Categorie

Elenco articoli con tag:

Peter Handke

(19 risultati)

Studiare / Imparare una lingua

La mattina del penultimo giorno dell’anno mi sono svegliato con una smania nuova e improvvisa: imparare il tedesco. Non so dire perché. L’estate scorsa ho passato nove giorni in Val Venosta. E sì, da quelle parti ho sentito parlare molto in tedesco. Ma forse neppure così tanto. La gente in Alto Adige è parca di parole, e questo era stato in fondo uno dei motivi per cui avevo scelto la Val Venosta come meta delle mie vacanze. In passato, sono stato più volte a Berlino, una volta a Lubecca, una volta ad Amburgo, una volta a Francoforte. A questi viaggi vanno aggiunti due soggiorni a Vienna e uno in Svizzera, a Brig, nel Canton Vallese, dove pure si parla tedesco. Ma per nessuna di queste mete la scelta era stata dettata dalla volontà di sentir parlare in tedesco. Al massimo – nel caso di Berlino – da una vaga passioncella per la vita al tempo della DDR, ma niente di più.   Riguardo poi ai miei interessi letterari, non posso dire di averne di così spiccati per la letteratura d’area germanica. Gli ultimi autori di lingua tedesca che ho letto in traduzione sono stati Thomas Bernhard, Peter Handke (sulla scia del Nobel, certo) e Ingo Schulze. Il mio agente è uno studioso ed esperto...

Intervista a Peter Handke (1979) / La caffettiera e l'estasi

BERLINO – Sto ricapitolando, lì nella hall dell’albergo: trentasette anni, sedici libri, l’«ultimo scrittore tedesco» – Peter Handke. Mi hanno detto che è un individuo spinoso, impenetrabile, invivibile… Che mangia solo in ristoranti di lusso. Che per scrivere i suoi libri scompare per mesi in reclusione. Che vive con una figlia: che è lui, la «donna mancina» del romanzo e del film. Che si masturba…  Sfoglio il suo ultimo libro, che si intitola Il peso del mondo: «Nella piena consapevolezza del fallimento, non dire più nulla…»; «Passare davanti a una finestra buia, dietro la quale un tempo viveva un amico…»; «Guardare il cielo, dove passano le nubi, e pensare: No, non mi suiciderò mai…»; «A volte la sensazione di dovermi distorcere la bocca con le mani, per non rimanere sempre lo stesso…»; «Lasciar cadere tutto: poi cadere a terra (lasciar cadere le cose che si hanno in mano, una dopo l’altra – poi tirare il fiato)…». Chiudo il libro. Aspetto. Compare contro luce, sulla porta dell’Hotel Savoy; esita, strizza gli occhi assenti verso la penombra. «Grazie, Peter», gli dico, «di essere venuto. Mi dispiace per il disturbo…». Chiude gli occhi. Piega la testa di lato. È come se...

Nobel 2019 / Lo sguardo di Olga Tokarczuk

Con il Premio Nobel per la letteratura, assegnato contemporaneamente alla polacca Olga Tokarczuk e all’austriaco Peter Handke, si potrebbe affermare che ha vinto l’Europa Centrale, con tutte le sue contraddizioni (basti pensare alle polemiche per l’appoggio dato dallo scrittore austriaco al nazionalismo serbo). Piccole nazioni che, assieme alle altre, dal Baltico al mar Nero, sono non soltanto un luogo dell’anima e della cultura fondamentale per il nostro sbrindellato continente, ma anche l’espressione di un modo di intendere la letteratura un po’ diverso da quello che va per la maggiore da noi. I loro libri sono assai particolari e, seppur ben scritti, privilegiano lo sguardo filosofico: spesso sono una sorta di patchwork di saggio e finzione. I loro romanzi, ad esempio, non sono caratterizzati da una trama narrativa chiara e definita: sono piuttosto delle occasioni di racconti e memorie apparentemente confuse e, persino, pretestuose, al servizio di una profonda riflessione sulla vita, l’anima e la storia.     Pur essendo nata parecchi anni dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, Olga Tokarczuk (1962) è ben consapevole del peso della Storia per la Polonia e di...

