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Cucina

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Barbari appetiti

Bruce Chatwin è stato ossessionato da un’idea che, ripetutamente, si è affacciata nella sua vita e nel suo lavoro: per sua stessa ammissione, quella di scrivere la storia della civiltà nomade. Vale a dire raccontare l’altra umanità, quella dimentica e perdente davanti alla rivoluzione neolitica prima e all’industrializzazione dopo; l’umanità che siamo stati e che ancora siamo, qualora non si consideri solo la storia ma l’eredità pesantemente iscritta nei nostri geni.   Chatwin non ha mai scritto quel libro ma ha lasciato pagine acute sui riflessi che la natura nomade ha lasciato su di noi e sui segni di sofferenza - fisica e mentale - che subiamo quando quella natura, nell’individuo e nella società, è pervicacemente negata. L’etimo di nomade ha la sua origine nel verbo pascolare: l’equivalente di pastore, chi cioè vivendo dell’allevamento o dello sfruttamento degli animali li segue alla ricerca dell’erba migliore. Alle nostre latitudini, un oscillare periodico tra il fuggire i rigori invernali e lo scoppio primaverile: vita perennemente in...

Vinitaly

Pasolini aveva torto? Il dubbio viene dopo una giornata al Vinitaly, la grande fiera del vino di Verona, rappresentazione plastica dell’Italia dei campanili, diviso come è in padiglioni regionali. La cosa che più colpisce dopo una giornata in Fiera è il campionario di facce, una diversa dell’altra: asciutta la toscana, sanguigna e astuta quella piemontese, concentrata come il pugno della mano la faccia dei sardi, etrusca quella umbra e così via. Qui tracce dell’omologazione culturale non sono riscontrabili.   Andare al Vinitaly è, tutto sommato, divertente e istruttivo. È un modo di leggere l’Italia attraverso il vino e anche di preoccuparsi un po’ degli apprenti sorcier che stanno trasformando i vitigni toscani (non il Chianti) e siciliani in esperimenti dove la zolla di terra non è più il punto di partenza. E il barrique? Ideologicamente sono contrario, ma certi risultati fanno riflettere e, almeno a tavola, è meglio essere un po’ più empirici. Ogni produttore ti fa assaggiare modiche quantità di vino e le accompagna con grissini, cracker, salamini,...

Rosso d'Italia

Da sempre il cibo è tra gli elementi che delineano l’identità di una nazione. Cibo inteso come scelte alimentari, riti, consuetudini, cucina, tradizioni, come l’insieme di tutto quello che generalmente oggi chiamiamo cultura alimentare. Naturale che sia così; l’alimentazione di una comunità come di una popolazione ha sempre a che fare con la sua storia, così come con la geografia del territorio, con il clima e l’ecologia dei suoi ambienti, tanto più quando questi fattori erano al tempo stesso “risorse e condanne”, almeno per chi nasceva e viveva in un luogo, quasi sempre lo stesso.   Per tutta la lunga stagione preindustriale nel nostro paese – e in alcune regioni ancora fino agli anni quaranta del secolo scorso – l’alimentazione connotava gran parte della realtà materiale e culturale quotidiana, quest’ultima sempre che si vivesse sopra il livello di pura sussistenza, sempre che fame e carestia – ospiti temuti ed indesiderati – non fossero di casa: non può esserci infatti cultura alimentare ma solo sopravvivenza se il cibo diventa bisogno...

Santa polenta!

Chissà se sarebbe piaciuto al notaio Franco Cavallone il “Santa Polenta”? Io credo di no, non tanto per come si mangia, ma, per un gran borghese come lui, l’idea di bere vino in un bicchiere di plastica, di apparecchiarsi la tavola con posate da pic-nic ai bordi dell’autostrada, l’avrebbe certo infastidito. Da persona di grande educazione, nonché traduttore della classica espressione “Good Grief” di Charlie Brown in, appunto, “Santa Polenta”, non avrebbe fatto mostra di infastidirsi, ma certo i velluti rossi del “Cambio” con il tavolo di Cavour sono un’altra cosa. Venendo da Milano, varcato il Ticino, Torino colpisce perché tutta impavesata di tricolori: terrazzi, balconi, strade e palazzi. Gli amici torinesi ci fanno notare come il pallido Cota (novarese) abbia fatto una magra figura e non abbia colto un sentimento condiviso dalla quasi totalità dei torinesi nel dissociarsi maldestramente dalle celebrazioni risorgimentali. Tornando al “Santa Polenta”, cominciare una rubrica di ristoranti con una gastronomia stride un po’, tanto più nel Piemonte che...

