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Robert Walser

(8 risultati)

Progetto Jazzi / Gerhard Rohlfs. Il professore che amava camminare

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Pubblichiamo qui una serie di ritratti di camminatori e camminatrici, a partire da quello del linguista Gerhard Rohlfs; persone che hanno legato il proprio lavoro - più una passione che una professione - all'attività del camminare.   Gerhard Rohlfs, filologo, linguista e glottologo, nato a Berlino nel 1892, sviluppò le sue ricerche e organizzò il suo pensiero camminando, come lo scrittore Robert Walser. Insegnò filologia romanza nelle Università di Tubinga e di Monaco di Baviera. Ricevette l’incarico di studiare i dialetti del Sud Italia da Jakob Jud e Karl Jaberg, due romanisti svizzeri, e prese quindi parte alla realizzazione dell’AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale).   Ho appreso dal libro di Salvatore Gemelli, Gerhard Rohlfs. Una vita per l’Italia dei dialetti, che il filologo tedesco era figlio di un vivaista e che, durante la sua infanzia, si divertiva a imparare a memoria nomi di piante e animali. Era già, nei...

Tempo di libri - incipit / Robert Walser, Jakob von Gunten

Il nostro speciale doppiozero | Tempo di Libri continua con gli incipit dei romanzi più amati.   “Qui s’impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla...”   Subito, dopo le prime parole, ho pensato: Si parla di me. Prima come studente e poi come insegnante. E poi, in generale. L’Istituto Benjamenta è la vita: anche qui c’è mancanza di insegnanti e si impara ben poco, nonostante la buona volontà di tutti, anche se è meglio non dirlo. “L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcarci pazienza e ubbidienza”, esattamente come fa la vita: e chi non impara, peggio per lui. Quando si impara qualcosa, o si crede di averlo imparato, è troppo tardi, il danno è fatto, l’errore che ti ha fatto da maestro è agli atti, non si ripresenterà uguale, e quindi aver imparato non servirà a nulla: quando si ripresenterà, la leggera differenza sarà quello contro cui picchierai la testa. E farà sempre male.   Cioè, qualcosa si viene anche a sapere, a sprazzi, ma si tratta di informazioni, anche molte, oggi. Ma imparare è un’altra cosa. Se sai veramente qualcosa, cominci a capire anche il resto, e...

La sfida della sociologia letteraria / La letteratura e il mondo

Di cosa parla la letteratura? La teoria letteraria si è posta ripetutamente questa domanda nel corso dei secoli, da Aristotele in poi. Francesco Orlando, nelle sue lezioni universitarie su letteratura e psicoanalisi, ripeteva spesso e con veemenza che “la letteratura parla del mondo”. Lo diceva principalmente in polemica con l’idea che la letteratura sia completamente autoreferenziale, e parli soltanto di se stessa, così diffusa nell’alveo del post-strutturalismo e del decostruzionismo, che agli occhi di Orlando apparivano come perversioni teoriche. “La letteratura parla del mondo” non era un’affermazione scontata per chi, come Orlando, ha passato la vita a spiegare che l’arte è il frutto delle dinamiche psichiche. Ci si sarebbe potuti aspettare da lui un più circoscritto: la letteratura parla dell’essere umano, dell’individuo, della mente. Un più specifico: parla delle pulsioni. Parla sempre e solo di sesso, perfino. E invece Orlando era ostinatamente fedele all’idea che la letteratura abbia a che fare con la realtà sociale. C’era sicuramente, nella sua ostinazione, la traccia di un’intenzione politica. Un tentativo di tenere insieme Freud e Lukács, se non proprio Freud e Marx....

Qui, lì, là

Gocciolano come grani di pioggia fitta i nomi e le parole che da una parte all’altra del confine italo-svizzero scandagliano la terra, e scendono per gorghi tra un alto e un basso orografico che le muta; o, sospese nell’etere celeste, si irradiano per l’aria oltrepassando le frontiere, rubate un po’ qui un po’ là alla potenza delle radiazioni radiofoniche – l’RSI della Svizzera italiana –, sfuggite al ristretto suolo delle trasmissioni elvetiche che raggiungono l’alta Milano nel DAB già circolante, ma ai più ancora sconosciuto. È uno scendere di nomi verso valle – il nome di un cantone, Ticino, trascinato a sud nel letto di un fiume – è il mostrarsi bizzarro di una lingua che nella frontiera cambia forma secondo la mutevole realtà che ha luogo sul confine: la continuità docile del paesaggio che gradatamente trapassa in monti, di pendio in pendio, d’albero in albero; e il cambio di culture che si dissomigliano per divaricazioni, inversioni, aggiustamenti, interferenze. Di qui legge e di lì storpiatura: un maschile che diventa femminile, il suono di una...