Vivere imparando a vivere / Il Nobel a Peter Handke

Il Nobel a Peter Handke è una sorpresa. Sembra un Nobel di recupero, specie perché assegnato in coppia insieme a Olga Tokarczuk. Un Nobel di doppia riparazione: a una donna, senza voler minimamente sminuire il suo valore, dopo lo scandalo per molestie relativo al marito di una giurata che aveva causato la mancata assegnazione dello scorso anno; e a un autore che avrebbe dovuto vincerlo molto prima, non fosse stato per un altro scandalo, quello delle sue prese di posizione in difesa della Serbia in occasione delle guerre della ex-Jugoslavia. Il ritorno sulla scena di Handke, che in verità non era mai sparito perché ha continuato a pubblicare libri splendidi anche negli ultimi 20 anni; o meglio: il ritorno dell’accettazione pubblica, era stato annunciato dall’assegnazione degli importanti premi “Thomas Mann” e “Kafka” nel 2008 e ribadito dal premio “Ibsen” nel 2014, dopo che nel 1999 egli aveva restituito il premio “Georg Büchner” a causa dei bombardamenti della NATO contro i serbi.    Per uno che aveva iniziato con il libretto teatrale Insulti al pubblico (1966) e opere narrative e poetiche provocatorie e al limite dell’illeggibilità (su questo primo periodo vedi il mio...

Addii / Bruno Ganz: recitare l'utopia

Bruno Ganz con le ali, sopra Berlino. O con i baffetti corti, alla Hitler. Con un recente barbone bianco. Queste sono le immagini che forse rimarranno negli occhi di chi ha appreso, ieri mattina, della morte dell’attore svizzero, reso popolare dal cinema ma nato nella fatica dialogica del teatro, tra i sogni di un’epoca che sembra ormai lontana. Giovane, vestito tutto di nero, si vede nella parte del dottore in uno dei drammi urticanti di Thomas Bernhard, L’ignorante e il folle, che si svolge nella prima parte nel camerino di una cantante che interpreta la mozartiana Regina della notte, pronto a lanciarsi in lunghe tirate con lo stile dell’ossessivo squarciante autore austriaco sulla differenza delle personalità artistiche rispetto agli altri esseri umani, continuamente sospese tra la meraviglia e la patologia, l’eccezione che rivela l’anima e apre i crepacci dell’ansia, come in equilibrio su una fune da cui si può facilmente cadere nel vuoto nero.   L'ignorante e il folle   E lui, Ganz, è stato un grande artista, maestro della sottrazione, di una sprezzatura che portava le note più aspre con un’eleganza all’apparenza non incrinabile. Era cresciuto in quella...

I Calabroni, L’ambulante, e il "Canto alla durata" / Peter Handke: I primi libri e un film-intervista

Peter Handke è salito alla ribalta della cronaca letteraria giovanissimo, nel 1966 (è nato nel 1942 in Carinzia, da una famiglia della minoranza slovena), con le sue provocazioni al convegno degli scrittori Gruppo 47, di cui facevano parte i maggiori esponenti della letteratura tedesca post-bellica (da Grass a Böll, da Lenz a Walzer), e con le sue prime opere teatrali. I suoi primi romanzi, contemporanei a quelle, nel complesso sono stati stroncati o trascurati. In Italia sono stati pubblicati abbastanza presto, tranne il primo, I calabroni, tradotto solo nel 1990 e poi riedito nel 2004 da SE (trad. di Bruna Bianchi) e ora di nuovo, a breve, anche da Guanda, che ha da poco ristampato, nella vecchia traduzione di Maria Canziani, anche il secondo romanzo, L’ambulante, dandoci un’occasione di tornare agli esordi dello scrittore. Lo sguardo potrà essere integrato, per un importante aspetto dell’evoluzione successiva, dalla visione del notevole documentario-intervista Canto alla durata. Omaggio a Peter Handke, regia di Didi Gnocchi per 3D produzioni, in programmazione su Sky arte.   L’impatto con i primi testi dello scrittore carinziano non è facile oggi come non lo è stato per i...

