Metal detector: la paura degli adulti

4 Febbraio 2026

Il ragazzo che ha ucciso un compagno di classe a La Spezia, riaccendendo il dibattito sull’introduzione dei metal detector nelle scuole, è poco rappresentativo degli adolescenti che sempre più spesso escono di casa con un coltello in tasca. Nella maggior parte dei casi i ragazzi portano con sé un’arma non per vendetta, o per colpire qualcuno, ma come strumento di difesa, per affrontare un mondo che avvertono imprevedibile e minaccioso: “questa generazione è così, non ti puoi fidare ad uscire senza” mi dice un ragazzo che ascolto, coinvolto in un reato grave. E ancora: “in giro non sai mai chi puoi incontrare, meglio essere pronti”. La presenza di un coltello è una sorta di illusione di sicurezza: oggi, più che in passato, i ragazzi hanno paura. Le ricerche lo confermano: si tratta di una generazione ansiosa, spaventata e triste, più che rabbiosa. È la paura a spingerli a proteggersi in modo preventivo, anticipando il pericolo con comportamenti aggressivi che percepiscono come difensivi. Si armano di coltelli e della forza che solo il gruppo può dare per sentirsi più sicuri. Il gruppo di amici è uno spazio centrale per gli adolescenti: permette di affrontare difficoltà, elaborare momenti di disagio e confrontarsi in un contesto di sostegno reciproco. Grazie al riconoscimento tra pari, i giovani possono trasformare confusione e insicurezza in esperienze condivise. Il gruppo favorisce la crescita e l’apprendimento di strategie per affrontare la vita; ma può anche rinforzare comportamenti negativi e tensioni, amplificando disagio e problemi relazionali. Il problema emerge quando il gruppo diventa l’unico contenitore di sicurezza, soprattutto in contesti percepiti come ostili, in cui il mondo adulto è avvertito come distante, ansioso o indifferente. Le cosiddette “baby gang” sono spesso il frutto di questa condizione: non tanto un fenomeno generazionale di devianza, quanto una risposta a contesti in cui i ragazzi non trovano appartenenza, supporto e riconoscimento. La mancanza di sostegno adulto coerente e rassicurante contribuisce a una maggiore vulnerabilità, spingendo molti ragazzi a cercare sicurezza e appartenenza altrove, nei gruppi informali oppure in un coltellino.

Alcuni episodi emblematici lo mostrano chiaramente. Aaron ha accoltellato un compagno di classe fuori da scuola, in risposta ad un’aggressione che era iniziata tra i banchi e si era conclusa con la minaccia che sarebbe continuata fuori. Perché non ha pensato di chiedere aiuto a qualcuno, di parlarne con uno dei docenti che sono sfilati nelle lunghe ore che mancavano al termine delle lezioni? “Ma guarda che professori e dirigente sapevano benissimo cos’era successo, ci hanno divisi! Ma alla scuola interessa solo che tu non faccia casino finché sei sotto la loro responsabilità, perché non vogliono andarci di mezzo”. Riccardo ha una vicenda simile, e racconta che non ha neanche pensato di chiedere aiuto ai suoi genitori: “Non volevo si preoccupassero, sono già troppo in ansia di loro. E poi, che cosa potevano fare? L’unica sarebbe stata far venire gli amici”. I genitori di Antonio, partecipi di ogni aspetto della vita del figlio, dicono che si può parlare di tutto, ma comunicano implicitamente la necessità di rassicurazioni continue. Qualsiasi risposta diversa da “tutto bene” li manda nel panico, generando ansia e insicurezza nel ragazzo. Al contrario, la mamma di Carlos lo ha portato in Italia per proteggerlo da situazioni di rischio nel paese d’origine, ma lavora due turni al giorno e non riesce mai a essere presente. I genitori di Ahmed, invece, sono rimasti a Beli Bellal. Lui è arrivato in Italia da solo dopo un viaggio migratorio traumatizzante, convive con esperienze di violenza passata e utilizza psicofarmaci per gestire l’angoscia.

