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(186 risultati)

Tavoli | Ferdinando Scianna

Non disordine, ma abbondanza di oggetti. Le cose sul tavolo di Ferdinando Scianna abbracciano in senso circolare chi vi si siede, con tutto ciò che serve per lavorare: dischetti, mouse, computer, tastiera, cellulare, pellicole archiviate, un catalogo di negativi, portapenne. In tanta pacata professionalità spiccano con un senso di calore una, due, quattro pipe, segno di un piacere privato. A lato, appena finito o ancora da leggere, un ritaglio di giornale su Benedetto Croce: la realtà che fa capolino da altri media.   Allargando la visuale sui negativi si intravede una sequenza quasi ininterrotta di volti, luoghi e gesti che si susseguono come in un film visto al frame. La macchina fotografica di Scianna sembra una cinepresa singhiozzante per come sembra filmare, più che scattare, ciò che vede, quasi il fotografo volesse imprimerlo su carta senza alcuna pausa. In questa attrazione magnetica verso la realtà Ferdinando Scianna deve necessariamente estrapolare dal suo personale film pochi istanti più potenti di altri, e non a caso la sua fotografia è sinonimo di presenza umana: il fotografo c'è e agisce...

Tavoli | Alberto Alessi

Tempo fa, azzardando un ipotetico parallelo fra mobili e scrittura, mi ero convinto che l’armadio, con la sua capacità di conservare e restituire ricordi che emergono da misteriose ed odorose profondità, fosse in qualche modo l’equivalente della stratificazione narrativa del romanzo, impasto inestricabile di vite e di vicende. Alla fascinazione fantastica dell’armadio contrapponevo invece l’esibita chiarezza delle scrivanie, la cui accumulazione più o meno ordinata di carte e di oggetti mi faceva pensare alla struttura lineare del saggio, esposizione a tema in cui le conclusioni sono già implicite nelle premesse stesse dello scritto.   Non so se le cose stiano davvero così, ma quel pensiero mi è tornato alla mente guardando il tavolo di lavoro di Alberto Alessi, anima dell’omonima azienda del Verbano, capofila del migliore design italiano.   Lungi dall’essere nitida e sgombra come un tavolo operatorio, l’ampia superficie  è popolata da un’eterogenea moltitudine di cose: un fornito campionario di varia cancelleria; fogli, libri, biglietti da visita; un calibro,...

Tavoli | Davide Ferrario

Si tratta di una vecchia scrivania in ferro degli anni ’30, di sicuro scartata da qualche ufficio ministeriale. Il piano d’appoggio color vinaccia è rivestito della similpelle di quegli anni. E’ il tavolo di lavoro di un regista, naturalmente, e dei suoi  collaboratori: ce lo raccontano i tre Mac, uno dei quali posizionato non di fronte alla poltroncina ma ad una sedia, la piccola videocamera Sony, i tre hard disk esterni, capaci di memorizzare una quantità impressionante di terabyte. Attorno a quel tavolo, dopo il passaggio di Ferrario al digitale, sono stati montati tutti i suoi film dell’ultimo decennio. C’è anche molta carta, fogli sparsi, un taccuino di appunti dalle pagine celesti, già, perché una cosa che spesso si dimentica del mestiere del regista è che si scrive molto, si scrive sempre. Sparsi sui fogli tre dispositivi telefonici, un cellulare e due cordless. Sulla destra sotto una pila di cd di Daniele Sepe, s’intravede la copertina di “Camera Work” di Alfred Stieglitz, una raccolta della storica rivista di fotografia di inizio 900 pubblicata di recente in America....

Only You Only Me

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Photographies et vidéos de : Capitaine Lonchamps, Thomas Chable, Patty Chang, François-Xavier Courrèges, Lara Gasparotto, Willy Del Zoppo, Sarah Mei Herman, Patricia Kaiser, Hubert Marecaille et Michelle Naismith, Chrystel Mukeba et Nicolas Provost. Centre Wallonie-Bruxelles, Paris  

L'invasione degli Space Invaders

Cosa legge una fotografa di professione, una che insegue in giro per il mondo architetture, oggetti, spazi, persone, quando legge un libro illustrato? Cosa vede con il suo obiettivo davanti agli occhi, quando guarda un libro del genere? La nuova rubrica di Giovanna Silva inaugura un nuovo modo di recensire i libri, leggendo e guardando, non solo parole ma anche immagini, immagini che sono parole: leggere, guardare, scattare.   Il libro recensito è L'invasione degli Space Invaders di Martin Amis pubblicato da ISBN edizioni Doppiozero ne ha parlato anche qui

