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Lucrezio

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Un verso, la poesia su doppiozero / Friedrich Hölderlin. Chi pensa il più profondo, ama il più vivo

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso di Friedrich Hölderlin  (Wer das Tiefste gedacht, liebt das Lebendigste), che sopra riporto nella traduzione di Giorgio Vigolo, in un’altra traduzione, per dir così più esplicativa, quella proposta da Luigi Reitani nel “Meridiano” dedicato al grande poeta tedesco, suona...

Ecologia, etica / La Terra come soggetto di diritto

Dall’ecologia all’etica   Nel suo appello a preservare resti di natura selvaggia, l’ambientalista Aldo Leopold rilevava che “la capacità di percepire il valore culturale della natura allo stato selvaggio si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale. La superficialità degli uomini d’oggi, che hanno perso le proprie radici terrene, fa loro credere di aver già scoperto ciò che conta; questi sono coloro che cianciano di imperi politici o economici destinati a durare secoli”. Nel dizionario delle virtù che dovrebbero accompagnare i tempi a venire, oltre alla mitezza e alla temperanza (termini su cui il lessico della morale concorda con il tempo delle meteore), l’umiltà costituisce, suggerisce Michel Serres, la vera essenza dell’uomo. L’homo humilis ritrova il suo contatto con le cose, ristabilisce il suo legame con la Natura e assume, riprendendo l’etimo di geometria, la Terra come misura. “Il metro è la Terra”, un’affermazione di Serres che Leopold avrebbe potuto sottoscrivere. Per l’antropocentrismo trionfante che, dal relativismo di Protagora, attraverso l’affermazione cartesiana del Soggetto, impone anche oggi al mondo le proprie leggi ei propri...

Lucrezio, Pascal, Ada Byron e Einstein / La scienza va a teatro

In questa raccolta di pièce teatrali, Giuseppe O. Longo si fa portavoce di un’eredità antica quanto il teatro, a partire dal Prometeo di Eschilo, nel quale per la prima volta la scienza varca le soglie del teatro, si impossessa del palco e vaticina all’uomo quello che sarà il suo futuro. Prometeo era l’amico dell’uomo. Era il progresso da sempre ricercato e inseguito, la ribellione al dominio divino. Prometeo portò agli uomini la sete di potere, la brama di un progresso al contempo dono e maledizione, che avrebbe accompagnato il genere umano attraverso i secoli, conducendolo dritto verso la propria probabile distruzione. Prometeo ci portò il fuoco, e con esso il nostro peccato originale. Il titolo stesso dell’opera, La scienza va a teatro (Trieste, EUT edizioni, 2017), implica una dicotomia, che Longo ha tutta l’intenzione di superare, tra quelle che sono due parti fondamentali dell’essere umano. Da che il teatro esiste ha sempre avuto come scopo quello di raccontare l’individuo, di estremizzarne l’esistenza dalle più grottesche facezie del comico ai più alti eroismi del tragico. E questa dicotomia appartiene al genere umano, e in essa inevitabilmente vive la propria tragedia....

Biogea / Michel Serres: incontri, amori

Pubblichiamo un estratto della postfazione di Francesco Bellusci al nuovo libro, tradotto in italiano, di Michel Serres: Biogea. Il racconto della terra, dal 24 novembre in libreria, e un brano tratto dall’ultimo capitolo del libro intitolato: “Incontri, amori”.    Improvvisamente, nel giro di meno di un secolo, dopo millenni, abbiamo eroso quel campo della Necessità che stoici ed epicurei ritenevano invalicabile. Ciò che non era in nostro potere, ora lo è, in tutto o in parte. La nascita e la morte, le minacce alla nostra salute, la vita e il suo codice genetico, la velocità delle comunicazioni e degli spostamenti, la riproducibilità dei beni, il clima. Siamo all’altezza del mondo, siamo dotati di strumenti all’altezza della sua potenza, ma ci salveremo solo se ci riconosceremo nel mondo. Il nostro futuro è in bilico tra armi di distruzione di massa e armi di costruzione di massa. Se non possono più essere quelle di Epicuro, come sosteneva accoratamente Lucrezio, agli inizi del V libro del De rerum natura, le parole di quale nuova saggezza, le parole di quale nuova filosofia, potranno dissuaderci dall’uso delle prime, farci guarire dalle paure e dall’aggressività che...

Michel Serres. Dal rito alla scienza

René Girard è scomparso pochi giorni fa, all’età di 91 anni. Esce tra pochi giorni Il tragico e la pietà (edizioni Dehoniane), libro scritto, come ha ricordato anche Massimo Panarari su La Stampa di ieri, con un altro “grande di Francia”: Michel Serres. I due si conobbero nel 1969, all'università di Stanford, ed è sopratutto in Roma che il debito di Serres con le tesi di Girard sulla violenza e il sacro si fa evidente. Ricordiamo così René Girard pubblicando integralmente uno dei suoi testi dedicato proprio a Michel Serres, testo compreso nel volume Riga, curato da Gaspare Polizzi e Mario Porro (Marcos y Marcos, 2015).     “Contrariamente a quanto si crede, la scienza non annulla ciò che non è scienza... Il mito conserva un ruolo considerevole nel sapere scientifico e viceversa”[1]. Non bisogna dunque credere al dogma delle ‘due culture’, pressoché estranee l’una all’altra: la prima rigorosa votata all’utile ma “priva d'immaginazione”; e la seconda inutile, fantasiosa, gratuita, libera di muoversi a piacimento...

Tito Livio

Poeta della storia, questa è la definizione che fu data di lui, in un passato non troppo lontano. Lui è Tito Livio. Quasi che questo austero cavaliere padovano, che ha scritto sotto Augusto, avesse scoperto, prima del giovane Croce (La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte) e prima anche di Hayden White, la funzione estetica dello scriver storia, o storie. Come se quest’uomo, dedito unicamente alla compilazione dei suoi  cento e quarantadue libri Ab Urbe condita (dalla fondazione di Roma), si fosse potuto permettere il lusso di contraddire Aristotele, che pretendeva vi fosse un’insanabile contraddizione tra lo storico “che narra ciò che è avvenuto” e il poeta che parla di “ciò che potrebbe avvenire”.   A me, nel mio piccolo, Livio, nei suoi trentacinque libri superstiti, è sempre parso, più che altro, un indefesso creatore di figure da sussidiario. Sì, proprio quel libro delle scuole elementari in cui si trovava un po’ di tutto, anche, un tempo, i grandi eroi della Storia Romana. Muzio Scevola che, fallito l’attentato a Porsenna, stende la mano...