Un concorso doppiozero / Una matita per l'estate

  Peter Handke quando scrive, come da bambino, scrive a matita.   Che posto occupa la matita nella nostra vita? A quale matita pensiamo? Alla matita blu degli insegnanti o a quella rossa e squadrata dei muratori? Alle matite colorate? Alla matita del disegnatore? Allo scrivere sdraiati dal sotto in su - che la penna non sempre permette -, o alle vie di fuga dalla responsabilità, che tanto si cancella? Abbiamo pensato, questa estate, in occasione del nostro progetto di collaborazione con la Cartoleria Tipografia Bonvini, di dare avvio a un nuovo concorso: dopo gli oggetti di infanzia e le fontanelle d’acqua è il momento delle matite.   Storie di matite, dunque. Fotografie, disegni o testi che non superino le 6000 battute.   I contributi che ci piaceranno di più verranno pubblicati sul sito, e il vincitore premiato con una copia del nostro Almanacco e una shopping bag.   La scadenza è fine luglio, i contributi vanno inviati in formato word o simili (non in pdf, per favore!) a redazione@doppiozero.com      

Intervista a Byung-Chul Han / Elogio della distanza

Byung-Chul Han insegna Kulturwissenschaft presso la Universität der Künste di Berlino, in Germania, ed è uno scrittore e teorico della cultura di origine coreane (è nato, infatti, a Seoul nel 1959). Dopo gli studi iniziali di metallurgia in Corea del Sud, ha conseguito il dottorato in Filosofia (1994) all’Università di Friburgo in Brisgovia con una tesi su Martin Heidegger e ha insegnato dapprima a Basilea e, fino al 2012, a Karlsruhe – dove è stato collega di un altro influente pensatore contemporaneo, Peter Sloterdijk. Sin dall’inizio la produzione di Han si connota per l’incrocio di più discipline e categorie interpretative, provenienti in massima parte dall’etica, dalla filosofia sociale e fenomenologica, dalla teoria culturale e dei media, ma anche dal pensiero religioso e dall’estetica. I suoi primi lavori, dal taglio accademico ma già eclettico, sono dedicati al pensiero di Heidegger (Heideggers Herz. Zur Begriff der Stimmung bei Martin Heidegger, Fink, Paderborn 1999); di Hegel (Hegel und die Macht. Ein Versuch über die Freundlichkeit, Fink, Paderborn 2005); e al concetto scientifico-culturale della morte (Todesarten. Philosophische Untersuchungen zum Tod, Fink, Paderborn...

Ritrovare Handke

Raccontare il teatro di Peter Handke: farlo dopo anni di polvere che si è andata accumulando sui testi custoditi oramai solo nelle biblioteche. È stato questo il proposito di La terra sonora. Il teatro di Peter Handke, una rassegna organizzata a Roma e durata oltre un anno. La tappa conclusiva di questo lungo percorso si è tenuta la scorsa settimana, fino 23 novembre, e ha coinvolto un bell’insieme di soggetti diversi.   Valentina Valentini e Francesco Fiorentino hanno curato la rassegna, mentre Daria Deflorian si è occupata di coordinare le diverse maestranze coinvolte. Tra i pregi del progetto c’è quello di avere abbracciato, oltre a luoghi storici della Capitale come Dominio Pubblico/Teatro Argot, anche spazi che non sono prettamente teatrali, come il Forum Austriaco di Cultura e il Goethe Institut. Una intensa settimana di mise en espace, letture, radiodrammi (in collaborazione con Tutto esaurito! di Rai Radio3) hanno regalato al pubblico un originale spaccato della produzione di Peter Handke.   Autodiffamazione, Foto Manuela Giusto   La terra sonora rincorre una volontà che il gruppo di artisti di...

