Lumholtz, il mistero di un esploratore ambiguo
A volte un libro comincia da una lapide. Non una lapide vera e propria, non un cimitero, non il solito prologo drammatico: soltanto un busto in un parco, in una cittadina norvegese, nella luce che appiattisce le forme e nel freddo che immobilizza i pensieri. Morten Strøksnes trova Carl Lumholtz così, come lo troverebbe chiunque: inerte, un po’ fuori contesto, già trasformato in un oggetto di memoria pubblica. È una scena limpida, quasi ovvia. Eppure è lì che si accende la storia.
Perché quel busto non commemora davvero: segnala piuttosto una perdita. Lumholtz è stato un esploratore, uno scienziato, uno scrittore di viaggio. Ha attraversato l’Australia, il Messico, il Borneo. Ha raccolto reperti, studiato popoli e animali, attraversato territori remoti. Ha pubblicato libri, ha fatto parlare di sé. E tuttavia, oggi, a Lillehammer, è quasi nessuno: un nome che resta in piedi per inerzia, un’indicazione scarna su una targa. Strøksnes guarda quell’oggetto e capisce che la biografia non può essere, qui, una celebrazione. Deve essere un inseguimento.
Il fantasma di Lumholtz (Iperborea, 2026, p. 768) è un libro che parte da un uomo dimenticato e finisce col raccontare l’epoca che lo ha reso possibile. È un racconto che si muove tra archivi e paesaggi, tra il gusto dell’avventura e la precisione della ricostruzione, e soprattutto tra due tensioni opposte: da una parte l’energia ottimista della scienza ottocentesca, dall’altra il suo lato predatorio, collezionista, a volte ottusamente cieco. È un libro pieno di strade laterali, digressioni, dettagli che sembrano portarti fuori e invece ti riportano dentro. Perché il suo centro vero non è Lumholtz come personaggio, ma Lumholtz come sintomo: un punto di condensazione in cui si incontrano esplorazione, classificazione, desiderio, potere.
Il modo in cui Strøksnes costruisce questo mondo è uno dei punti di forza del libro. Non c’è un tono uniforme. Non c’è una voce costantemente “alta”, né un’ironia di superficie. C’è piuttosto un andamento mobile: a tratti narrativo, a tratti saggistico, spesso affilato, con quella qualità rara che appartiene ai libri di viaggio migliori: la capacità di raccontare l’altro senza trasformarlo subito in un fondale. E in fondo in questo senso non si discosta poi così tanto dal suo libro-capolavoro Il libro del mare (Iperborea, 2017, p. 352), tradotto in oltre 15 lingue.
La Norvegia del prologo di questa sua ultima opera, con il suo museo di provincia e le sue reliquie scientifiche messe in soffitta, non è soltanto un paesaggio: è il segno di un rapporto con la memoria che sembra sempre precario. Un uomo che ha viaggiato per anni in luoghi estremi finisce lì, in un busto di bronzo, e intorno a quel busto una comunità intera passa e non vede. È un’immagine semplice e quasi crudele: la storia, quando smette di interessarsi, si ritira senza fare rumore.
Lumholtz, nel racconto, appare come una figura sorprendentemente moderna. Non perché anticipi la sensibilità contemporanea, ma perché incarna una specie di doppiezza che oggi riconosciamo subito: la capacità di essere insieme scienziato e narratore, studioso e performer, ricercatore e imprenditore di se stesso. È evidente che capisce quanto contino i giornali, le recensioni, le reti di relazioni, le società scientifiche. È uno che lavora anche sulla propria immagine, che teme i rivali, che controlla il proprio posto nella competizione per il riconoscimento. In questo, il libro è lucidissimo: non c’è l’esploratore romantico che “parte per vocazione” e basta. C’è una figura dentro un sistema culturale che si muove per prestigio, denaro, desiderio di affermazione.