La percezione di paura che oggi accompagna la violenza giovanile di gruppo non nasce nei contesti urbani post-Covid, ma affonda le radici in una storia più lunga. È una dinamica che coinvolge profondamente il mondo adulto, che fatica a riconoscerlo. Gli adolescenti diventano contenitori simbolici delle ansie e delle insicurezze delle generazioni adulte, soprattutto quando ereditano problemi strutturali, sociali e culturali trasmessi nel tempo. Vengono descritti come sregolati, senza limiti, privi di valori; ma quanto spesso gli adulti stessi riescono a stabilire regole chiare, valorizzare l’impegno, vivere secondo valori profondi, prima ancora di trasmetterli? La vita adulta è dominata dalla logica della performance, della popolarità e dell’estetica. Gli strumenti per crescere responsabilmente e affrontare la frustrazione restano poco evidenti. Nel discorso pubblico, la violenza giovanile viene frequentemente interpretata come segno di un degrado generazionale, costruendo l’immagine di giovani senza limiti e inclini alla violenza. Raramente questa lettura si accompagna a una riflessione sulle responsabilità degli adulti o sui contesti strutturali — precarietà, disuguaglianze, fragilità dei legami sociali — in cui tali comportamenti si sviluppano. Il panico morale rende gli adolescenti “bersagli simbolici”, mentre le vere responsabilità adulte e le condizioni sociali vengono spesso ignorate. Un mondo adulto apprensivo e ipercontrollante ostacola esperienze fondamentali per la crescita, rendendo i ragazzi fragili e poco capaci di gestire conflitti: si parla di genitori elicottero, pronti a intervenire a ogni difficoltà; o di genitori curling, che livellano il percorso dei figli per ridurre ogni attrito ed eliminare ogni frustrazione ed ogni ostacolo al percorso.

Il desiderio di proteggere i figli dai rischi è comprensibile. Tuttavia, imparare a correre rischi è essenziale per sviluppare sicurezza, fiducia in sé e autonomia. Altrimenti si favoriscono atteggiamenti ritirati e ansiosi, che prolungano la dipendenza dagli adulti e ostacolano la crescita. In passato, il mondo era (erroneamente) percepito come meno pericoloso e forse esisteva l’illusione di poter proteggere completamente i figli, monitorando la loro crescita. Le nuove tecnologie hanno inizialmente rassicurato gli adulti, un esempio tra tutti la geolocalizzazione: dispositivo apparentemente innocuo, non aiuta in realtà la capacità dei ragazzi di affrontare situazioni pericolose, ma, anzi, rafforza l’insicurezza e l’ansia. Un ulteriore esempio è la tendenza, sempre più diffusa, a presidiare gli spazi e eliminare il gioco libero, riducendole opportunità di crescita spontanea. La letteratura scientifica conferma ciò che il buon senso suggerisce: bambini e adolescenti hanno bisogno di giocare, preferibilmente all’aperto, tra pari, con un adulto presente a monitorare in modo blando, non a controllare rigidamente. Il gioco è uno strumento fondamentale per sviluppare competenze sociali, empatia e regolazione emotiva. Questo microcosmo sociale insegna a negoziare ruoli, rispettare i confini e modulare comportamenti aggressivi. Un intervento adulto eccessivamente protettivo interrompe questa esperienza cruciale, rischiando di privare gli adolescenti della capacità di affrontare ingiustizie o di comprendere che la prepotenza non paga.

l

Ridurre i rischi di comportamenti violenti richiede adulti supportivi, presenti a casa, a scuola e sul territorio, ma anche la promozione di relazioni spontanee tra pari. I ragazzi devono imparare a stare in gruppo, a usare la forza del legame fraterno in senso positivo, e a conoscersi attraverso il confronto. Gli adulti devono fornire spazi e tempi per questa socializzazione, evitando di delegare completamente ai centri commerciali o alla piazza virtuale il soddisfacimento di questo bisogno fondamentale dello sviluppo.

La scuola dovrebbe poi essere uno dei principali luoghi di regolazione della rabbia e del conflitto. Quando funziona, offre strumenti per dare senso alle frustrazioni, trasformare l’impulsività in parola e il disagio in richiesta di aiuto. Quando invece viene vissuta come spazio di esclusione, svalutazione o fallimento ripetuto, il legame educativo si incrina e cresce il rischio di dispersione scolastica. L’abbandono, esplicito o implicito, non è mai solo una questione didattica: spesso segnala una rottura più profonda che priva i ragazzi di uno dei pochi contesti in grado di contenere, elaborare e orientare l’aggressività. Senza questo contenimento, la rabbia cerca altre vie di espressione, talvolta immediate e distruttive, rendendo la violenza un mezzo tragicamente accessibile di affermazione di sé e di riconoscimento. Nei corridoi delle scuole, i metal detector promettono sicurezza, ma rischiano di peggiorare il problema che intendono risolvere. L’intento è proteggere, ma un ingresso presidiato trasmette un messaggio diverso: la scuola appare più come luogo di controllo che spazio educativo. Il loro uso può generare ansia, esclusione e stigmatizzazione, trasformando la presenza del dispositivo più in simbolo che in reale misura preventiva. Inoltre, gli studenti possono aggirare facilmente i controlli usando oggetti non metallici o strumenti realizzati con stampanti 3D. Studi negli Stati Uniti mostrano che nelle scuole con metal detector la percezione di sicurezza degli studenti tende addirittura a peggiorare, mettendo in discussione il reale vantaggio di questi strumenti.

