Imparare da lapsus: sogni e atti mancati
È in atto da tempo una trasformazione della psicoanalisi. Non lineare e non facile. Un modo per individuare le caratteristiche del confronto è porre in dialogo due orientamenti prevalenti: uno che pensa a facilitare il cambiamento psichico favorendo la comprensione di sé da parte del paziente; e l’altro che è centrato sulle esperienze vissute in analisi, in quanto create dalla relazione terapeutica e in grado di arricchire la capacità del paziente di sperimentarsi come vivo e reale. In ogni caso si tratta di cercare le condizioni per abitare una relazione asimmetrica e aprire finestre di comprensibilità su sé stessi mentre si prova ad aiutare un’altra o un altro ad aiutarsi. Ciò vuol dire cercare di elaborare e abitare le proprie trasformazioni. Quanto è difficile cogliersi nel divenire! Tentati come siamo a fissare ora uno, ora l’altro polo dell’osservazione, possiamo scoprire che è proprio in quel movimento che sta il senso dell’essere, cioè nel suo divenire. Come in una tela di Gerard Richter la figura sfuma nel paesaggio e il paesaggio penetra la figura. L’atto psicoanalitico che quel movimento percorre è, in tal modo, fonte di apprendimento esistenziale e professionale. Di questo intende occuparsi la comunità di pensiero che realizza da qualche anno la rivista semestrale Frontiere della Psicoanalisi edita da Il Mulino, il cui ultimo numero [luglio-dicembre 2025] è dedicato a Apprendere dalla psicoanalisi. “La psicoanalisi è liberale e laica nel senso più democratico del termine:”, scrive Massimo Recalcati nel suo contributo finale, “conduce la democrazia verso il lutto irreversibile dell’Uno. Dunque al rifiuto di ogni fascinazione dell’Uno nel nome del carattere insuperabile del Due. Nemmeno in casa propria il soggetto può farsi Uno” [p. 524]. Così Recalcati, parafrasando Freud e Lacan. Del resto il paradigma corporeo-relazionale che mostra la propria efficacia nel cercare di conoscere noi stessi tende a porre al centro il divenire e sfuma le identità presunte come fisse verso l’emergere del possibile, verso la diventità, appunto, ricorrendo al neologismo che abbiamo ritenuto di proporre con Vittorio Gallese in Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente [Raffaello Cortina Editore, Milano 2024].
Italo Testa, in un suo contributo sull’autenticità, con particolare riguardo alla poesia, scrive: “Autenticità, in questo scenario, è allora la capacità di abitare la finzione come spazio di verità futura, come luogo in cui ciò che oggi è impossibile trova una lingua, una figura, una voce”. Una considerazione che Recalcati sembra confermare nelle due righe conclusive del suo contributo e del fascicolo della rivista: “Apprendere ad apprendere nella psicoanalisi accade veramente solo quando vi sono effetti imprevisti di soggettività” [p. 527].
Lo stesso proposito del gruppo di lavoro che realizza la rivista, nel produrre questo numero speciale, indica un impegno controtransferale che consiste nel domandarsi che cosa ognuno abbia appreso dalla psicoanalisi. Estendo la domanda, i contributi finiscono per comporre una diagnosi sul ruolo e sull’efficacia della psicoanalisi, mediante la messa in gioco degli autori e della disciplina. L’assunto di partenza è che “l’incontro con la psicoanalisi, come teoria e come esperienza, non lascia indenni”. Si tratta di un incontro che non può preservare un “pensiero tranquillo”, ma che “ci costringe” a pensare diversamente, scrivono Maurizio Balsamo e Massimo Recalcati nel primo contributo [p. 315]. Tranquilla non è neppure la condizione della disciplina e delle diverse comunità che la praticano. Una domanda impegnativa riguarda il rapporto tra la ricerca e la pratica psicoanalitica attuale e “lo squarcio originario” aperto da Freud. Il rischio è di essere diventata una macchina infeconda, sterilizzata dal conformismo, dal pensiero unico, dalla chiusura; di smarrirsi in rituali come “quei cimiteri psicoanalitici che chiamiamo ‘congressi’, la manifestazione plastica di questa inversione scolastica: la vita serve la dottrina e non la dottrina la vita” [pp. 525-526].