Ma il sistema che Strøksnes ricostruisce non è quello della fama in senso stretto. È soprattutto quello del sapere. Ed è qui che Il fantasma di Lumholtz smette di essere una semplice biografia e diventa una storia più vasta: la storia di un secolo in cui la conoscenza naturalistica e quella etnografica procedono spesso per accumulo, per raccolta, per prelievo. Il mondo viene attraversato come un catalogo da completare, come una lista di vuoti da riempire. Un animale sconosciuto, una pianta non ancora classificata, un rito, un oggetto: tutto può diventare un pezzo da portare via, da spedire in Europa, da esporre nei musei. Strøksnes non fa processi morali a posteriori: non ne ha bisogno. Mostra i meccanismi, li mette in fila, lascia che la logica interna appaia per quello che è.
La tassonomia di Linneo, che nel libro ritorna come un riferimento inevitabile, assume allora un valore quasi narrativo: non è solo un metodo scientifico, è un modo di possedere. Dare un nome significa fissare, isolare, rendere disponibile. Nella competizione tra naturalisti, il nome è un premio e un trofeo: la specie “scoperta” diventa proprietà simbolica di chi l’ha registrata. Ed è un passaggio chiave, perché chiarisce come il gesto scientifico sia anche un gesto culturale: seleziona, dispone, ordina. Il mondo, tradotto in un sistema, diventa trasportabile. E ciò che è trasportabile diventa controllabile.
Lumholtz opera dentro questa logica con una determinazione che a volte appare quasi innocente: come se non potesse vedere ciò che oggi, invece, vediamo subito. E tuttavia Strøksnes riesce a far emergere una zona ambigua, complessa, non riducibile. Perché Lumholtz non è soltanto un predatore culturale. È anche un uomo che vive in solitudine, che attraversa fatiche enormi, che subisce malattie, che mette a rischio la propria vita. È un corpo in un ambiente ostile, non un puro agente astratto del colonialismo. La sua fragilità, la sua vulnerabilità, la sua ostinazione diventano elementi essenziali del racconto: non per assolverlo, ma per renderlo reale. Il libro non è mai interessato a costruire un mostro, né un santo. Gli interessa costruire una figura che regga.

E regge soprattutto quando la narrazione entra nei territori: l’Australia con le popolazioni aborigene, il Messico, le foreste del Borneo. In queste pagine si sente la sostanza del viaggio: non la cartolina, ma la fatica, la distanza, l’attrito. È qui che Il fantasma di Lumholtz si lascia leggere anche come un grande libro sullo sguardo occidentale quando incontra l’altro. Strøksnes sa bene che quel tipo di sguardo è sempre doppio: affascinato e arrogante, curioso e violento, capace di attenzione e capace di cancellazione. La cosa migliore, nel suo modo di raccontare, è che non finge di avere una soluzione. Non tenta di “salvare” il passato con un colpo di stile. Fa qualcosa di più serio: lo mette in scena.
Eppure, nonostante questa dimensione storica e politica, la spinta del libro resta narrativa. Strøksnes scrive come chi sa che una biografia non può essere una linea dritta: è fatta di vuoti, di salti, di momenti in cui la fonte non basta e bisogna ricostruire. Lumholtz, inoltre, è un personaggio perfetto per questo tipo di racconto perché sparisce continuamente. È presente e assente. È noto e ignoto. È un uomo che ha scritto molto di sé e tuttavia si lascia afferrare poco. La sua vita è fatta di libri, ma anche di silenzi. Di documenti e di lacune. E a un certo punto la domanda implicita del testo diventa evidente: non “chi era davvero Lumholtz?”, ma “che cosa ci autorizza a dire che una vita è stata importante?”.