Oltre a un’efficacia limitata, i metal detector, inseriti tra telecamere e agenti di polizia, introducono logiche di sospetto nelle relazioni tra studenti e adulti, sostituendo fiducia e responsabilità con routine disciplinari. L’istituzione comunica implicitamente che ogni studente è potenzialmente pericoloso, influenzando negativamente il clima scolastico, la partecipazione e il senso di appartenenza, soprattutto nelle scuole dei contesti socio-economici più svantaggiati. In questo contesto, i metal detector educano più alla diffidenza che alla cittadinanza. Il messaggio è chiaro: “non ci fidiamo di te”. Questo mina la fiducia reciproca tra studenti, insegnanti e istituzione, riducendo autonomia, responsabilità e senso civico. Gli studenti rischiano di diventare più soggetti controllati che cittadini responsabili, abituandosi alla sorveglianza anziché a comportamenti partecipativi e consapevoli. Il mondo adulto è chiamato a una responsabilità diretta nei confronti degli adolescenti: ragazzi che vanno sostenuti, valorizzati e guidati, e che hanno bisogno di incontrare uno sguardo benevolo, fiducioso e solido, anziché specchi di angosce e paure già presenti dentro di loro, anche quando la facciata che mostrano è spavalda e indomita.

Le cosiddette baby gang raccontano più le paure del mondo adulto che le dinamiche interne dei gruppi di ragazzi violenti. È normale e inevitabile che la prima reazione davanti a comportamenti aggressivi sia difensiva. Tuttavia, ridurre tutto a questa chiave rischia di distorcere la realtà.

Cerchiamo spiegazioni semplicistiche della violenza giovanile: narrazioni che ci permettono di prendere distanza, rassicurandoci che “quanto accaduto riguarda altri”, un mondo lontano dal nostro. Come se non potesse mai succedere a noi. Reprimere, controllare e gestire diventano antidoti alla paura. In realtà, la alimentano.

Di fronte a fenomeni complessi, il mondo adulto dovrebbe fare un passo avanti: essere solido, presente, autorevole. Non un passo indietro. Il metal detector andrebbe simbolicamente messo dunque all’uscita della scuola, non all’ingresso: dei problemi ci facciamo carico, portateli davanti al nostro sguardo di adulti. Dai ragazzi non ci dobbiamo difendere, dobbiamo loro mostrare di essere partecipi, coinvolti e impegnati: un riferimento reale, non delegato alla sorveglianza. L’obiettivo è chiaro: far sì che gli adolescenti smettano di sentirsi soli e ricomincino a fidarsi di adulti capaci di rassicurare, ascoltare e aiutare a immaginare un futuro possibile.

La scuola da sola non può sostenere un cambiamento così profondo. Serve una comunità educante, che ricordi che i figli sono figli di tutti; che non sempre “i figli degli altri” creano problemi e, anche quando lo fanno, l’unica strada autentica è trattarli come fossero propri.

È fondamentale che esistano figure adulte capaci di assumersi una responsabilità simbolica rispetto al futuro dei ragazzi. Oggi queste presenze sono rare: contesti storicamente centrali, come oratori o figure religiose, hanno perso rilevanza. Alcune funzioni resistono, ad esempio nello sport, dove un allenatore può diventare riferimento significativo non ignorando le differenze di provenienza, ma valutando impegno, costanza e competenza. Le attività extrascolastiche, sportive o culturali, svolgono un ruolo cruciale non solo per sottrarre i ragazzi alla strada, ma soprattutto per costruire senso di valore personale e appartenenza a gruppi prosociali.

Servono comunità di adulti capaci di fornire rassicurazione e veicolare speranza per il futuro, ed anche capaci di dare senso alla rabbia: ascoltarla e convogliarla. Quanto spesso, a livello culturale, riconosciamo che l’aggressività può essere anche forza vitale, veicolo di cambiamento, messaggio da comprendere prima che reprimere? Quanto spesso aiutiamo i ragazzi a riconoscere, comprendere e esprimere le emozioni in forme socialmente accettabili? Quanto più spesso, invece, il messaggio implicito è che non c’è spazio, che sono sbagliate, che vanno soffocate? Così facendo, li lasciamo soli, in balia di una paura che, non trovando parole, trova coltelli.

 

Virginia Suigo è tra le relatrici che intervengono nel progetto Adolescenti questi alieni, un progetto dedicato a chiunque accompagni l’adolescente nel suo viaggio di crescita. 36 appuntamenti dedicati a temi come rabbia, isolamento, disturbi alimentari e linguaggi giovanili. Qui tutte le informazioni e il calendario degli appuntamenti. 

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).