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Tristi tropici

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L'uomo dietro lo studioso / Claude Lévi-Strauss, lettere ai genitori

C’è un passaggio del capitolo “Come si diventa etnologi” in Tristi tropici (1955), che quando l’ho letto mi è rimasto molto impresso (perché mi sembrava riguardasse anche me). Scrive Lévi-Strauss che nel 1928, quando lui aveva vent’anni, esistevano due razze di studenti universitari: quelli di medicina e diritto da una parte, e quelli delle discipline letterarie e scientifiche dall’altra. I primi, spesso di destra, vivevano pienamente la giovinezza in modo “chiassoso, a volte aggressivo”, vitalistico e tutto votato al divertimento (la goliardia identifica molto bene questa categoria di studenti), consapevoli com’erano che grazie ai loro studi, di lì a poco, sarebbero entrati nella società con una precisa funzione. Gli altri, viceversa, spesso di sinistra, erano “adolescenti prematuramente invecchiati, discreti, riservati”, che tentavano invece di imitare gli adulti; ma questo era paradossalmente legato al fatto che scegliendo quegli studi “non dicevano addio all’universo infantile: si applicavano piuttosto a rimanerci”; essendo l’insegnamento e la ricerca le sole possibilità di restare a scuola, continuare a studiare, e così protrarre la condizione di studente. Dunque, da una...

Jonathan Friedman / Politicamente corretto?

In uno dei capitoli finali di Tristi Tropici Lévi-Strauss fa un’affermazione nei confronti dell’Islam che oggi sarebbe facilmente definibile come scorretta politicamente: “Sul piano estetico, il puritanesimo islamico, rinunciando ad abolire la sensualità si è contentato di ridurla alle sue forme minori, profumi, merletti, ricami e giardini. Sul piano morale ci si trova di fronte allo stesso equivoco di una tolleranza ostentata, a danno di un proselitismo il cui carattere compulsivo è chiaro. Effettivamente il contatto coi non-musulmani li mette in angoscia.   Il loro genere di vita provinciale si perpetua sotto la minaccia di altri generi di vita, più liberi e più facili del loro, che rischia di essere alterato con la sola contiguità. Piuttosto che parlare di tolleranza, sarebbe meglio dire che questa tolleranza, nella misura in cui esiste, è una continua vittoria su loro stessi. Preconizzandola, il Profeta li ha condannati a una situazione di crisi permanente, che risulta dalla contraddizione tra la portata universale della rivelazione e l’ammissione della pluralità delle fedi religiose” (Lévi-Strauss, 1955, pp. 344-345). A leggere solamente la prima parte di questa...

Identità nella diversità / Lévi-Strauss e il Giappone

Tra il 1977 e il 1988 Claude Lévi-Strauss visitò il Giappone cinque volte. Vi tenne varie conferenze e si dedicò all’esplorazione di quel paese nei momenti liberi dagli incontri pubblici. Si occupò in particolare all’attività degli artigiani e ai loro metodi di lavoro. Non era il primo intellettuale francese cui interessava il paese del Sol Levante. Roland Barthes ci ha lasciato uno straordinario resoconto del suo viaggio in Giappone, L’impero dei segni, e anche Michel Foucault aveva avvertito il fascino di quella civiltà fondata sulle maschere, il culto del rituale e della negazione di sé, come ricorda Patrik Wilcken nella biografia dell’antropologo, Il poeta in laboratorio (il Saggiatore, 2016). A Lévi-Strauss, attento a cogliere analogie e permanenze, il Giappone appare l’esatto opposto della Francia, il suo rovescio. Nelle interviste e negli interventi pubblici, raccolti in L’altra faccia della Luna. Scritti sul Giappone (tr. it di S. Facioni, Bompiani, 2015) l’antropologo francese rimarca come i gesti del lavoro siano inversi rispetto a quelli operati nella sua Francia: sarte e i sarti invece di spingere il filo nella cruna dell’ago indirizzano la cruna sul filo che resta...

Il viaggiatore solitario / Roland Barthes in autogrill

Settembre è ormai sul punto di finire. Con settembre finiscono le vacanze e finisce questa estate del 2016, che è stata amara, polemica, sudata, poi dolcissima come tutte. Mentre anche gli ultimi, strategici vacanzieri di settembre inoltrato riaprono zaini e valigie in una stanza di casa, in uffici affollati e davanti ai computer di tutti gli anfratti del paese si passano in rassegna i temi, gli scandali, si riflette sul senso. Perlomeno, in tanti penseranno, con il burkini abbiamo chiuso fino all’anno prossimo. È già qualcosa. Perché sì, se ne è detto tutto, il contrario di tutto e poi se ne sono dette cose che coniugavano i due corni della questione risolvendoli. Era Lévi–Strauss, in Tristi tropici, che ricordava come questa fosse strategia argomentativa tipica della filosofia e sufficiente a convincerlo a diventare etnografo per fuggirla. Ma il senso non si esaurisce mai, scrive d’altra parte Roland Barthes: il suo lavoro è spostarsi, connettere, scartare. E davanti a questa sua tacita, attualissima provocazione, in questa fine di settembre presento un breve esperimento autostradale. Lo ‘scarto’ risale all’agosto di un anno fa, quando durante un viaggio in macchina molto lungo...