È una domanda che Strøksnes pone senza farla diventare esplicita, senza chiuderla in un capitolo finale programmatico. La lascia emergere in modo naturale: nel contrasto tra la grandezza delle imprese e la piccolezza della memoria pubblica, tra il viaggio e la statua, tra la gloria e l’oblio. Lumholtz è stato ricordato, poi dimenticato. E noi, lettori, siamo messi davanti a un paradosso interessante: perché abbiamo bisogno di riportarlo in vita adesso? Perché ci interessa? Perché proprio lui?
La risposta che il libro suggerisce non è nostalgica. Non è il recupero di un grande personaggio “ingiustamente trascurato”. È qualcosa di più sottile: Lumholtz diventa utile perché permette di guardare la modernità nascente in uno dei suoi gesti più tipici, quello di trasformare il mondo in materiale disponibile. Esplorare, raccogliere, classificare, raccontare. Fare del viaggio un metodo e della conoscenza un accumulo. In fondo, si potrebbe dire che la vicenda di Lumholtz serve a illuminare una certezza che oggi abbiamo perso e che ci affascina proprio perché ci appare problematica: l’idea che il mondo sia ancora grande, pieno di zone bianche sulle mappe, e che basti uno sforzo umano – fisico, mentale, morale – per riempirle.
Ma Strøksnes non indulge mai in quella nostalgia. Sa che quell’epoca ha prodotto meraviglie e ha prodotto ferite. Sa che lo slancio della scienza è stato anche lo slancio dell’appropriazione. Sa che i musei – quei luoghi in cui Lumholtz manda i suoi reperti e in cui oggi sono conservati – sono insieme depositi di conoscenza e macchine di potere. Il libro non cerca un equilibrio finto: non fa finta che “tutto sia relativo”. Piuttosto, mostra che la storia è fatta di ambivalenze non risolvibili. E se c’è una posizione etica, è quella di stare dentro la complessità senza ridurla.
Lo stile di Strøksnes aiuta molto. È una scrittura piena ma non compiaciuta. Sa essere dettagliata senza diventare pedante. Sa essere ironica senza fare l’occhiolino. E soprattutto ha una qualità che spesso manca nei libri che mescolano narrazione e saggio: la capacità di tenere insieme informazione e ritmo. Le digressioni funzionano perché hanno un’energia narrativa. Le parti documentarie non sono mai un blocco. Anche quando il libro si allontana da Lumholtz per descrivere un contesto, una disputa scientifica, un episodio laterale, lo fa con la consapevolezza che quel contesto è il vero personaggio collettivo del racconto.
Verso la fine, Strøksnes dice chiaramente che non voleva camminare accanto a Lumholtz, non voleva seguirlo passo per passo. Preferisce stare a distanza, perché da lontano si vedono meno dettagli, ma meglio i paesaggi. È un’immagine perfetta: la biografia come prospettiva. Non un tentativo di possedere l’individuo, ma un modo di capire ciò che lo circonda. Lumholtz, allora, diventa un punto di vista, una finestra, un pretesto nobile nel senso migliore: qualcosa che ti permette di entrare in un mondo e uscirne cambiato.
E la chiusa del libro – “Qui finisce la storia. E continua.” – non è una frase effetto. È la formula esatta di ciò che accade. La storia finisce perché l’uomo muore, perché i documenti si chiudono, perché il busto resta fermo nel parco. Ma continua perché la memoria non è mai stabile. Perché un nome può scomparire e poi tornare. Perché ciò che una generazione archivia come secondario, un’altra può riaprire come essenziale.
Il fantasma di Lumholtz non è soltanto Lumholtz. È il fantasma di un’epoca che credeva di poter conoscere il mondo intero, e di poterlo ordinare. È il fantasma di una fiducia nella scoperta che oggi guardiamo con sospetto, e tuttavia con un’ombra di desiderio. E soprattutto è il fantasma di un meccanismo che non smette di funzionare: quello per cui le vite, anche le più straordinarie, possono essere ridotte a tre toponimi su una targa.
Strøksnes scrive contro quella riduzione. Non per salvare un uomo, ma per mostrare cosa significa davvero ricordare.