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Mark Rothko

(9 risultati)

Alessandro Carrera / Il colore del buio

La Rothko Chapel è uno dei piccoli-grandi monumenti di Huston. Voluta dai collezionisti e mecenati John e Dominique de Menil e contigua all’omonima collezione d’arte surrealista e novecentesca, l’opera è la summa del grande pittore americano e uno dei vertici dell’arte del secondo novecento. Alessandro Carrera, professore di Italian Studies e di World Cultures and Literature all’università di Houston in Texas, non solo visita spesso la Cappella per conto suo ma vi accompagna ospiti, amici, colleghi ogni volta che può. Il libro che vi ha dedicato, Il colore del buio (Il Mulino, 2019) è frutto di quelle numerose visite non meno che di uno studio attento all’ultima fase della pittura di Mark Rothko. Le indicazioni topografiche che l’autore fornisce fin dall’incipit su come arrivare alla cappella non sono un vezzo, piuttosto un invito alla visita, e a un approccio al contesto che l’opera crea e in cui si inserisce. Non si tratta infatti di andare a vedere quadri appesi alle pareti; Carrera parafrasando Derrida afferma: “l’arte di Rothko è la fine del quadro e l’inizio della pittura”.   La Rothko Chapel è un luogo dove architettura e pittura hanno trovato una convivenza...

Antimateria di Francesco Lo Savio / Un marziano al MART

  «Disperato amico mio», suonano le ultime parole di Emilio Villa su Francesco Lo Savio, negli Attributi dell’arte odierna. Parole profetiche: pensando al suicidio commesso a Marsiglia due anni dopo, nel settembre del ’63, dall’amico ventottenne. Lo aveva presentato su «Appia antica» nel ’59, Villa, e l’anno seguente lo aveva invitato, a una collettiva alla galleria bolognese Il Cancello, insieme a Franco Angeli, Tano Festa (fratello di Lo Savio – che aveva preso il cognome del marito della madre – di lui minore di tre anni), Mario Schifano e Giuseppe Uncini.   Tano Festa, Francesco Lo Savio e Mario
Schifano alla Galleria La Salita nel 1960. Ma, fra le tante intuizioni rabdomantiche di Villa, i registri da lui impiegati per dar conto della ricerca di quel suo amico disperato, sino ad oggi per una volta parevano del tutto fuori fuoco. Lemmi di un repertorio standard, cui il suo pirotecnico strumentario linguistico avesse fatto ricorso, come talora gli capitava, col “pilota automatico”. Nulla a che vedere insomma, con le «larve biologiche», i «centri-erotemi», le «falde cellulari» evocate da Villa: in quella figurazione invece così fredda, rarefatta, severamente...

Una conversazione / Gillo Dorfles. I paesaggi e i personaggi della sua vita

Conoscere Gillo Dorfles di persona e avere la possibilità di dialogare con lui nella sua abitazione milanese è un’esperienza impossibile da dimenticare. Innanzitutto perché si ha la sensazione di essere a colloquio con la Storia: nato a Trieste il 12 aprile del 1910, ha visto susseguirsi almeno quattro generazioni; ha assistito a entrambe le guerre mondiali; ha visto il passaggio della sua città natale dall’essere austroungarica all’essere italiana; ha partecipato alla ricostruzione del nostro Paese avvenuta dopo il 1945 ed è stato testimone e promotore di molti dei più importanti snodi culturali e artistici del ventesimo secolo.   Laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria, fin dai primi anni Trenta si dedica a una pittura influenzata dall’antroposofia di Rudolf Steiner. Nel 1948 è tra i fondatori del MAC-Movimento per l’Arte Concreta, nato a Milano quale contrapposizione al realismo politicamente impegnato e agli influssi irrazionali dell’informale. Dal 1956 decide di passare dalla pratica pittorica alla critica d’arte per poi riprendere a esporre i suoi dipinti solo nel 1986, in occasione della personale tenuta allo Studio Marconi di Milano. Professore di...

Romeo Castellucci: toccare il reale

Sembra che uno spettatore del Purgatorio di Romeo Castellucci al festival di Avignone, dopo la scena dello stupro del figlio – che tuttavia era una visione mancata – abbia violentemente urlato all’attore che interpretava il padre: “Ti è piaciuto? Mostro!”. O almeno così racconta Dorota Semenowicz in uno dei tanti bei saggi che compongono Toccare il reale. L’arte di Romeo Castellucci (a cura di Piersandra Di Matteo, Cronopio 2015), libro plurale e nel contempo stranamente organico, costituito da voci di critici e studiosi riuniti a Bologna nel convegno La quinta parete. Nel teatro di Romeo Castellucci, organizzato nell’aprile 2014 durante la personale dedicata al fondatore della Socìetas Raffaello Sanzio intitolata E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica generale.   Clitemnestra, ph. Luca Del Pia   Se fosse vero – ma ciò che importa è soprattutto che sia credibile – l’aneddoto sarebbe una versione temperata e attualizzata del famoso episodio raccontato da Stendhal in Racine e Shakespeare dove un soldato di Baltimora che nel 1821 montava di guardia in una sala...

