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James Ballard

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H.R. Giger. In memoriam

E così è morto anche H.R. Giger. Hans Rudolf "Ruedi" Giger. In Italia non si è mai capito se andasse pronunciato “Gaigher” o “Ghiger”. Un mistero che per molti rimarrà insoluto. Giger è conosciuto dal grande pubblico soprattutto per la creazione del mostro di Alien. Quando Ridley Scott nel 1978 si imbatté nella sua versione del Necronomicon – una ricerca visiva ossessionata nella terra desolata tra la magia nera e i culti dei Grandi Antichi di Lovecraft – forse capì di avere per le mani lo strumento definitivo per mettere la parola fine alle utopie residue degli anni '70. Una visione scura, gelida e paranoica del surrealismo, costruita in antitesi programmatica con la psichedelia in Colorama delle copertine degli Yes e dei Pink Floyd. Non c'erano campi di fiori nelle allucinazioni di Giger, non c'era nessuna luce alla fine del tunnel. Non c'era salvezza. Giger è stato l'anima nera degli esploratori dell'immaginario, sempre un passo oltre nell'estrudere i tentacoli gelatinosi della mente e allungarli verso una melma più densa: feconda, purulenta...

Il Dottor Mercurio in volo: ricordo di Antonio Caronia

E' un’amicizia che risale a trent’anni fa, esatti esatti. E adesso dove sei, Dottor Mercurio? Da quale lontano universo ci guardi ora?   Nel 1983 avevamo appena fondato la compagnia, che negli anni a venire avrebbe semplificato il proprio nome in Teatro delle Albe, ma che all’origine portava una sigla “barocca”, per dirla con Oliviero Ponte di Pino: Albe di Verhaeren. Scegliemmo quel nome per fare un omaggio a Vsevolov Mejerchold, il grande maestro della regia, allo spettacolo mitico (appunto Les Aubes, scritto da Emile Verhaeren) con cui aveva inaugurato il suo nuovo corso rivoluzionario nel 1917. Ma quel nome, svincolato dalla conoscenza storica, sembrava anche alludere alle albe di un pianeta misterioso, Verhaeren, un nome quindi che evocava la science-fiction del tempo, gli scenari di quella fantascienza che tenne a debutto il nostro percorso teatrale.   Infatti eravamo all’epoca immersi nella lettura delle opere di Philip Kindred Dick, e da quella magmatica narrativa, sospesa tra visioni del futuro e lo scavo in un inquietante presente, stavamo traendo ispirazione per i nostri primi spettacoli. E fu al debutto di uno...

Andy Warhol

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     Per dirla in un modo che scimmiotta un poco Warhol stesso: non c’è più grande sconosciuto dell’uomo famoso. La fama è una maschera, sotto la quale sta non solo l’uomo ma la sua stessa opera. Chi è dunque veramente Andy Warhol? Quale il significato della sua opera?   Tutti lo conoscono, la stragrande maggioranza lo identifica con le icone della cultura pop: i divi cinematografici, il cibo in scatola, le personalità famose; molti conoscono anche i suoi “Incidenti”, più drammatici e controversi; i cultori della musica pop ricordano le sue copertine di dischi, dai Velvet Underground ai Rolling Stones...

Cosa raccontano le nostre autostrade

Tutto ciò che prima era una ferrovia, un’autostrada, un ponte, è diventato grande opera. Stavo scrivendo Grande Opera in maiuscolo, come se fosse un marchio consolidato, un logo stampato nel cielo o inciso nella terra, a traccia. Dal 2001 la Legge Obiettivo - forse sarebbe stato più eloquente chiamarla Obiettivo Legge - stabilisce gli interventi prioritari, la semplificazione delle procedure, la modalità di progettazione e finanziamento per le grandi opere considerate sempre strategiche.   La grande opera, nell’intento di chi ne detta il respiro, è l’autorità, il ritorno all’evidente, al monumentale che difende dalla tendenza inesorabile al frammento, alla scomparsa, voluta, peraltro, proprio da chi coltiva la dismissione e, contemporaneamente, la grande opera. Ogni marchio, nonostante sia invasivo e subito riconoscibile nella sua rappresentazione, esercita un potere anche neutro, e ha bisogno della lingua: che sia slogan o sermone, oggi come nel 1964 domina il timbro politico travestito da equidistanza tecnica, ciò che Pasolini criticava dopo il discorso di Aldo Moro all’...