Habitué

Il primo bar che incontro uscendo da casa, non è dietro l’angolo, piuttosto di là dal ponte che oltrepassa il naviglio pavese nel suo tratto periferico. Ci prendo i biglietti del tram, i fiammiferi da cucina e un caffè frettolosamente, a volte imbuco una lettera nella cassetta della posta che c’è di fianco all’ingresso, raramente mi fermo. Gli habitué invece sono sempre lì e sanno stare seduti al bar. Conoscono il loro quartiere, i nomi degli altri avventori e quello che fanno; raccontano storie osservate dai tavolini che si affacciano sullo spettacolo della strada.   A Palermo, la mia famiglia aveva un bar conosciuto. Frequentato da una clientela tra il popolare e il borghese; immancabili gli habitué stavano lì a godersi la reciproca compagnia, chiacchere e sigarette e certamente qualcosa da bere. Li ho visti da che ero bambino finché sono diventato ragazzo, erano sempre presenti (per vocazione e bisogno) come parte dell’arredamento del bar. Credo ci fosse una forma di reciproca considerazione tra essi e i titolari del bar. Questi ultimi accettavano la loro presenza quotidiana, nel...

Mànuel Alvarez Bravo

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Mànuel Alvarez Bravo. Jeu de Paume, Paris

Tavoli | Lara Favaretto

Il tavolo è pieno, ma per nulla caotico. Su di esso gli oggetti giacciono compostamente, come in un magazzino di museo, in un archivio, come fossimo al cospetto di una Wunderkammer piana. La casualità appare quale strumento d’ispirazione creativa, sfruttata con cura, ma sempre tenuta a bada da una regola sotterranea. La varietà degli spunti è evidente: possiamo quasi immaginare l’artista ferma, in contemplazione di questa collezione, meditare sui possibili utilizzi di queste forme molteplici, qui esposte come calme reliquie.   Sul tavolo vediamo anche quello che non c’è, i coriandoli di New York, i rottami di Kassel, la terra di Venezia, memorie di un percorso artistico che non cede il passo al disordine, pur corteggiandolo. E, ancora più impalpabili, su questo tavolo si poggiano le ombre della Storia; gli oggetti, queste povere tracce minime, cantano vicende che il lavoro dell’artista lascerà trasparire solo in parte, forse. Non esiste ancora un quadro d’insieme, per ora ascoltiamo molteplici, brevi dialoghi. Un lato del tavolo non guarda all’altro, i piccoli arnesi comunicano solo...

Tavoli | Valerio Magrelli

La prima cosa che colpisce del tavolo è il suo centro. Un ritaglio di panno verde tra il pc e la pila di cartellette. Vuoto, illuminato dalla luce obliqua della lampada. Un punto a cui l'occhio dell'osservatore non può fare a meno di tornare ossessivamente, attratto dalla pienezza muta del suo spazio inviolato. Intorno a lui, gli oggetti: libri, quaderni, un computer portatile, un telefono, fiori, una patente, un'altra lampada, una candela, un portapenne. Oggetti non disposti secondo l'ordine geometrico, le ascisse e le ordinate di un'ideale battaglia navale tra nevrosi e mondo, ma neppure abbandonati alla corrente indistinta del caos. Gli oggetti del tavolo conoscono un proprio ordine spaziale. Il tavolo risponde a una propria struttura. Ha una forma. Un nome. Si tratta di un Tavolo-Galassia.   All'interno del Tavolo-Galassia i vari elementi che lo compongono non sono stelle fisse. Il loro movimento è evidente. Ognuno gravita intorno al centro di massa (al rettangolo di panno verde) in una costante diastole, un lentissimo e inesorabile aprirsi a spirale che fa del tavolo un equivalente, neanche tanto metaforico, di un...

Tavoli | Vedovamazzei

Quando sono arrivato lì e gli ho detto “scrivania” mi hanno risposto “eh, mica facciamo i notai!”. Ah no? No... abbiamo 3 tavoli. Al centro dello stanzone: uno per le bozze, uno per le cose su cui si lavora davvero, e uno per quello che è finito ma “guardiamolo ancora un po’”. (Gli artisti, quelli bravi, fanno sempre così: decantano le cose per mesi, prima di farle uscire.)   Chiaro che questo non è un modo di procedere, o una organizzazione del lavoro, è una cosa diversa: è come pensi. Andando avanti, o indietro, lasciando decantare, provando, buttando, disfacendo. E soprattutto quel loro modo di pensare che finisce nelle cose che fanno, che è un modo di pensare in cui il prima e il dopo delle cose non è mai scontato, e il sotto, spesso, finisce sopra. In fondo sono gli unici Totò dell’arte contemporanea, e non potrebbero fare diversamente. Alla fine, quando sono arrivato, su quel primo tavolo, c’era tutto e il contrario di tutto: pennelli, un martello, squadre, una bottiglia di vino, un ferro da stiro, un pezzo di cemento.   Se ci fossi...

