Daddy su Grindr

23 Marzo 2026

Chi vince nella lotta tra chi è più narciso: il protagonista senza nome o i "cuccioli" che lo agganciano su un'app di incontri, in Daddy, il romanzo di Nicola Gardini appena uscito per Mondadori? Vincono i cuccioli, senza dubbio, con il loro nichilismo digitale dove la funzione sostituisce il senso, l'altro smette di essere una persona e diventa un oggetto transazionale.

È un libro interessante, Daddy, che esplora i legami umani quando diventano connessioni di mercato, facili da stabilire e facili da interrompere e, se si protraggono, lo fanno in assenza di qualsiasi forma di attaccamento, perché una relazione non è altro che una transazione, necessaria a soddisfare un bisogno fisico o a dare una regolata alla propria autostima. L'ipertrofia dell'io del protagonista senza nome, che si autonomina "daddy" ("papà, papi, papino") usando il vezzeggiativo con il quale lo chiamano i suoi giovani adescatori, viene umiliata dal narcisismo delle sue vittime, ma sarebbe meglio dire carnefici.

Un intellettuale, che di mestiere fa il traduttore, rimasto vedovo dopo trent'anni di matrimonio, comincia il suo racconto con "Mi era tornata la voglia di sesso". Ma "ero diventato vecchio e malinconico. Mi facevo schifo. Se facevo schifo a me stesso, figuriamoci agli altri": meglio non pensarci, ma per poco, perché scopre subito l'app di incontri geolocalizzata, che mette in contatto chi la usa con chi ha gli stessi gusti sessuali e si trova nelle vicinanze; lo spazio urbano come catalizzatore di profili umani che sembrano schede tecniche, con le descrizioni di altezza, peso, ruolo, preferenze. E scopre di avere un mercato: "nel giro di poche settimane mi ritrovai daddy. Mi ero creduto finito e invece ero un'icona. Piacevo, piacevo molto, soprattutto ai giovani passivi che finirono per costituire, con l'aiuto dell'algoritmo, il mio esclusivo pubblico. L'anagrafe, dunque, anziché essermi contro, era dalla mia parte". Parte così il racconto di un autismo feroce, mascherato da una falsa affettività proclamata ma mai praticata se non sotto forma di nevrosi: i ragazzi che incontra, i cuccioli (gli pare un termine "meno morboso. Lo trovo anche un pochino comico") sono tutti incapaci di uscire dal loro guscio, interessati non a lui ma al riflesso di sé che ottengono usandolo. Così Adrians, Filippo, Fulvio, e gli altri. Nomi intercambiabili, escluso Adrians, con il quale Daddy cerca di ricondurre la gamification del desiderio, cui lo costringono questi giovanotti, nei confini di una storia d'amore tradizionale: ma Adrians comunica inviandogli selfie in palestra, messaggi telegrafici (come il primo che Daddy riceve: "fuck me raw"), info sul meteo. Con la caparbietà di chi crede di piegare una mente vacua al suo narcisismo pedagogico – in cui si riconosce, deformato, lo stesso paternalismo di Pasolini con Ninetto Davoli – si vede continuamente disatteso: quasi mai riceve un "no", solo silenzi, o ritardi; gli costruisce cattedrali di significati intorno, sotto forma di camere affittate in hotel di lusso, ristoranti, salti mortali per telefonargli da Cuba senza wi-fi, infinita pazienza, e si vede rispecchiato in un occhio che non lo guarda. L'intellettuale non viene respinto, Adrians proprio non lo vede. La sessualità come la intende Adrians è radicalmente diversa da quella a cui Daddy accondiscende: l'investimento emotivo non è previsto in questi ragazzi alla ricerca di un'idea di daddy: "il cucciolo notte e giorno è a caccia del prossimo daddy: daddy+daddy+daddy+daddy+daddy+daddy ecc. ecc. all'infinito (se ammettiamo per ipotesi irrealizzabile che il cucciolo non invecchia mai, come Dorian Gray), quando, infine, l'idea sarà contemplata in tutta la sua perfezione. (Il vero Daddy – in pratica – è Dio)".

