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(186 risultati)

Tavoli | Giulio Giorello

Ogni cosa è a portata di mano. La penna, gli occhiali, i fogli sparsi, i molti libri. 
Si possono intuire i gesti che nel tempo hanno riempito la scrivania del professore, i movimenti che giorno dopo giorno hanno dato vita a una stratificazione di oggetti che sono studi, di interessi che sono lavoro, di letture che sono passioni. Un disordine sovrano.   La fotografia cattura gli oggetti e lo sguardo risulta agganciato dai libri che fanno mostra di sé: Hegel, le opere complete di Spinoza, Joyce, la Bibbia di Gerusalemme ma anche il numero 4 della rivista di fumetti Eureka del 1968, i libri della Cortina, i suoi e molti altri tutt'intorno. Da sotto un foglio spunta anche il Foucault di Questa non è una pipa. 
Chi conosce Giulio Giorello o ha potuto seguirne le lezioni in università conosce bene la sua capacità di mettere in relazione stimoli e idee molto lontani tra loro, questa immagine lo testimonia fedelmente. Chiarore dell'evidenza. 
   Il piano di lavoro sembra interamente occupato, tranne una piccola porzione di spazio risparmiata forse per fare posto a un portatile o a un tablet, o al prossimo libro in arrivo. Non c...

Tavoli | Franco Cordelli

Il tavolo circolare, inscritto dentro un tappeto, è rivestito di panno verde. Quattro sedie, una per ogni quadrante. La superficie può apparire spoglia, o laconica: un barattolo con un cespo di penne e matite, fra di essi una forbice, circondato alla base da un orologio da polso; un libro di tela azzurrata, rilevato dal fondo, che lascia intravedere un emblema sul dorso; un telefono senza fili, la linea di una sveglia, alcuni taccuini con una gomma Staedtler, una pezzuola per pulire gli occhiali, quindi degli occhiali; una o più scatoline arabescate. Questi oggetti sono distribuiti in tre quadranti, mentre uno rimane vuoto.   Non sappiamo quale posizione vi occupi il proprietario, salvo immaginarne lo spostamento, su ciascuna sedia, per brevi o lunghi archi di tempo, visitando ora il libro ora i taccuini, o se più spesso è seduto al margine di quello spazio vuoto. Non già un tavolo di lavoro, quindi, affollato di oggetti, un campo stabile che colleghi i pensieri alla scrittura, bensì l’astrazione di un tavolo, un’idea per metà abbandonata.   Con il suo panno verde, la sua regolarità...

Tavoli | Liliana Moro

Sulle oasi di tavolo rimaste scoperte da oggetti, una decisa zoomata rivela le cicatrici della superficie tenera: i segni generati dal tempo come un pennarello sbiadito, i solchi di una taglierina o di matite appuntite. Una panoramica in senso orario, punta la lente sul primo oggetto disposto in alto a destra: un registratore a cassette, decisamente vintage, la spina staccata. Perché nella lista dei tools di Liliana Moro, il mangianastri c’è sempre, magari appena rientrato da un field recording fuori dalla finestra, o dalla borsa di Liliana di ritorno dal supermercato. Simmetricamente opposto ce n’è un altro, anzi sono due, più piccoli, uno a fianco all’altro, sul tappeto verde di un block notes chiuso. L’orecchio non ha palpebre – dicono.    Libri. Fiabe Sonore, Femminismo a parole, racconti di giochi editi dall’Unità, nascosti da un ciuffo di fili di lana colorata, vagamente somiglianti a un fiore di loto, una ninfea. Inserto di Repubblica Cultura ripiegato sul titolo in primo piano: A Sylvia. Sylvia Plath, morta suicida all’età di 30 anni. E poco...

Daido Moriyama

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   DAIDO MORIYAMA, 2012     Le Ball, Paris

Tavoli | Giosetta Fioroni

Il nero palmo di una mano che sembra un ex voto; il dorso dorato di un’altra, forse battente di antico portone; un cuore di vetro blu e un altro bordeaux più grande, rilegato a quaderno che ricorda quello disegnato da Giosetta Fioroni per l’edizione in due volumi dei Sillabari di Goffredo Parise, con dentro foglie secche, penne d’upupa; una pinzatrice, un posacenere, una murrina fiordaliso, un piatto di ceramica con il titolo La verità, vi prego, sull’amore di W. H. Auden e altri oggetti disposti a fermare fogli. È un tavolo strano: sembra un piano inclinato, dove l’abbondanza e la varietà dei reperti tendono a sfuggire al controllo. Scorrere del tempo; volontà di trattenere piccoli e grandi oggetti; accumulo di ricordi. L’intreccio è fitto. Fotografie di amici, corrispondenze, citazioni d’autore a conferma del profondo legame con la scrittura.   Si leggono qua e là titoli di progetti da realizzare o realizzati. Mirroring memories, grande personale presso il Drawing Center di New York (5 Aprile - 2 Giugno 2013). Un dossier con data scritta a pennarello rosso, Tokyo, 13 Marzo. La...