Ospedale San Paolo

Uno scorcio del soggiorno che si trova al quarto piano dell’Ospedale San Paolo di Milano, nel reparto di cardiologia. A ora di pranzo, chi, potendo, non voleva rimanere in stanza a mangiare, andava lì. E ci si trovava insieme attorno alla tavola rettangolare bianca a familiarizzare tra noi e con la malattia; c’erano anche i veterani dell’infarto. Alla fine dell’anno scorso ci ho soggiornato anch’io, poco meno di una settimana, ringraziando il Cielo. Il giorno prima della dimissione, chiesi a mia madre, che era venuta a trovarmi, di passare da casa e portarmi la macchina fotografica. Fuori faceva ancora molto freddo e avevo la nebbia pure nella testa.

Tavoli | Andrea Bajani

I bravi ragazzi hanno la cartella in ordine, la riga dei capelli perfettamente dritta, hanno il giusto sorriso della via di mezzo, nessun broncio, nessuna risata. Se ne stanno nel centro degli accadimenti, assorti pensano agli affari loro, però sono là in mezzo agli altri, perché forse hanno paura di perdersi, di rimanere soli. I bravi ragazzi hanno una calligrafia pulita, quasi femminile, rotonda e panciuta. Sanno quel che devono fare, perché per loro è facile fare un passo dopo l’altro, purché misurato. I bravi ragazzi credono di essere bravi ragazzi, nonostante tutte le loro ansie e manie.   Il tavolo di Andrea Bajani è pulito, quasi disadorno. Non c’è nulla che spicchi o che inaspettatamente lasci intravvedere un significato nascosto. Tutto quadra. I libri, libri diversi certo, nell’oltremondo della lettura si spazia dalla letteratura alla matematica; un quaderno; un vocabolario di tedesco; due penne e due matite; la musica perfetta per nascondere il brusio fastidioso del mondo oltre la finestra; un bicchiere d’acqua che pur nella sua insignificanza attira lo sguardo, sospendendo il...

Tavoli | Luciano Ligabue

C’è una chitarra. Un microfono. Un computer e due signore casse e cuffie professionali per l’ascolto. Cd. Libri. Vedete tutto anche voi, non devo scrivere una didascalia, mi dico. E poi: per forza, Luciano Ligabue è un cantautore rock, ed è uno scrittore. Cosa dovrebbe esserci sul suo tavolo?   Ma c’è anche una biro, e un bloc notes. E questi magari non sono così scontati. E soprattutto Dizionari. Questi non ve li sareste aspettati. E invece eccoli qui. A dire che scrivere – anche quando si tratta di una grande passione – è un lavoro. Un lavoro che ha bisogno, fra le altre cose e non è una tautologia in questo caso, di appropriati strumenti  di lavoro. Questi Dizionari per me non sono solo una presenza strumentale (strumenti, strumenti come la chitarra), sono “segnali stradali”, indicano una via, una direzione, un metodo, che peraltro conosco direttamente: a questo tavolo si gioca (ma non è un tavolo da gioco), ci si diverte, ma si fatica anche. Si cercano le parole: per una canzone, per un racconto, per un romanzo, per una poesia.   Si intravedono anche...

Eucalipto. L'albero dei Felici Pochi

Ebbi in dono, da ragazza, una collana d’argento, povera e bellissima, di capsule d’eucalipto. Apprezzai la forma esotica degli involucri legnosi infilati in coppie a formare sfaccettati prismi, profumati e cilestri. Ma non sono tipo da monili, benché arborei e, presto, me ne stancai. Allora, analogie simboliche o letterarie non interferirono a rendere evocativo, e caro, l’oggetto. Non avevo, allora, letto Il mondo salvato dai ragazzini.      Nel manifesto sessantottino di Elsa Morante, gli eucalipti sono gli alberi dell’origine, le «prime creature» dell’«isola misteriosa» dove si torna adolescenti e tutto ricomincia, e l’ambiguità metamorfica è regina. Alberi edenici che presiedono all’incontro della voce narrante con il primo degli F.P. (Felici Pochi) del libro:   Sopra di lei le foglie bislunghe dell’eucalipto si spiegano in altri piccoli corpi alati vibrando per le nervature che si gonfiano di piume. [...] Il terreno è tutta una pubescenza luminosa. La piccola selva d’eucalipti, cerchia bastante a malapena ai giochi d’un...