L'interluogo di Augé. La vecchiaia non esiste

Anche Marc Augé ha deciso di proporci la sua lettura della vecchiaia con un piccolo libro intitolato Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste (Raffaello Cortina, Milano 2014). La sua è una vecchiaia considerata come una sorta di – lo dico impudentemente alla maniera di Marc Augé – interluogo tra il tempo e l’età, una zona dai contorni sfumati nella quale ciascuno di noi, a seconda della sua indole e delle circostanze della sua vita, è più o meno libero di scegliere se propendere più dalla parte del tempo o dalla parte dell’età.     Ma prima di addentrarci tra gli argomenti del libro vorrei marcare il fatto che ancora una volta le riflessioni sulla vecchiaia provengono da fuori, dagli altri, dai paesi dove il problema non si pone con l’evidenza quantitativa con cui, invece, l’Italia deve confrontarsi. Uno dei due paesi più vecchi del mondo (l’altro è il Giappone) mostra ancora di non sapersi dare una consistenza critico-teorica sul fenomeno che ne sta fortemente condizionando i destini economici, sociali e culturali. E’ così da molto...

Un'epica dell'effimero e del banale / Handke scrittore di saggi

Negli ultimi anni l’attenzione critica per Peter Handke si è concentrata soprattutto sulle sue discutibilissime prese di posizione filo-serbe sul sanguinoso smembramento dell’ex-Jugoslavia e poi sui processi dell'Aia. Molti vecchi titoli importanti in libreria non si trovano e le ristampe sono diminuite, anche se qualcosa sembra muoversi ultimamente. Le traduzioni continuano però a un ritmo abbastanza regolare: il che significa che, a dispetto della corposa diminuzione delle recensioni, un suo pubblico lo scrittore austriaco di origini slovene continua ad averlo. E meno male. Donata Wenders, Peter Handke, Chaville, 2009 L’attenzione è risvegliata anche dai premi (Premio Kafka, 2008; Premio Ibsen, 2014), oltre che dal risorgere delle polemiche, che non sempre però centrano il bersaglio (forse perché è troppo facile, ciò che esime dall’approfondire e analizzare anche il ventaglio delle motivazioni, non tutte così scandalose, che Handke si è fatto premura di dispiegare; anche se la pubblicazione dei suoi dialoghi con Milosevic che ne sposano in toto le tesi ha suscitato un comprensibile sgomento, per non dire nausea, in primo luogo già nei serbi democratici attuali). ...

La società della trasparenza

High Person è il protagonista di un breve, ma fulminante, romanzo di Vladimir Nabokov. S’intitola Cose trasparenti (Adelphi). Qui lo scrittore russo-americano mette alla berlina con la sua corrosiva arte narrativa la pretesa tutta moderna di rappresentare in modo perfettamente trasparente i moti interiori dell’animo umano, di vedere con nettezza dall’esterno l’intimità stessa delle persone, e non solo degli altri, ma anche di se stessi.   Ora la trasparenza è diventato uno dei miti del contemporaneo, come spiega Byung-Chul Han in La società della trasparenza (Nottetempo), filosofo d’origine coreana, che insegna in Germania, a Berlino. Il libro inizia con la citazione di un altro scrittore, l’austriaco Peter Handke, che vive seminascosto in Francia: “Io vivo di ciò che gli altri ignorano di me”, mentore di alcuni dei suoi recenti libri. Perché la trasparenza, virtù così a lungo evocata, dall’epoca in cui era una delle parole chiave del riformatore Gorbaciov (“glasnost” si diceva, e sembra un secolo fa), per poi trasformarsi nella parola d’ordine...