Avvalendosi del confronto con alcuni ‘padri fondatori’, da Winnicott a Pontalis, fino ad André Green e ad Elvio Fachinelli, i saggi si interrogano sullo scopo primario dell’esperienza analitica. La questione di fondo è se la psicoanalisi vada o meno nella direzione di condurre il paziente nell’area del “gioco”, di sostare con lui in un’area intermedia affinché egli possa apprendere a giocare, cioè a fare cose con le parole, a esplorare altre forme di vita emotiva e di pensabilità, a trasformare il limite indiscutibile in un vertice non più univoco, a trasformare sé stesso e le regole del gioco. Lo squarcio di Freud è sottoposto, insomma, a un continuo rischio di chiusura da parte dei suoi stessi eredi. Come scrive Balsamo: “Ritroviamo questo problema già nella denuncia di Fachinelli di una psicoanalisi trasformata in un apparato difensivo (da qui, secondo lui, la necessità conseguente di una pratica orientata diversamente, di una ‘diminuzione della vigilanza, di un allentamento della difesa, di un allentamento nel sogno, del fantasticare, nell’inventare’, come scrive in La mente estatica” [Adelphi, Milano 2009; p. 20]. Un fantasma sembra attraversare un notevole numero dei saggi che compongono il fascicolo della rivista: una pratica clinica orientata e guidata, più o meno implicitamente a perseguire un “modello di autenticità” dell’umano. Quel modello o quei modelli finiscono per essere un ostacolo al riconoscimento “della identità multipla”, come la chiama Pontalis, che sola “offre una chance di trovare la propria voce singolare”. Eppure la psicoanalisi non solo nasce da una ferita del moderno e dei suoi modelli deterministici e monolitici, ma opera in contesti in cui è sempre più difficile riconoscere e accreditare un singolo modello di autenticità. Anzi, per molti aspetti il tempo è quello del naufragio dell’autenticità. L’ autenticità si sfalda e destruttura sotto i nostri occhi, e non da ora. La natura proteiforme della realtà che prima affiorava alla superficie, è diventata ora la condizione riconosciuta. Riguarda non solo la scena storico-sociale nella quale viviamo, ma raggiunge i nostri mondi interni, producendo una autentica fine del mondo, come efficacemente l’ha definita Ernesto de Martino. Come il Roquentin di Jean Paul Sartre in La Nausea [Einaudi, Torino 2014], ci chiediamo cosa sia la “cosa” sulla quale siamo seduti. Dovrebbe trattarsi di una panca. Eppure la parola “panca” non esce dalle nostre labbra, segno della sua inadeguatezza a dire il fenomeno; segno della sopraggiunta mancanza di corrispondenza tra significante e significato. “Ma la parola mi resta sulle labbra: rifiuta di andarsi a posare sulla cosa”. “le cose si sono disfatte dei loro nomi […] io sono in mezzo alle cose le innominabili”. La crisi del linguaggio evidenzia lo sfaldamento delle convenzioni sociali, radicate nella memoria collettiva consapevole e inconscia, sulle quali riposa l’idea di mondo in quanto universo plasmato dalla cultura e dalla storia.

Come non pensare a Hugo von Hofmannsthal o alla Elizabeth Costello di John M. Coetzee.
In Lettera a Lord Chandos [Marsilio, Venezia 2017], e siamo nel 1902, come è noto, in un primo momento Chandos aveva provato repulsione solamente per le parole e i concetti astratti, che nella lettera paragona a "funghi ammuffiti" in bocca prima di essere espressi. Questa sua avversione, con il passare del tempo, si estende ad ogni singola parola del linguaggio. Prova, quindi, a concentrarsi sui classici come Seneca e Cicerone, ma la sua condizione non gli permette di comprenderne il senso e continua, così, il suo declino. Chandos ha perso l'abilità di pensare e parlare in modo autentico e coerente e i brevi momenti di armonia con la natura che si esprimono in esperienze trascendentali, una volta passati, non sono esprimibili in parole. Il giovane, ogni tanto, pensa di essere sulla via della guarigione, ma si tratta soltanto di illusioni: Chandos chiude la lettera affermando che non scriverà più in nessun linguaggio conosciuto.
In Elizabeth Costello [Einaudi, Torino 2004] accade un naufragio analogo. Siamo nel 2003, e il premio Nobel per la letteratura John Coetzee scrive: “C’è stato un tempo in cui credevamo d saperlo. Credevamo che quando il testo diceva: ‘Sul tavolo c’era un bicchiere d’acqua’, ci fosse davvero un tavolo e sopra il tavolo un bicchiere d’acqua, e ci bastava guardare nello specchio di parole del testo per vederli. Ma tutto questo è finito. Lo specchio di parole, s’è infranto, irreparabilmente, a quanto pare. Su quello che sta succedendo nella sala conferenze, la vostra ipotesi vale quanto la mia: uomini e uomini, uomini e scimmie, scimmie e uomini, scimmie e scimmie. La stessa sala conferenza potrebbe essere semplicemente uno zoo. Le parole sulla pagina non si ergeranno più una per una a proclamare: ‘Significo quello che significo!’. Il dizionario, che stava accanto alla Bibbia e alle opere di Shakespeare sopra il camino, dove nelle pie case romane venivano custoditi gli dei penati, è diventato solo un cifrario, uno fra tanti.”