Stefan Kirchner

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Stefan Kirchner. All about trees, 2013 Marcovaldo, Paris

Tavoli | Antonio Moresco

Il tavolo è spoglio, nudo. E’ un tavolo su cui tutto può essere accaduto, o accadere. Un tavolo su cui qualcuno ha scritto o scriverà. O non farà nulla. Stenderà le braccia ad angolo acuto, e vi appoggerà il capo, come in certi disegni di Kafka. L’idea che vuol dare è nessuna idea. Niente. Un tavolo è un tavolo. Il piano di un tavolo fotografato dall’alto è un piano. Un rettangolo. Di legno. Un po’ usurato, ma lustro, ben tenuto. Un piano vuoto è un piano mai usato, o liberato apposta di ogni cosa. La sua dimensione è il ricordo, ciò che è stato senza quasi lasciare traccia, e l’attesa. Un’attesa senza determinazione. Assoluta. Che si può benissimo confondere col suo semplice essere. Con il puro stare.   La sedia che vi fuoriesce è meno spartana. Il suo schienale è imbottito, a suggerire che è di qualcuno che vi si accomoda spesso. Che vi lavora, probabilmente, piegato in avanti, e per questo ogni tanto ha bisogno di appoggiarsi all’indietro, o di stirarsi, e per questo è opportuno che l’appoggio...

Christopher Isherwood. Un uomo solo

A Single Man, uscì negli Stati Uniti nel 1964, Isherwood aveva già sessant’anni, era un autore affermato e da più di dieci anni viveva col pittore Dan Bachardy, suo compagno sino alla morte.     Isherwood e Bachardy rappresentarono a lungo uno dei pochi modelli di coppia gay stabile e di successo. In Italia, col titolo di Un uomo solo, arrivò, nella traduzione di Dario Villa, solo nel 1981, da Guanda. Non che Isherwood non fosse autore conosciuto in Italia, ma tutti i suoi testi erano – e sono – stati tradotti spesso con grande ritardo – molti ancora mancano – e da case editrici diverse, senza continuità e attenzione, quasi fosse un autore minore, e non uno dei grandi del Novecento: Addio a Berlino uscito nell’edizione originale nel 1939, fu tradotto da Maria Martone per Longanesi nel ‘44. Nel ‘48, sempre Longanesi pubblicò la versione di Marcella Hannau di The Memorial, del ‘32, col titolo Ritratto di famiglia. Poi Mondadori, nel ‘48 pubblicò nella Medusa Il Signor Norris se ne va (che era uscito nel ‘35 presso la Hogart Press, la casa editrice di...

Io e te

Molto bella l’immagine del manifesto dell’ultimo film di Bernardo Bertolucci Io e te. Due sguardi verso di noi, uno sopra l’altro, uno un po’ più indietro, uno maschile e l’altro femminile, tutti e due silenziosi e concentrati, non relazionati tra loro, non sognanti, non innamorati o arrabbiati o delusi o altro, puri sguardi fissi su di noi. Senza sembrare due teste di un unico corpo, sono però due sguardi inscindibili, siamesi; senza fare uno solo, sono insieme e sono qualcosa di doppio. Difficile guardarli tutti e due contemporaneamente, il nostro sguardo tende a fissarne uno per volta, ma se si guarda al centro tra i due li si coglie simultaneamente. Si scopre solo allora, mi pare, che in realtà gli occhi sono solo due, uno per volto e che il paradosso è proprio quello: il gioco tra uno e due è davvero inestricabile.   L’immagine funziona solo in verticale, così come sapientemente è. Se la girate in orizzontale, ruotandola dunque di 90 gradi sulla destra, la distanza tra di due personaggi aumenta al punto che davvero diventano due e gli sguardi si caricano di psicologia. Così...