La disperata leggerezza di Trasciatti tra Delfini e Walser

Il dottor Pistelli. Una vita in ritardo (Garfagnana Editrice) è un romanzo strano ma per niente sperimentale, fatto di racconti autonomi ma affacciati l’uno sull’altro, pieno di guizzi ma scritto in una lingua piana, che aderisce dolcemente alle cose e agli stati di cose. Lo ha scritto Alessandro Trasciatti, francesista ma postino, e prima ancora archivista; quindi, tra 2008 e 2011, pure editore dei «Libratti», collana economica di letteratura illustrata nata dall’esperienza di un blog (in linea con quell’idea, ognuno dei dodici capitoli del «Pistelli» è illustrato dal tratto beffardo di Nazareno Giusti).   Ma, ma e ma: il tanto insistere sulla congiunzione avversativa non è casuale. Questo Pistelli è sempre un passo indietro rispetto a dove dovrebbe essere. O un passo oltre. Si fa chiamare «dottor» e non si è ancora laureato; fa l’archivista poi diventa un sovversivo; gli va male con le donne eppure, appena l’amore si presenta, lui non gli dà credito, oppure lo insegue quando è già tardi – e gli esempi potrebbero proseguire. Si sarà...

Robert Walser. Ritratti di pittori

In fin dei conti, che si tratti di originali, riproduzioni o incisioni, ciò che posso dire è pressappoco questo: per alcuni istanti delle figure dipinte sono transitate nella sua vita. Robert Walser le ha incontrate ad una mostra, oppure sfogliando distrattamente qualche rivista. Hanno lasciato tracce, poi sono svanite, forse si sono perse, sono evaporate. Se fanno ritorno sulla carta, come cose scritte, le ritroviamo alterate: non sono più loro. È possibile che sia cambiato il fondale della scenografia, come ne Il bacio rubato di Fragonard, dato che nella stanza non ci sono altre persone in amabile discussione, o a “centellinare vino”. Qualcosa di simile a un capriccio, o magari un’impercettibile spostamento dell’asse terrestre, ha per un istante inceppato il tempo? Per un istante sembra che le cose si siano smaterializzate, per poi ricompattarsi, ma fuori posto.   In Walser, ogni immagine, ogni cosa, ha vita breve. Figure, personaggi, scene: sono lampi improvvisi, uno sfarfallio simile ai fotogrammi instabili del cinema delle origini (lo ricorda W.G. Sebald); l’immagine è un flash, pronta a sparire,...

Camminare in città

Nelle città non si cammina. Ci si sposta continuamente e si maledice quel tempo buttato via così, tra un punto e l’altro, tra un ufficio e l’altro. Il camminare è attività fine a se stessa, non un effetto secondario. Se davvero tra la complessa attività del camminare e il pensiero c’è una relazione così stretta potremmo giungere subito alle conclusioni: le persone non camminano perché non pensano. O se si preferisce: non pensano perché non camminano.  Ma se definiamo“complesso” il movimento, l’atto del camminare (basti pensare a quanti muscoli e ossa vengono coinvolti, quanto combustibile viene consumato, quanto sangue pompato addirittura vicariando il cuore con i meno nobili piedi) anche il pensiero segue strade e viottoli infiniti e spesso indefinibili.  Senza avventurarmi in questi intricati percorsi voglio dare corpo a uno spettro dai molti nomi che forse spiega la leggera apprensione che accompagna questa parola: il camminante porta sempre con sé l’immagine del disagio. Chi cammina senza spostarsi semplicemente da un punto all’altro, chi vaga senza...

Arrivederci, signor Erwin

Es gibt kein schlechtes Wetter, es gibt nur schlechte Kleider, non esiste il cattivo tempo, esistono solo vestiti inadeguati.   Ho l’appuntamento con Erwin Brugger alle dieci del mattino alla stazione di Herisau. Arrivo dieci minuti in anticipo e lui è già alla stazione che mi aspetta con la sua giacca rossa antipioggia e gli scarponi da montagna.   Arriviamo con la macchina all’inizio di un sentiero leggermente in salita. Erwin aveva portato due ombrelli. Incominciamo a risalire il sentiero che entra dentro un bosco in leggera pendenza. Continua a piovere, non fa freddo e l’aria è estremamente piacevole e profumata. Cammino senza parlare al fianco del Signor Erwin e, di tanto in tanto, faccio qualche scatto lungo il sentiero (com’è ingombrante a volte la macchina fotografica!). Erwin Brugger cammina sempre qualche passo davanti a me e mi suggerisce di soffermarmi ogni volta davanti a delle targhe che riportano dei frammenti di scritture di Robert Walser.   Io non riesco a leggere perché la mia attenzione è tutta rivolta verso quel signore distinto con i capelli bianchi e il passo sicuro...