(Letture in tasca)

I miei libri delle vacanze si riassumono anche quest'anno in quello che da sempre devo e voglio leggere e che non leggerò mai: Guerra e pace. Tutti gli anni leggo altri libri che hanno la sola funzione di sostituti, miseri surrogati neanche dell'oggetto aminuscolo, di cui tutto è più o meno un surrogato, ma di un ancora più fantomatico A maiuscolo (o altra lettera similare), quello mastodontico, gigantesco e rivoltante, qualsiasi cosa sia quell'orrida bestia, barrata, il cui baluginio ogni tanto ci ferisce come una stilettata e è già esso stesso solo un riflesso, un effetto di qualche suo altro effetto innominato e senza nome, disperso nella catena dei significanti, dei libri, dei desideri senza misura che ti scavano un buco vibrante nella pancia, una voragine brulicante di gas e esserini appena vivi e già moribondi, in via sempre di morire senza mai sparire, che si dirama in una serie di gallerie con tanto di crolli e esplosioni sotterranee dove qualcosa resta imprigionato, incriptato per sempre e tu manco lo sai, manco sai che cazzo è.   Quando mi avvicino alla mia preda con tanto di ghigno sanguinario a...

Handke: l'identità dello scrittore

Matite, dappertutto matite. Anche uno dei suoi libri si chiama Storia della matita, Peter Handke è uno dei maggiori scrittori nel mondo. O meglio, autore: anche di testi per il teatro (iniziò la carriera sconvolgendo gli spettatori con Insulti al pubblico) o per il cinema (insieme a uno dei più noti registi, Wim Wenders). Ma quando scrive, come da bambino, scrive a matita.   Ci mostra la sua casa. Vive solo, a mezz’ora da Parigi. Delle figlie restano gli animali di pezza e le altezze incise sul muro. Tre tavoli in casa, due in giardino: un battaglione di matite schierato sopra ognuno. Non vedo schermi, né di televisioni né di computer. Handke è intransigente, anche con se stesso. Niente fiere del libro, festival culturali. Ha accettato questa intervista attraverso un amico fotografo, Danilo De Marco. Forse non è una coincidenza. Anche Danilo lavora a “bassa intensità tecnologica”: con la pellicola fotografica in bianco e nero. Non ha mai incontrato uno psicoanalista, né per consultarlo né in società: evento così raro che già meriterebbe uno studio, visto che ha vissuto fra intellettuali in Austria, Stati Uniti, Francia ed altro.   Oggi il pretesto è uno dei suoi libri...

Memoto

Nel 1974 Luigi Ghirri fotografò il cielo per un anno intero. Dovunque si trovasse scattò una foto al giorno, per 365 giorni. Poi incollò le immagini in pannelli mensili di piccolo formato; nel farlo non tenne troppo conto dell’ordine di esecuzione. Il cielo è il cielo. Chissà cosa avrebbe fatto oggi Ghirri se avesse avuto a disposizione Memoto, il piccolo apparecchio che assicura uno scatto automatico ogni 30 secondi? L’avrebbe rivolto verso l’alto, per scattare delle istantanee delle nuvole? Difficile dirlo, perché nel frattempo, in questi quasi quarant’anni lo statuto della fotografia è cambiato radicalmente, anche grazie al fotografo emiliano, come si capisce visitando la bella mostra aperta al Maxxi (Luigi Ghirri. Pensare per immagini). Ma andiamo con ordine, e diciamo cos’è Memoto. Un piccolo oggetto di 36 x 36 millimetri e 9 di spessore; una spilla a colori vivaci  di materiale plastico, un po’ più grande del solito. La si attacca alla giacca, alla camicia, al cappotto o alla T-shirt, mediante un clip, e via in giro. Memoto costa 279 dollari, ha un solo pulsante; si...

