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Steve McQueen

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Kill Bill (Viola)

Un fiore caduto     Che tornava sul ramo?         Era una farfalla Arakida Moritake (1473-1549) Oggi Bill Viola è senza dubbio il video-artista più amato dai musei italiani. Delle loro collezioni la sua opera sembra essere un simulacro. In questi ultimi anni, ad esempio, non ha esposto soltanto al Museo Gucci di Firenze (Amore e morte, 2011) o a Villa Panza (2012). A Capodimonte (2010) e al Museo Tuscolano di Frascati (About Caravaggio, 2012) dialogava con Caravaggio; a Palazzo Te a Mantova con Giulio Romano (The Raft, 2013); a Palazzo Fortuny con Wagner (Fortuny and Wagner, 2013); nell’ex chiesa di San Pier Scheraggio e in seguito negli Uffizi coi ritratti del corridoio vasariano. Senza dimenticare il Duomo di Milano (2004), la Chiesa di San Gallo di Venezia (Ocean Without a Shore, 2007), lo Spedale di Santa Maria del Buon Gesù a Fabriano (Poiesis, 2009). All’estero sembra prevalere un approccio più profano, come dimostra la retrospettiva organizzata dal Grand Palais di Parigi (fino al 21 luglio). Real time Sono andato troppo di corsa. Nella linearità del tempo s’insinua...

Biennale: screen test

Palazzo degli schermi   Con il finissage alle porte, ne approfitto per sottoporre la 55a biennale di Venezia a uno screen test, alla ricerca ovvero dei modi in cui lo schermo è utilizzato nelle opere esposte. Considero lo schermo nel campo allargato di quelle pratiche artistiche che sfuggono alle storie cloisonné della pittura, del cinema, del video, dell’arte digitale. Tra le tante figure schermiche presenti, mi soffermerò solo su tre: il Movie Drome di Stan VanDerBeek, con una breve digressione sullo zero di Stefanos Tsivopoulos; l’interfaccia di Camille Henrot; l’“effetto Potëmkin” o il fare schermo di Jesper Just. Ognuna di queste traduce visualmente, a suo modo, un aspetto del palazzo enciclopedico. Un’operazione riuscita quando – che sia o meno questione di schermi – resta viva un’indecisione, una tensione tra due polarità difficilmente conciliabili quali l’impulso enciclopedico e l’impulso entropico.     Un paio di omissioni mi stanno a cuore, a partire dai film in 16mm di João Maria Gusmão e Pedro Paiva, esposti a poca distanza...

Steve McQueen. Hunger

Nel 2008 l’artista inglese Steve McQueen, classe 1969, esordiva come cineasta presentando a Cannes nella sezione Un Certain Regard il film Hunger. Esordio fulminante: dal giorno della prima proiezione sulla Croisette non si parlò d’altro. Hunger, fame, è la mise-en-scène in tre atti dello sciopero della fame che condusse alla morte l’attivista nordirlandese Bobby Sands nel 1981. Il 5 maggio per l’esattezza Sands spirava dopo sessantasei giorni di fame, denutrizione, privazione, rinuncia, lotta testarda e suicida. Ce ne vollero altri sei, di morti, perché l’Irlanda vedesse riconosciuti ai detenuti politici alcuni fondamentali diritti, pur negando loro sempre e comunque lo statuto di prigioniero politico, riconoscimento che stava alla base della lotta di Sands e compagni. Sessantasei giorni di fame possono dire tutto su un paese, una fede, una lotta, una convinzione, possono dire tutto su un uomo. E lo fanno, magistralmente, in questo film davvero unico ed eccezionale, costruito come una passione religiosa, in questo esordio dei più travolgenti da diversi anni a questa parte che, tra l’altro, ha il pregio...

#140cine: da venerdì 27 aprile al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Con un voto da #0 a #0000 e il trailer. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 27 aprile (in realtà anche un po’ prima) in sala: Il castello nel cielo di Hayao Miyazaki (Tenkuu no Shiro Laputa, Giappone 1986) #140cine  Torna (in realtà arriva per la prima volta) uno dei primi Miyazaki. Da rivedere con occhi ancora stupefatti.  #000 Il film è uscito mercoledì 25 aprile. Hunger di Steve McQueen (id., Gb 2008) #140cine  La prima di Fassbender, Bobby Sands, McQueen, un film di cui si parla da anni. Il cinema in sala è morto? #000 The Rum Diary - Cronache di una passione di Bruce Robinson (The Rum Diary, Usa 2011) #140cine Depp veste ancora i panni dell’amato Thompson. Ma più che Paura e delirio a Las Vegas, ricorda Havana. #00 Il film è uscito martedì 24 aprile. The Avengers di Joss Whedon (id., Usa 2012) #140cine Chapeau alla genialata di fare l’All Star...

Steve McQueen. Shame

Shame è un’occasione mancata. O un errore di percorso, se si preferisce. Un saggio sociale in forma cinematografica che pur centrando in pieno l’argomento, ne fallisce in maniera inesorabile la trattazione e che disfa attraverso i contenuti e lo svolgimento ciò a cui dà vita nella forma. Ed è un peccato.   Non solo perché Steve McQueen – che aveva incantato e convinto con il suo film d’esordio, Hunger (2008) –, è e rimane un autore dalla spiccata personalità e dall’indiscutibile talento, ma anche perché un’opera come questa, considerando le qualità che mostra nel cogliere e mettere in scena aspetti peculiari e non banali della società contemporanea, avrebbe potuto dire e comunicare molto di più di quanto non si sia trovata a fare. E del resto i primi venti minuti di film, assolutamente convincenti e incisivi, rappresentano un’esemplare prova di regia. McQueen, infatti, mette in campo le proprie migliori virtù di cineasta concentrando nell’apertura una presentazione ineccepibile e calibrata del protagonista: Brandon, un uomo d’...

Nicholas Winding Refn. Drive

La leggenda vuole che sia stato Ryan Gosling a cercare Nicholas Winding Refn, dice lui: “come Steve McQueen scelse Peter Yates (per Bullit NdR), Ryan ha scelto me”. Perché questo film è già leggenda, è già mito. Del resto da uno che a ventiquattro anni esordisce con un film come Pusher, che nel giro di dieci anni è diventato una trilogia di culto, e che nel 2009 dirige due dei film più perturbanti del panorama cinematografico mondiale come Valhalla Rising e Bronson, non ci si aspetta niente di meno della leggenda e del mito. Quindi leggenda vuole che Gosling, letto il libro di James Sallis, abbia voluto che fosse Refn a dirigere il film che lo avrebbe visto immenso protagonista. E quanto c’ha visto lungo è ancora difficile quantificare. Sicuramente, molto.   Hossein Amini ha buttato giù una sceneggiatura asciutta, perfettamente calibrata, mai sbavata, mai compiaciuta, sempre e solo funzionale alla regia di Refn, sempre incalzante, capace di avvincere fino all’ultimo minuto. Sull’ottima struttura di Amini, Refn scivola con Gosling come un pattinatore solitario in uno stadio...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...