Johnny Ryan. Il pozzo di sangue

Cosa legge una fotografa di professione, una che insegue in giro per il mondo architetture, oggetti, spazi, persone, quando legge un libro illustrato? Cosa vede con il suo obiettivo davanti agli occhi, quando guarda un libro del genere? La nuova rubrica di Giovanna Silva inaugura un nuovo modo di recensire i libri, leggendo e guardando, non solo parole ma anche immagini, immagini che sono parole: leggere, guardare, scattare.   Il libro recensito è Il pozzo di sangue di Johnny Ryan pubblicato da The Milan Review

Speciale Jeff Wall | Lightboxes

  È con Jeff Wall che si cominciò già dalla fine degli anni settanta, a parlare di light-boxes, “cassonetti retroilluminati”, e grandi formati. Allora era un rimando e insieme una competizione con la pubblicità e con il cinema, oggi diciamo anche con gli schermi di ogni genere, televisivi, di computer, ipad, telefonini e simili, tutti retroilluminati, che dominano ormai il mondo dell’immagine.   In questo modo le immagini non sono illuminate da fuori, come sono sempre state, ma la luce viene proprio da loro verso di noi. L’effetto era ed è alquanto particolare, allucinatorio, come ognuno ben sa: è come se le immagini ci si rivolgessero, vengono verso di noi, pur mantenendo una piena distanza e intoccabilità. C’è sempre nell’arte di Wall questa duplicità, che ne costituisce tutta la stranezza ed enigmaticità, il compimento dell’autonomia modernista dell’immagine e al tempo stesso la sua invasione del mondo reale. Non solo “scrittura di luce” ma anche “emanazione di luce”, e con essa di scrittura e di immagine.  ...

Tavoli | Ettore Spalletti

È quasi severo il tavolo di Ettore Spalletti, nella sua pulizia, nella sua essenzialità. (Chi è più abituato all'essenzialità oggi?) Poi scopri che l'essenziale è invece ricchissimo: fogli bianchi, di diverse dimensioni, evidentemente di una certa qualità, due matite, candide, bianche, come pochi hanno avuto modo di usare, un barattolo con forbici e pennelli e, forse, colore, infine la numerazione, quella di un quadro probabilmente, che potrebbe essere proprio quello che l'artista sta per comporre.   Questo tavolo è lo specchio della sua arte, della sua vita, della severità o, meglio, del rigore che ha adottato quando ha scelto di rimanere nel suo paese in Abruzzo ad occuparsi di ciò di cui sentiva urgente occuparsi: la possibilità di raccontare quel luogo, o, meglio, di raccontarsi in quel luogo, di dare spazio al suo sguardo tramite il suo lavoro, di raccontare i colori del suo cielo e la forma delle sue montagne.   Spalletti sembra aver bisogno di così poco per fare così tanto. Poi però scopri qualcosa che destabilizza tanta certezza: tre sedie, due...

Guillaume Herbaut

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Guillaume Herbaut, 2012   Carré de Baudouin, Paris    

Tavoli | Francesco M. Cataluccio

Gli indizi ci sono tutti: il proprietario della scrivania sta scrivendo un libro sull’arte. C’è l’evidenza di una copertina, Venere di Botticelli, ma rivista da Andy Warhol: una della serie di sedici, realizzata negli Anni ‘80.  Il titolo si intravede, in piccolo, La memoria degli Uffizi, un volume intorno alla gran collezione medicea, ma anche una memoria di Firenze “da piccolo”, in gita domenicale nella collezione con mamma e papà, a celebrare una laica cerimonia di famiglia. Foto di infanzia, a sinistra, forniscono possibili scenari memoriali.   Si riconoscono anche i segni di passioni slavofile: la pila sulla destra reca in cima un libro capitale dell’iconografia del secolo trascorso: Le porte regali di Pavel Florenskij, ricerca radicalissima sulle radici sacre dell’immagine. In queste pagine magistrali, si trova quella polemica antirinascimentale che Andrej Tarkovskij, come racconta il libro di cui la scrivania fornisce tutte le prove, ribadiva nel corso delle sue visite alla pinacoteca sull’Arno.   Il tavolo è collocato vicino a una finestra, da cui entra una luce di taglio,...

Milano zona cinque

Inizio di giugno dell’anno scorso, andavo in giro nella parte più a sud della zona cinque di Milano, lungo il naviglio pavese all’altezza della conca fallata, sul lato ovest. Il corso d’acqua, come di solito, divide due sponde.   C’è chi sta di là e chi di qua. Da alcuni mesi vivo “da questa parte” e non sento l’attrazione di fare una foto nel lato che dà sul quartiere attorno a via dei Missaglia. Da quest’altro lato invece tutto mi appare esotico.   Ero in giro a cercare altro (le foto del bambino sulla roggia che trovai mesi dopo) e per un centinaio di metri ho seguito questo gruppetto di zingari, finché mi decisi a rubare lo scatto; il primo del rullo. Mi ritirai alcune ore dopo con quest’unico scatto, celato nel buio all’interno della macchina fotografica   Scaricai il rullo con le undici pose rimanenti una settimana dopo, fotografando un’amica che mi venne a trovare a casa.