Le nuvole e la griglia

Se la retrospettiva di Mark Rothko al Gemeentemuseum de L’Aia ha poco di sorprendente – le opere provengono in gran parte dalla collezione permanente della National Gallery di Washington DC – vi è almeno una ragione a renderla unica. I dipinti di Rothko sono esposti all’architettura di H.P. Berlage e alla pittura di Piet Mondrian, ovvero non sono passivamente esposti in uno spazio dato ma attivamente esposti a un contesto, quello dell’arte e dell’architettura olandesi. Penso alla sala Mondrian, allestita nello stesso museo nella retrospettiva De Stjil, ma anche all’ultimo dipinto di Rothko esposto accanto all’ultimo Mondrian, Victory Boogie Woogie (1944). Questo paragone è il culmine di una sala in cui scorrono sulle pareti laterali diverse opere dei due artisti, in una cadenza visiva libera da stringenti associazioni formaliste.   Cataclisma in rosso   Tanto celebrato è l’ultimo dipinto di Mondrian quanto sconosciuto quello di Rothko: una tela incompiuta di un rosso acceso, poggiata sul cavalletto del suo studio la mattina del 25 febbraio 1970, quando l’artista si tolse la vita con due...

Ghost out of the machine

Viviamo in una macchina, e l’interno è divenuto uguale all’esterno […] Ora tutto porta scritto un prezzo, tutto ciò che è isolato nel chiarore del padiglione, ciascuno rinchiuso nella sua perduta anima. Rilke   L’avvenire non può che appartenere ai fantasmi. Derrida, Spettri di Marx     Alla giovane e ricchissima moglie, che diletta la propria noia scrivendo pessime poesie, il ventottenne investitore globale Eric Packer – protagonista di Cosmopolis di Don DeLillo (2003) e David Cronenberg (2012) – spiega che se può passare tutte le sue giornate chiuso nella propria automobile è solo perché s’è curato di farla insonorizzare. Nel ristrutturare la sua limousine, trasformandola in ufficio semovente pesantemente blindato, tutto foderato di schermi cablati ai mercati (il che “formava una videoscultura, bella ed eterea”)[i] e col pavimento in marmo di Carrara (“estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta del dito la bianca pietra stellata”)[ii], l’ha anche rivestita di sughero...

Rothko e i suoi vandali

Domenica 7 ottobre, poco dopo le tre del pomeriggio, un ragazzo entra alla Tate Modern di Londra e si dirige verso la sala con i Seagram’s Murals dipinti da Mark Rothko. Dopo una breve sosta su una delle due panche si alza e, armato di pennello e pittura nera, scrive sull’angolo inferiore destro di Black on Maroon (1958): “Vladimir Umanets ‘12, A Potential Piece of Yellowism”. Esce dal museo, sorpreso che nessuno lo abbia fermato. Ci resta così male che, prima di essere prelevato a casa dalla polizia il giorno successivo, rivendica la paternità del gesto. Vladimir Umanets o Wlodzimierz Umaniec, di nazionalità russa (come Rothko) o polacca, anni 26, professione artista, cofondatore (assieme Morcin Lodyga) del movimento Yellowism o Giallismo. Di cosa si tratta? Non una corrente, né arte né anti-arte, è “un elemento della cultura visiva contemporanea”. Promuove un mondo in giallo. Mi fa venire in mente gli ultimi anni di Monet e Van Gogh e la loro xantopsia, un’alterazione della percezione dei colori causato dalla cataratta che fa vedere il mondo come avvolto in una nube giallastra....

Greenberg for Italians

Non esiterei un istante a considerare l’antologia italiana degli scritti del critico americano Clement Greenberg (L’avventura del modernismo. Antologia critica, Johan & Levi, Milano 2011, pp. 448, € 35) come uno dei maggiori eventi editoriali dell’anno. I curatori Giuseppe Di Salvatore e Luigi Fassi hanno pazientemente lavorato su un corpus di oltre 1.500 pagine, riuscendo nella sfida di offrire al lettore italiano una panoramica esaustiva del pensiero di Greenberg dal 1939 al 1986. In senso più ampio, l’antologia della Johan & Levi è da oggi lo strumento imprescindibile per comprendere il modernismo americano, in Italia conosciuto quasi esclusivamente attraverso il riflesso, a volte distorto dalla partigianeria critica, offerto dall’allieva più brillante, impaziente e ingrata di Greenberg, Rosalind E. Krauss, dato che, per una congiuntura editoriale anomala rispetto ad altri paesi europei, i lettori italiani, soprattutto i più giovani, hanno conosciuto Greenberg proprio attraverso Krauss & Co.   L’avventura del modernismo è ordinato secondo un criterio cronologico e tematico. Le...

Imagine

Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un...