruspe che abbattono alberi centenari. La voce fuori campo spiega che questo luogo, intatto dai tempi della Magna Grecia, sta per essere finalmente sconvolto per costruire la grande acciaieria: la cattedrale moderna. Il passato – compare un carro agricolo con grandi ruote, bellissimo – è solo sonno, abbandono, rassegnazione, miseria. Il futuro è invece l’acciaio che viene fuso nella grande cattedrale di ferro eretta al posto degli uliveti. Lì, nel calderone, bolle la zuppa del Demonio. La mangeremo per diventare moderni.   Si apre così l’ultimo film di Davide Ferrario, La Zuppa del Demonio (prodotto da Rossofuoco e Rai Cinema), un documentario costruito attraverso il montaggio di film industriali provenienti dell’Archivio del Cinema Nazionale d’Impresa d’Ivrea. A questo antefatto segue una breve meditazione: parla il regista, la sua voce, anche lui fuori campo, come lo speaker iniziale. Siamo in un’ex fabbrica, vuota. Al posto dei capannoni, dice, ora ci sono centri culturali, musei, supermarket. Terminata è l’epoca dell’...

Brian O’Doherty. Inside the White Cube

È uscito in libreria il libro di Brian O’Doherty, Inside the White Cube. L’ideologia dello spazio espositivo (traduzione italiana di I. Inserra e M. Mancini, Johan and Levi editore, Milano 2012, pp. 146, € 20). Il volume raccoglie e traduce per la prima volta in italiano i saggi pubblicati dall’artista irlandese sulla rivista Artforum a partire dal 1976. Presentiamo qui il testo attraverso due contributi di Alessandra Sarchi e Riccardo Venturi e ne anticipiamo la postfazione.       Lo spazio dell’arte   “Una scena ricorrente dei film di fantascienza mostra la Terra che si allontana dall’astronave fino a diventare un orizzonte, un pallone, un pompelmo, una pallina da golf, una stella. Questo cambiamento di scala si accompagna a un passaggio dal particolare al generale. All’individuo si sostituisce la razza, rispetto al quale noi siamo un’inezia, un brulicare di bipedi mortali ammassati quaggiù come un tappeto steso per terra. Vista da una certa altezza, generalmente la gente appare buona. La distanza verticale favorisce questa generosità, mentre l’orizzontalit...

Parigi. Fuori dal nido

Ogni anno la primavera porta al Centre Pompidou di Parigi un nuovo allestimento del museo e gli eventi artistici e mondani vanno di pari passo con l’arrivo delle belle giornate. L’inizio dell’estate è alle porte, almeno così suggerisce la temperatura di questi giorni, e l’appuntamento con l’abbronzatura a Paris Plage pare dietro l’angolo. Tuttavia la ritrovata luminosità entra nelle case dei parigini evidenziando polvere, pareti da imbiancare, mobili da riparare, piastrelle da sostituire. Che fare? Si va al Festival de ma maison.   La primavera a Parigi si apre con le lunghe file al Leroy Merlin di rue Rambuteau, proprio accanto al Centre Pompidou. I cataloghi d’arte sono sostituiti dai manuali tecnici, e per le strade non è difficile incontrare persone con gli oggetti più bizzarri tra le mani (i sacchetti a Parigi sono banditi, a partire dalla baguette tutto passa quasi sempre da mano a mano). Lunghe asticelle di legno, secchi, pennelli, aste di alluminio, sottovasi e porta vasi in ferro, persone con sedie e persone con lampadari. E poi mensole: di legno laccato, di legno naturale, in...