Il caciucco

Un legame possibile, profondo e insieme banale: “siamo ciò che mangiamo”. Certamente la materia che ci attraversa nel corso di una vita fa quell’unica vita, lentamente la costruisce e la modifica nel tempo. È anche sotto forma di un’“alchimia della materia” chiamata cucina che il cibo diventa parte di noi; “la forma e la sostanza” delle nostre scelte alimentari, la cucina nella sua alchimia è già umanità, parte integrante del nostro stare al mondo. E allora anche il caciucco può diventare una cosa diversa da una splendida testimonianza mediterranea, altra cosa da una semplice zuppa di pesce…   Caciucco  / Toscana (Setacciare il creato )               500 g pesci con lisca (scorfano, gallinella, tràcina) g 200 palombo polpo di scoglio: gr 200 seppie: g 300 cicale (o canocchie) : g 200 pomodori maturi o "pelati" g 300 una cipolla tre spicchi d'aglio prezzemolo peperoncino poco vino rosso sei fette di pane casalingo olio d'oliva sale Pulite bene tutti i...

Giorgio Boatti intervista Massimo Montanari

 “L'uomo è ciò che mangia”: l'affermazione del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach conosce da quasi due secoli un grande successo. Massimo Montanari - professore medievalista all'università di Bologna ma, anche, il più autorevole storico dell'alimentazione del nostro Paese, autore di opere di solido spessore e di vasto successo, come La fame e l'abbondanza che, con la prefazione di Jacques Le Goff, è stata tradotta in tutta Europa - sottolinea però un fatto. La frase di Feuerbach è piaciuta così tanto da far scordare una cosa non irrilevante: “Mann ist, was er isst”, nella sua versione originale, contiene una doppia suggestione. In tedesco “ist”, con una sola s, vuol dire “è”. “Isst”, invece, con due esse, significa “mangia”. Questo se lo si legge. Nel parlato però, per la pronuncia pressoché identica di “ist” e di “isst”, “l'uomo è ciò che mangia” pare potersi trasformare. Scambiarsi. Diventa “L'uomo mangia ciò che è”. Ovvero...

L’identità in cucina

Massimo Montanari mette in rilievo nel suo breve libro L’identità italiana in cucina (Laterza 2010) che l’Italia esisteva già prima della sua unità nelle pratiche quotidiane, nei modi di vita, negli atteggiamenti mentali, ovvero che la cultura definisce il nostro Paese ben più dell’unità politica. Prima dell’Italia unita sotto il regno dei Savoia, diventato Regno d’Italia proprio in quel 1861, esiste il “Paese Italia”, come l’aveva definito lo storico Ruggiero Romano, ideatore della Storia d’Italia di Einaudi. Nel suo saggio Montanari sostiene che la koinè alimentare italiana si è formata attraverso l’incontro tra romani e “barbari” (termine romano). Si trattò di un incontro-scontro tra la cultura del pane, del vino e dell’olio (civiltà agricola romana) e la cultura della carne, del latte e del burro (civiltà dei “barbari”), legata più alla foresta che all’agricoltura stanziale.   Lo studioso dell’alimentazione riprende un’immagine attuale per proiettarla sul passato: l’Italia come...

Cotto e smangiato

Che cos’è una ricetta? Un racconto di come si confeziona un piatto. Vigono regole ben precise: la sequenza temporale delle azioni da compiere deve essere inesorabile, niente flash back, niente agnizioni, nessuna concessione alla divagazione; precisione e rigore. Fabula e intreccio devono coincidere rigorosamente: niente analessi e prolessi! Ne va del piatto da confezionare. Nessuno accende il fuoco sotto la casseruola vuota. Benedetta Parodi procede diversamente. Le sue non sono ricette, bensì meta-ricette. Quello che la gentile presentatrice televisiva, con laurea in Lettere moderne alla Cattolica, ci propone non sono mai ricette vere e proprie, bensì storie della sua vita, più o meno privata. Ci sono Fabio, il marito, Eleonora, la figlia minore, Matilde la maggiore. E poi la mamma, il cognato, le amiche, le persone del suo entourage, quelle della televisione dove lavora. Tutti raccontano qualcosa, consigliano, suggeriscono, preferiscono, chiedono, offrono, discutono, spiegano. Insomma passano di lì, dalla ricetta, che è poi come una finestra – meglio un televisore – dove Benedetta sta infilata dal busto in su (...