Tavoli | Michele De Lucchi

Il tavolo di Michele De Lucchi è più lungo e stretto che largo e corto. Penso che tutti i tavoli da lavoro individuale disegnati da De Lucchi siano lunghi e stretti. Scelta questa di Michele che penso discenda direttamente dall’idea che ha del lavoro come di un processo continuo, un percorrere appunto la lunghezza del tavolo, scorrendo sulla sedia a rotelle, per meditare transitando, interessato com’è Michele ai processi interiori che la lunghezza dei tavoli registra, battito dopo battito, depositandone sul legno le tracce silenti.   Il tavolo di Michele non ospita un computer; tre portamatite cilindrici e un portamatite piatto; al centro, una penna stilografica chiusa.   Architetto e designer del suo tempo, Michele De Lucchi è profondamente legato a un mestiere artigianale (conoscete la sua Produzione Privata?) entro il quale la matita, il foglio di carta sono compagni sodali e insostituibili. La tecnologia è presente, diffusa nello Studio. Non potrebbe essere altrimenti: non si sfugge all’infosfera. Il frequentatore di quel tavolo assorbe tutto questo e non impone una tradizione...

Tavoli | Umberto Fiori

La scrivania. Come un sudario dovrebbe essere l’impronta dello scrittore assente, come un calco dovrebbe testimoniare il suo passaggio e, ça va sans dire, il suo valore, soprattutto quando, come in questo caso, è la scrivania di uno dei pochi che oggi possono giustificatamente aspirare al titolo di poeta. Ma non funziona così. La fotografia in questione non è un indizio: è un catalogo degli Oggetti.   Dalla chitarra allo spartito, dal libro - Benjamin su Baudelaire! – all’immagine del ragazzo riccioluto, dalle foto di spigoli di case celebrate, al Mac, tutto fa segno in modo univoco, ogni cosa vuole dire. Il significato vi domina sovrano. Siamo di fronte ad una descrizione: non solo un poeta, ripeto un grande poeta, ma anche un musicista, anche un lettore raffinato, anche un viaggiatore (il passaporto), perfino un fumatore di sigaro. Classico esempio di quella fotografia che Barthes chiamava unaria, priva cioè di oscillazioni interne, la scrivania fotografata contrasta in modo quasi brutale con la poesia di Umberto Fiori e credo anche con la sua vita. E non perché vita e poesia di Fiori stiano dalla...

Roggia Carlesca

Scorrono limpide e popolate di cavedani, passando in prossimità dell’impianto di teleriscaldamento in zona Famagosta e poi vanno a irrigare un vasto comprensorio che si estende nel sud milanese fino a interessare la Provincia di Pavia. Sono le acque della roggia Carlesca, ho fatto gli scatti a poche decine di metri dall’ex comprensorio industriale dell’ex conceria sulla via Boffalora.   In questo piccolo quadrato bucolico, la fauna è ricca e di facile osservazione; ormai è quasi un anno che sto da queste parti e col passare delle stagioni, mettendosi sul piccolo ponte che la oltrepassa, si possono vedere aironi, gabbianelle, cornacchie che litigano coi gheppi, anatre di vario genere e persino un piccolo martin pescatore che vola, coi suoi colori arancione e azzurro, rasente l’acqua; non mancano una famiglia di nutrie e qualche ratto. La notte estiva invece, quando mi ritiro stanco a casa percorrendo l’ultimo e interminabile pezzo a piedi, lasciandomi alle spalle l’ormai lontana linea del tram numero tre, è possibile avvistare rane e leprotti pronti allo scatto. A giugno e luglio c’erano anche le...

Tavoli | Gustavo Pietropolli Charmet

La fitta rete di strumenti di ultima generazione a occupare soltanto una metà del tavolo, attraversata dalla linea di cavi che li connette l’uno all’altro, senza intrecci né nodi né brusche deviazioni. A rispondere, dall’altro lato, senza cesura alcuna, come graduale metamorfosi, fogli accanto ad altri fogli, una calligrafia ordinata, un raccoglitore di carte. Un’agenda piccola, da viaggio, in braccio a una più grande, stanziale. E appunti, disordinati quel tanto che basta perché emerga la differenza tra loro e il quaderno di bella copia che li raccoglie. Le vecchie edizioni di libri sull’adolescenza, senza rispetto della partizione, a farsi testimone, passaggio. Scotch, graffette, penne nel portapenne e un cd che pare una bobina. Un contenitore rigido che si finge astuccio e astuccio non è, a mostrare il contenuto come una fotografia a favore di sguardo. E un timbro. Gli occhiali con la montatura spessa, d’un colore tra il miele e l’ambra. Ed altri, a lato, nel raccoglitore: un paio con lenti più scure, probabilmente graduati allo stesso modo; e un altro modello ancora, più...

