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Pedro Almodóvar

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Almodóvar, “Dolor y Gloria” / Per amore di finzione

Malgrado fosse un’abitudine diffusa e la famiglia Almodóvar vivesse in umili condizioni, tanto da mandare il figlio in seminario pur di farlo studiare, quando Pedro, a otto anni, si è trasferito coi genitori in Estremadura non ha mai abitato in una grotta, al contrario di quello che racconta il suo ultimo film. È un dettaglio da mettere subito in evidenza, per cominciare a capire il tipo di rielaborazione narrativa e cinematografica compiuta da Dolor y gloria. Che usa materiali autobiografici, ma non è, prima di tutto, la messa in scena di una confessione o di un resoconto retrospettivo. È un progetto più complesso, in un certo senso anche più ambiguo e perciò più bello, perché è un’opera su come possiamo entrare in contatto con il nostro passato, con i desideri e le sofferenze che lo hanno fatto esistere, con i buchi reali e metaforici da rammendare, o con le ferite da far chiudere, servendoci, lungo il corso della vita, di immagini, finzioni, romanzi o disegni di noi stessi che, come in uno spettacolo pirotecnico, non sono mai fermi, o identici, ma possono spostarsi, variare e amalgamarsi, al pari dei colori che, nei titoli di testa – la prima cosa che vediamo – si mescolano e...

Rappresentazione e verosimiglianza / Almodóvar: dolor, gloria, impegno

Sulla scrivania di Salvador Mallo (Antonio Banderas) c'è un grande leggio, sul quale è appoggiato un libro con una fotografia in bianco e nero per copertina. Raffigura una donna che cammina sola lungo i binari della ferrovia, vestita di nero, a lutto; in testa ha il fazzoletto nero che, fino agli anni '60, usavano le donne spagnole più umili. Si tratta di un romanzo di Agustín Gómez Arcos, Ana no, scritto in francese nel 1977, durante l’esilio parigino dell’autore, ma pubblicato in Spagna soltanto trent’anni più tardi. Narra la storia di una donna che ha perso il marito e i due figli più grandi nella Guerra Civile. Dal sud estremo, in Almería – terra natia dell'autore – cammina da sola verso il nord, dove si trova il figlio più piccolo, incarcerato perché antifranchista. L'eroismo della madre, l'estrema povertà del dopoguerra, l'atmosfera mentale di un viaggio iniziatico e al tempo stesso definitivo, sono elementi che ritornano in parte anche nell'ultimo film di Almodóvar, Dolor y gloria.     Questa volta il regista manchego accompagna lo spettatore con immagini, parole e suoni a lui cari: non come in una semplice collezione di situazioni, ma come una sorta di filo...

Cannes 3. I premi / Figure del desiderio a Cannes

Ha un che di simbolico il fatto che il Festival del Cinema di Cannes di quest’anno sia caduto proprio nei giorni in cui tutto il mondo stava parlando dell’ottava stagione di Game of Thrones. Mentre sulla Croisette si vedevano i film dei mostri sacri del cinema d’autore come Pedro Almodovar, i fratelli Dardenne o Terrence Malick, ovunque sui social network si discuteva dell’epilogo della serie tv più seguita degli ultimi anni. Ed è ormai un fatto – basta lavorare nella scuola o nell’università per rendersene conto – che per le nuove generazioni l’esperienza cinematografica sia ormai un’esperienza residuale, che viene fatta raramente e solo da una minoranza già predisposta per via di un capitale culturale pregresso. L’impressione insomma, è che il più grande festival del cinema del mondo, parli ormai sempre più dai margini dell’immaginario contemporaneo (e il che è, beninteso, sia un bene che un male). Mentre le sale sono riempite da prequel, sequel, reboot di film del passato, da film con comici delle TV, o da blockbuster con supereroi e film d’animazione, l’esperienza della visione casalinga attraverso gli streaming service sta penetrando lentamente ma inesorabilmente nel nostro...

Rinunciare a sé per sopravvivere / Fuggire da sé

Baratto è uno stimato insegnante di educazione fisica. Gioca a rugby. Nel bel mezzo di una partita si blocca a tre quarti del campo e scuote la testa, smette di giocare e si siede in panchina. Con gli occhi chiusi trattiene il fiato, resta in apnea, senza aspettare più niente e senza neppure il pensiero di essere lì. Poi se ne torna a casa guidando la sua motocicletta. Da quel momento in poi smette di parlare con tutti: moglie, vicini di casa, preside della scuola. Andrà avanti così per mesi e mesi in una sorta di congedo provvisorio da tutto e da tutti. La moglie lo lascia, la scuola lo solleva dall’incarico, gli amici non lo riconoscono più. Il personaggio della novella omonima di Gianni Celati, Baratto (Quattro novelle sulle apparenze, Quodlibet), disinveste il mondo che lo circonda, per dirla con David Le Breton, sociologo e antropologo, autore di Fuggire da sé (Raffaello Cortina Editore). Baratto non esiste né per se stesso né per gli altri; la sua è una defezione, un ritrarsi dalla responsabilità di essere se stesso, l’unica possibilità per non essere schiacciato e gravato da quel peso che sono gli impegni verso gli altri, verso la società. Ha tranciato, seppur...

