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Velvet Underground

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1958-1982: venticinque anni di canzoni italiane / Ed ognuno ha il suo corpo

Di musica mi sono occupato ogni giorno tante ore al giorno per 30 anni: dirigevo un mensile che ha cessato le pubblicazioni quattro anni fa perché non lo comprava più abbastanza gente per pagare il mio stipendio. Da allora con la musica il mio rapporto si è fatto difficile: non ho più messo un disco di vinile sul mio giradischi, li ho regalati al mio figlio dj e compositore; non ho più messo cd nel mio lettore cd: stanno prendendo polvere; ogni tanto ascolto la radio in auto, ma sono molto esigente e spengo quasi subito. Quindi posso dire che non ho elaborato il lutto. Quando a scuola i ragazzi vogliono ascoltare musica cedo raramente, in occasioni pre-vacanziere, per curiosare cosa stanno ascoltando, reggo come loro solo tre minuti di pezzi che hanno un testo interessante, una storia che dice qualcosa ben raccontata nel videoclip. Si può dire quindi che nella mia regressione abbia setacciato l’essenza di quello che la musica mi può ancora dire: parole più che melodie, storie più che ritmi, emozioni più che canti. Quando ho letto i primi report sulla mostra NOI… non erano solo canzonette (pensata da Gianpaolo Brusini con la consulenza storica di Giovanni De Luna e quella...

Se n'è andato quasi senza salutare / Glenn Branca

Quando i Velvet Underground pubblicano White Light White Heat, nel gennaio del 1968, Glenn Branca ha diciannove anni (ne compirà venti il 6 ottobre). Abita a Boston. È particolarmente interessato al teatro. Anzi, lo pratica proprio. Tanto che ha fondato una compagnia, The Bastard Theater, con il quale tenta di mettere in scena dei “music-drama”. Sono lavori davvero sperimentali, sorta di performances in cui la musica ha un ruolo determinante. All'epoca, Branca non ha nessuna intenzione di intraprendere la carriera di musicista. Certo, come molti teenagers ha strimpellato una chitarra. Di certo è un collezionista di vinili. Così, magari ricorda quel momento che spezza esattamente in due I Heard Her Call My Name: sono due secondi, forse i più importanti nella storia del rock.     Siamo al minuto due e 13 secondi. Dopo che Lou Reed ha finito di sputare la frase “And Then My Mind Split Open” c'è un micro istante di vuoto, seguito da un violento attacco di chitarra in feedback: uno squittìo acuto, verticale, pieno. Selvaggio. Ciò che segue è uno degli assoli più dissoluti, dissonanti, della storia della musica rock. Come se Coltrane avesse lasciato il sax per una Gretsch...

Warhol a Milano

Vorrei proporre un’interpretazione privata e a tratti “esoterica” di Warhol, solo in parte libertina. La mostra milanese della collezione di Peter Brant si presta bene a rinnovare l’immagine dell’artista (a Palazzo Reale fino al 9 marzo 2014).     Che ne è del divo distaccato e metallico del primo periodo della Factory, immancabilmente attivo dietro alla macchina da presa, nei disegni a china, foglia d’oro e nastro degli anni Cinquanta? O dell’istrione luciferino e scarmigliato negli affettuosi esercizi di copia dall’Ultima Cena di Leonardo di metà anni Ottanta (eh sì, proprio non prevedevamo di usare l’aggettivo “affettuoso” in relazione al produttore dei Velvet Underground...)? I biografi persuasi della religiosità di Warhol, cattolico di rito ortodosso, attribuiranno il gusto per l’immagine devozionale, agghindata da finiture lustre e sbalzate, alla familiarità con gli ex voto della fede popolare e le iconostasi delle chiese di rito ortodosso.   Partiamo dal gatto. Paffuto, ronfante e compiaciuto, è l’animale prediletto: popola i...