Tavoli | Patrizia Valduga

Il passato è geometrico, dice il tavolo di Patrizia Valduga. Ha ammaccature, bordi consumati, libri che si aprono e non si chiudono mai, fogli dalle estremità smozzicate, blackout. Laggiù, la corrente se ne va e non torna per ore, la musica si interrompe, le matite si perdono, le gomme da cancellare ingrigiscono, le lampade si spengono all’improvviso. Eppure, quando la luce colpisce il tavolo, la perfezione geometrica del passato appare intatta. Il legno della sedia non rivela nessuna screpolatura, a un libro chiuso corrisponde un libro aperto, le distanze tra i Lari sono perfettamente simmetriche, i fogli in uso sono a debita distanza dalle Vere Presenze, il Mac è un totem, e anche l’incongrua apparizione di due pesi da un chilo in posizione opposta rispetto a Flaubert non suggerisce una trasgressione dell’ordine. Anzi, in un suo modo misterioso sembra confermarlo, come se tutti gli oggetti presenti sul tavolo finissero per parlare in fondo un’unica lingua simbolica. Il tavolo compenetra i tempi, fa dialogare presente e passato, convoca la tradizione finché, con assoluta naturalezza, possa diventare parte integrante del...

Antoine D’Agata

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     ANTOINE D’AGATA, ANTICORPS, 2013   Le Bal, Paris  

Tavoli | Alberto Arbasino

Il posto di lavoro, che dall’alto appare come un angolo ben protetto, è consumato proprio dove si lavora: l’uso ha rimosso la coloritura del tavolo e per sfregamento riaffiora la natura del legno. La luce arriva dalle spalle, da sinistra, quasi chiudendo l’angolo delle due pareti. Sempre alle spalle, dietro la sedia dal cuscino a lungo usato, un paio di pile di libri appena ricevuti o consultati o sgombrati dal tavolo. A destra il telefono fax fotocopiatrice. Un posto efficiente, con spazi per la consultazione e la revisione e, già a portata di mano, piccoli archivi di momentanea consultazione. Lo strumento di scrittura, sotto la lampada opposta in diagonale alla finestra, è una macchina per scrivere a nastro. Di conseguenza si immaginano rinchiusi in un cassetto adiacente, o sono lì nel portapenne accanto all’orologio, le forbici la colla il nastro adesivo. Da qualche parte a portata di mano si indovinano nastri di riserva, forse anche la carta carbone. Gli occhiali sono pronti all’uso. L’elettronica non sarebbe che la metafora di questa realtà, niente altro che l’illusione di questo alto artigianato,...

Tavoli | Denis Santachiara

Nell’immaginario del design contemporaneo Denis Santachiara è sinonimo di luci al neon, fosforescenze, sfere giocose dai colori carichi. E invece, il suo spazio di lavoro è il più vuoto possibile. Bianca la sedia, bianca la scrivania, bianco il Mac. Bianca anche la luce che arriva da fuori, dal cielo di Milano. Compaiono tra il bianco un telefono fisso, uno smartphone ed un modem. Quello che vediamo non è un tavolo, ma un’interfaccia che permette di convogliare nello stesso luogo la tensione da due direzioni solo apparentemente antitetiche. È un ponte verso il fuori, che permette di trovare all’esterno tutto quello che non sta sulla scrivania, che non potrebbe mai starci. Ed è un varco verso lo spazio intimo del progetto non ancora realizzato, che cresce flessibile tra le linee rigorose del file. L’oggetto che prende forma sullo schermo non è definitivo. Si materializzerà come prototipo a pochi passi dalla scrivania grazie ad una stampante tridimensionale per essere studiato, migliorato e forse – forse – mandato in produzione. Compaiono solo due concessioni a questa organizzazione...