Senza saperlo, con la sua indifferenza, Adrians così disponibile e nello stesso tempo così assente, invece di eccitare il desiderio di daddy lo smorza, costringendolo a tentare di vivificarlo replicandolo in altri incontri, a piegarsi insomma ai suoi automatismi. Questo romanzo disinibito, di una schiettezza che non c'entra nulla con la pornografia, contaminato nella narrazione da uno "spirito saggistico", ma che resta "pur sempre un'autobiografia", è pieno di indizi sulla cultura del suo autore, non digiuno di classici (lo ricordiamo per il bestseller Viva il latino Storia e bellezza di una lingua inutile, 2016) ma nemmeno di camp, con l'immancabile citazione di Mina e, se decide di ripetere una frase usurata come "less is more", non necessaria, sembra lo faccia per poter esibire, in nota, la sua erudizione: "Sono parole – se permettete – della poesia di Robert Browining,  Andrea del Sarto". Nel romanzo compare una donna, Monica, appena tratteggiata, della quale si sa poco: "c'è sempre una donna grassa nella vita di un gay" scriveva David Leavitt in Ballo di famiglia, 1984,ma rappresenta comunque un ponte con il passato del protagonista, con Alex, il marito morto, e quindi la continuità della vita dopo la catastrofe e il lutto. È lei che lo incoraggia a scaricare Grindr: "Devi solo ricominciare a scopare", Monica è l'unico corpo "reale" del romanzo, rappresenta il senso umano nel deserto affollato di Grindr e la cura dell'amicizia contro il consumo del sesso, con la sua ironia, la sua empatia con il daddy, a cui vuole veramente bene, la sua profondità. A un certo punto la narrazione principale comincia ad alternarsi con i ricordi dell'infanzia di un capo: il padre omofobo, il Dottore, Rimini. Sembrano messi lì per allungare il racconto, che smarrisce quindi per un momento la sua smagliante coerenza. 

Ha destato stupore, ma fino a un certo punto, che Daddy sia stato presentato a concorrere al prossimo Premio Strega da Renata Colorni: l'endorsement della rigorosa filologa, direttrice per venticinque anni dei Meridiani, traduttrice di giganti come Bernhard, Canetti, Dürrenmatt, Schnitzler, ha il senso preciso di sottrarre questo libro allo stereotipo del "romanzo gay", di restituirgli la dignità di un'indagine letteraria sul desiderio e sulla sua decomposizione. Colorni, nella scheda per lo Strega, lo legge anche come un libro "sul rapporto irrisolto del protagonista con un padre incapace di accettarlo" ma Daddy sembra più il catalogo aggiornato di come i nativi digitali colonizzano un ruolo archetipico – quello della figura paterna, protettiva, dispensatrice di cura – per esercitarvi sopra un potere devastante, in cui il predatore si maschera da cucciolo e la vittima si adegua ad assumere un ruolo dominante fasullo. Il "daddy" non è chi protegge, è colui che viene consumato. Non è chi possiede: è chi viene posseduto dall'idea che gli altri hanno di lui, ridotto a funzione, a "idolo" ("idolo sì, ma anche marionetta, come tutti gli idoli"), a specchio nel quale i cuccioli cercano non lui ma sé stessi e dunque il riflesso distorto della propria giovinezza e del proprio desiderio. Gardini non scrive un romanzo sulla luce, sulla redenzione attraverso il lutto o sulla rinascita del desiderio dopo la morte del compagno. Scrive sulle ombre: sull'oscurità di un legame ancestrale piegato a dinamiche di dominio e sottomissione, sulla fenomenologia di un feticcio erotico che parassita il vincolo filiale e lo svuota di ogni contenuto affettivo, lasciandone solo la forma, il nome, il ruolo e la parola stessa, leziosa: daddy. Una parola che su Grindr finisce per non significare più nulla o il contrario di tutto.  

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