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L'uomo come fine

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Ritrovare la fede nell'umano / Petter Moen, Mollergata 19

«I confini del mio corpo sono i confini del mio io – scrive Jean Améry –. La superficie cutanea mi protegge dal mondo esterno: se devo avere fiducia, sulla pelle devo sentire solo ciò che io voglio sentire» (in Intellettuale ad Auschwitz, Bollati Boringhieri). La tortura rovescia questa certezza e travolge ogni scelta, decisione, proposito: «quando non si può sperare di essere soccorsi, la sopraffazione fisica da parte di un altro diviene definitivamente una forma di annientamento dell'esistenza» (Améry). Questo accadde a Petter Moen, intellettuale ed esponente della resistenza norvegese all'occupazione nazista, quando all'età di 43 anni venne rinchiuso nella prigione della Gestapo a Oslo, in via Mollergata 19. Il 3 febbraio 1944, Moen viene arrestato insieme alla giovane moglie Bergliot S.V. Gundersen che verrà subito internata nella prigione Lager di Grini, un campo di transito aperto dai nazisti in Norvegia e destinato agli oppositori. Prigioniero alla Victoria Terrasse, il quartier generale della Gestapo tedesca, Petter è sottoposto a tortura e interrogato ripetutamente. Da questo momento, le sevizie e gli interrogatori infiniti saranno una regola, anche quando Moen verrà...