In questo contesto in cui mondi interni e mondi esterni sono in trasformazione, ponendosi la questione della formazione e dell’apprendimento della psicoanalisi, Maurizio Balsamo svolge un’analisi critica degli attuali modi di “trasmissione”e riconosce che la psiche è troppo complessa per essere colta da un modello unico, per cui è necessario lasciare spazio alla disponibilità, alla sorpresa, all’apertura, all’imprevisto, assumendosi il “rischio di lasciarsi davvero trasformarsi dall’altro” [p. 332]. Come aveva con chiarezza e lucidità anticipatrice intuito Aldo Giorgio Gargani, il mondo esterno esercita un’azione causale sugli uomini, i quali non possono fare a meno di avere una coscienza modificata se improvvisamente si apre una porta che fa loro percepire un nuovo scenario che mette in crisi i fondamenti che sembravano inamovibili [Il sapere senza fondamenti. La condotta intellettuale come strutturazione dell’esperienza umana, Einaudi, Torino 1975]. Di solito il problema che il riconoscimento dell’impossibilità e della dissolvenza dell’autenticità pone agli interpreti è se questo porre l’accento sulla varietà imprevedibile o incalcolabile, nel senso di “non regolata da […] ‘algoritmi’ o ‘programmi’”, dei vocabolari non equivalga a negare la validità della “funzione razionale e argomentativa”. La risposta di Gargani è che non è così; quella funzione “mantiene la sua validità ovviamente in quanto controllo della coerenza delle inferenze nell’ambito e all’interno di un certo definito sistema sociale e linguistico”. È lo stesso Balsamo che nel contributo “Apprendere dall’esperienza” riconosce la necessità di un orientamento alla complessità e alla singolarità della relazione analitica. Riflettendo sulla differenza con cui Freud scriveva i propri casi rispetto a Charcot, evidenzia che “I casi di Freud mostrano al contrario procedure completamente diverse, non illustrando nulla all’inizio, né tipo conosciuto, né certezza acquisita, esso si presenta come un enigma su cui il lavoro analitico deve operare per chiarire i termini e poterlo risolvere” [p.342]. In ogni caso clinico, scrive Balsamo, incrociamo miti, storie, fantasmi, teorie, modelli che dovrebbero permettere a ogni sapere di poter introdurre un di più di domande, un fuori-testo o un fuori-le-mura che una simile complessità non può ovviamente che attivare. Insomma, è la stratificazione medesima di ogni esperienza, e in primis di quella analitica, a sollecitare l’infinità del lavoro interpretativo, la sua estensione, la sua lacerazione [p. 351]. La ricchezza dei contenuti dei saggi contenuti nel numero della rivista consente solo di svolgere riferimenti rapidi e certamente penalizzanti ai singoli contenuti, che sono tutti da leggere con attenzione, come il contributo di Fiamma Vassallo, Eros e Verità, basato cu un caso clinico, o come il contributo di Francesco Giglio che ricorrendo ad una metafora nel titolo, Chemney sweeping (spazzando il camino), si preoccupa di individuare sette grandi insegnamenti della psicoanalisi: 1) per la psicoanalisi le parole non sono soltanto uno strumento di comunicazione; 2) ogni umano è fatalmente segnato dal trauma del linguaggio; 3) la logica cosciente ci inganna e siamo condotti ad un’altra logica invisibile, nascosta, inconscia che determina aspetti fondamentali delle nostre scelte vitali; 4) l’importanza del dato simbolico agisce a scapito della genetica e dei legami di sangue o della realtà effettiva dei fatti; 5) l’assunzione della responsabilità della ripetizione del proprio dolore lasciando il posto della vittima innocente; 6) partire da una propria ferita per farne uno strumento al servizio della clinica, dell’altro e della cura; 7) introdurre una differenza rispetto all’ideale, di mostrarne l’ingannevolezza e di operare per una messa in valore del reale. I contributi di questo numero di Frontiere della psicoanalisi si concentrano sulla funzione del tempo nella clinica analitica; sul desiderio dell’analista e sulla funzione trasformativa dal pensare per dire al dire per pensare; sull’infanzia del sapere con un orientamento di archeologia psicoanalitica; sull’atto tra psicoanalisi e filosofia; su un esperimento relativo ad un’interrogazione clinica fra storiografia psicoanalisi; su un’ermeneutica psicoanalitica delle fonti, nel tentativo di riconoscere le forze dell’inconscio; sugli errori, i lapsus e le distrazioni del linguaggio; e ancora sul discorso psicoanalitico e sull’atto di fiducia nella relazione terapeutica.
Alla fine del percorso di lettura di contributi così ricchi e articolati, si è accompagnati dal sentimento di una disciplina e di una prassi che, se mostrano una simile capacità di riflettere su sé stesse e sul proprio operato, hanno detto, dicono e hanno molto da dire sul presente e sul futuro delle vie di noi umani per giungere a noi stessi.