Pedro Almodóvar. Gli amanti passeggeri

Che Gli amanti passeggeri sia un film girato con la mano sinistra, che sia un divertissement del tutto personale – perfino autoreferenziale – del suo autore e un momento di sollazzo e divagazione è fuori di ogni dubbio. Che sia, per questi motivi, un’opera trascurabile, anodina e superficiale come è stato scritto da più parti, è tutta un’altra questione. In fondo Almodóvar è uno di quei registi, estremamente prolifici, capaci – come Woody Allen o i fratelli Coen tanto per dire – di alternare opere di indiscutibile rilevanza e straordinarietà, ad altre che potremmo definire “di alleggerimento” senza tuttavia perdere nulla in efficacia, arguzia e qualità. E nel caso de Gli amanti passeggeri il regista iberico ci pone di fronte a un lavoro che pur mettendo a nudo alcune delle pecche del suo cinema e lasciandosi eccessivamente andare, in alcuni momenti, a indugi narcisistici, coglie il momento storico attuale con incredibile lucidità e pertinenza.     Il film racconta dell’Airbus-340 della compagnia Península in viaggio fra Madrid e Citt...

Il lavoro si paga

Oggi l’appuntamento in ospedale. Mamma sarà lì per il monitoraggio. L’ha detto stamattina quando ho sentito un timbro nervoso: “Oggi andiamo a fare un controllo”. Lei starà ferma, sdraiata, supina per circa mezz’ora, con una cintura intorno alla pancia che segnala la frequenza e l’intensità delle contrazioni. Presto ci incontreremo, ci guarderemo negli occhi per la prima volta e da quel giorno, forse, la vedrò più serena. Avverto l’infelicità della mamma. L’ho sentita piangere, lamentarsi tante volte e l’ho ascoltata dire “Sto subendo un mobbing ed è tutta colpa tua!” (mia!) Ho capito. Il nervoso di stamane: non mi ha rallegrata prendere consapevolezza che la sua rabbia fosse rivolta verso di me. Lei subisce un mobbing. Ma che cos’è? Ho capito che il direttore quando ha saputo dello stato interessante di mamma ha bofonchiato delle congratulazioni per poi cominciare un vero attacco contro di lei. Turni massacranti, scadenze impossibili che l’hanno relegata da subito in ufficio obbligandola a straordinari serali e, quasi ogni...

Glamour

C’era una volta il glamour come mistero, irraggiungibile perfezione della couture più perfetta, della più mirabile rifinitura di dettagli. Adrian vestiva Greta Garbo in un tripudio di bianchi ne La signora delle Camelie e inventava un impossibile look da commissaria politica chic in Ninotchka di Ernst Lubitsch, mentre Travis Banton moltiplicava i pizzi e i lazzi per le sue strepitose creazioni per Marlene Dietrich.   Gli anni ottanta fanno piazza pulita della allure e la sostituiscono con la citazione, il gioco dei contrari, la giustapposizione di modelli e materiali in una definizione sempre più decisamente pret-à-porter delle produzioni. Le grandi star diventano immagini su una tshirt, secondo il modello lanciato a metà anni settanta da Elio Fiorucci, che mette sulle sue magliette le prosperose pin ups dai beehives altissimi, che negli stessi anni erano tornate in auge grazie al planetario successo di Grease.     Il nuovo decennio si inizia con il successo planetario di una canzone che celebra un fascino ormai perento: Kim Carnes, magnifica bionda dalla voce roca, in abito maschile e dalle mani guantate di...

Pedro Almodóvar. La pelle che abito

È piuttosto tipico, nel cinema di Almodóvar, che gli elementi principali del racconto filmico, siano essi personaggi, oggetti, situazioni o risvolti della trama, divengano, all’improvviso (o gradualmente) qualcosa di diverso, arrivino, cioè, a trasfigurarsi, a mutare aspetto e a divenire altro da sé. In tal senso non fa eccezione nemmeno La pelle che abito, pellicola che già dal titolo pare rivestirsi di sfumature e rimandi concettuali tutt’altro che incidentali.   Con una perfetta assonanza con l’originale spagnolo, infatti, il termine “abito” si può leggere con la doppia accezione di abitare nel senso di occupare, risiedere o possedere, o quella di abito inteso come vestito, ovvero come qualcosa che si indossa e del quale, eventualmente, ci si può spogliare. E come potrebbe essere altrimenti in un film in cui protagonisti sono i corpi ancor prima dei personaggi? Corpi che si trasformano, che cambiano pelle, che dispongono gli uni degli altri ma che non si riconoscono in se stessi, non comunicano, non possiedono identità. E allora se l’abito non fa il monaco ancora meno lo fa il...