Sesso postmoderno

Sarebbe Eros a doverci salvare dalla depressione, Eros a strapparci dall’inferno narcisistico, dal lento precipitare in noi stessi, prigionieri del sempre identico. Ma oggi dell’Altro non si fa più esperienza e, come scrive Byung-Chul Han, Eros agonizza (Eros in agonia, Nottetempo). Prestazione e risultato, lo si è ripetuto fino all’eccesso, sono i nuovi dèi ai cui altari ci sacrifichiamo, e l’Altro, in questa prospettiva che ci riguarda, si riduce a specchio: a lui il compito di confermare il nostro ego. Chiamiamo Altro quello che, in fin dei conti, Altro non è: siamo noi, con le nostre ripetizioni, i nostri fantasmi, i nostri ideali. «Io posso»: il soggetto si sottomette alla violenza della libertà, che lo conduce all’autosfruttamento. Bauman ne Gli usi postmoderni del sesso (il Mulino) sottolinea che alla «sana costituzione» richiesta dai poteri di controllo, si è sostituito il diktat della «forma fisica» dei nuovi poteri, che addestrano attraverso la seduzione e la creazione di bisogni. Non vi è un limite, alla forma fisica: non può essere misurata, né fatta oggetto di comparazioni; è il nome che si dà a un confine destinato a essere spostato indefinitamente, a...

Bierre

Sono seduto sull’autobus, e guardo la città dal finestrino: le strade, i negozi, i bar, il solito traffico di auto. È quasi ora di pranzo, la gente si accalca per tornare a casa, donne e studenti soprattutto. Io sono un ricercato, terrorista in clandestinità, uno di quelli che per rapire il presidente della Democrazia Cristiana ha sparato e ucciso cinque persone della scorta. Vado in via Montalcini, strada di una periferia residenziale. Lì, al piano rialzato di una palazzina di tre piani, teniamo prigioniero in un bugigattolo Aldo Moro. Tutti parlano di noi, le Brigate Rosse. Anche sull’autobus. Come mi sento? E che cos’è la gente per me, le persone comuni che ho a fianco? Non è facile essere uno di loro, vestirsi con anonima cura, né troppo dimesso né elegante. Specchio la mia riuscita nell’indifferenza degli altri. Ma mi accorgo dei confini tra quello che recito e quello che sono divenuto?   Sto facendo il percorso di un brigatista trent’anni fa, e penso queste cose seduto sul 44. Tra i vari saliscendi - Monteverde, Colli Portuensi - guardo la folla di palazzi ocra che si incastrano...

Una stanchezza che cura

Nel suo libro La società della stanchezza (Nottetempo, 2012, pp. 81, Traduzione di Federica Buongiorno), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non può più essere intesa come una società di tipo disciplinare, ma una società della prestazione. I soggetti infatti che la compongono non sono più sottoposti, attraverso determinati dispositivi, a forme di obbedienza, come magistralmente ci ha insegnato Michel Foucault, si caratterizzano piuttosto come imprenditori di se stessi.   Le patologie cui tale soggetto incorre non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout, derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, immediatamente, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso.   Questo non significa che il cambiamento di...

Massima sorveglianza

CCTV, cultura del controllo tormentoso e  vigile o per una estetica della sorveglianza integrata. L’interno della cella, con le appariscenti pietre squadrate delle sue mura, deve lasciar supporre che il carcere sia architettonicamente molto complesso. Sul fondale una finestra munita di inferriate con le punte rivolte verso l’interno. Il letto è un blocco di granito con sopra, ammucchiate, delle coperte. A destra una porta munita di inferriata. Jean Genet, Alta sorveglianza, didascalia iniziale, 1947     Le videocamere ci controllano, ci esaminano, ci spiano, ci osservano: lo fanno per il nostro bene. Tante volte qualcuno nel supermercato globale in cui abitiamo, non avesse a rubare qualcosa che noi potremmo o vorremmo comprare. Tutto deve rimanere in bell’ordine, intatto e immobile come gli addetti agli scaffali l’hanno sistemato.   Il sistema CCTV non è per la nostra sicurezza, è per la salvezza delle merci e dei beni immobili. Tutela i palazzi dai taggers, tiene al sicuro le banche dai precari disperati che non riescono ad avere un mutuo, nemmeno ricorrendo alle consuete garanzie religiose....