Tavoli | Claudio Magris

Più che un tavolo, un mare. Lo sparso ordine delle cose sembra seguire il flusso di onde continue. Non c’è disordine, piuttosto uno sciabordare che supera i confini del tavolo mischiandosi con una cassettiera e sfumando i confini con il pavimento fino al cassetto spalancato colmo di carte e appunti. Una medusa tendente al verde con in corpo un CD lambisce un’agenda e qualche cartolina, mentre una musicassetta e una videocassetta riaffiorano da un passato lontano, da abissi di un archivio imprevedibile. Tre pinzatrici, o piuttosto pesci martello, nuotano compatte vicino allo scoglio di un barattolo Illy nel cui coperchio guizzano graffette come gustosi pesciolini. E poi forbici e francobolli, carte e penne, una scrittura continua dello spazio che si sovrappone su più piani in una confusione obbligatoria, ma chiarissima, perché non c’è scampo e altre strade non sono possibili. I portapenne, come una barriera corallina, limitano il frusciare di carta oltre il quale le pile si fanno precise. Si stagliano sull’angolo estremo due schedari la cui fine dichiarata è ferma alla Q. Oltre, il pavimento, e una lampada che...

Tavoli | Marcello Maloberti

Due computer. La stampante. Due hard disk. Qualche CD. Un’agenda, buste trasparenti, penne, matite, cavi, un metro flessibile, fogli e bigliettini stampati. Libri. Una lastra di truciolato grezzo, di quello giallo in cui si cola il cemento armato. L’inventario è anonimo, elusivo, generico. E non può che essere così. Messi da parte gli strumenti tradizionali, il sottinteso demiurgico, l’atmosfera, l’odore e il finto esoterismo d’atelier, l’artista concentra oggi il suo laboratorio in poche cose essenziali.   Più che fare infatti, Marcello Maloberti inventa, elabora, connette, ricompone memorie, tesse relazioni, esplora archivi, colleziona immagini, di quando in quando fissa su un pezzo di carta un’idea, appunta uno schema. “Fare”, nel suo caso, equivale a veder fare: Maloberti progetta performance, inventa ambienti e dispositivi, situazioni animate da performer che si muovono in strani paesaggi, provvisori e inafferrabili, dove si mescolano agli spettatori, così che alla fine non si sa mai veramente dov’è l’opera, se nei gesti, nella musica, negli oggetti, nella...

Todd Hido

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     TODD HIDO la galerie particulière Paris

Tavoli | Gabriella Giandelli

Il tavolo di Gabriella assomiglia un po’ a un suo disegno: molti colori, un’armonia delicata di fondo, un ordine un po’ inconsueto con piccoli dettagli imprevisti qua e là, una bella luce. Qualcosa a cavallo tra il familiare e il leggermente perturbante. Le matite colorate sono organizzate in bicchieri e divise per aree di colore: c’è il bicchiere dei blu, quello dei rossi, quello dei celesti, dei bruni, dei verdi, dei grigi. Non me l’aspettavo, ma è ovvio. Da non disegnatore quale sono, per me le matite si trovano organizzate per colori solo nelle scatole: quando ne escono, si disperdono nel vasto mondo dell’uso… Ma qui c’è evidentemente una logica, un metodo non improvvisato. Le matite sono tutte perfettamente temperate (a destra, in basso, a fianco di un cellulare inaspettatamente arcaico, c’è l’atteso contenitore dei trucioli del temperino – intonato con il colore del libro a destra, e persino con le finestre dell’edificio sulla copertina del libro di Gabriella stessa, subito sotto), e lo sono perché evidentemente non devono farsi aspettare nel momento del...

Tavoli | Tullio Pericoli

La prima cosa che colpisce è l’ordine: la forbice, il tagliacarte, il cutter, allineati sulla destra, quasi a contenere la zona più caotica del tavolo, lì dove c’è stata, e presto ci sarà ancora l’azione; sopra la serie dei colori, più dietro la cortina dei contenitori, con le matite, a sinistra come a destra. Gli strumenti del lavoro – pennelli di varia dimensione, piccoli, sottili – lì davanti, in ordine sparso. Ma è soprattutto al centro, dove il nero si addensa compatto, una macchia dilatata d’acqua che tiene il posto dell’opera che è apparsa, tempo prima, o che deve ancora apparire. Il tavolo di lavoro per un pittore è un campo di forze che si contendono lo spazio, che fremono, per emergere, per farsi opera, là dove invece la calma meditativa di Tullio Pericoli agisce per disciplinare le energie già nella disposizione stessa degli strumenti. Un momento di pausa, di riflessione, così appare, tra un momento e l’altro del suo fare. E l’opera che verrà.    

Tavoli | Lea Vergine

Matita, gomma, Nazionali Esportazione senza filtro, pacchetto verde. Con questo lavora Lea Vergine. Col temperamatite affina il lapis, con le sigarette spunta la bella voce arrochita, che poi le serve per scrivere. Dopo aver composto, tagliato e incollato una bozza di testo, la corregge ancora dettandola. “Ho bisogno della fisicità dello scrivere, il gomito deve andare lì, ho bisogno della carta, qualunque essa sia, anche la più schifosa.” La scrittura come pratica che flette insieme corde e muscoli personali, allenati febbrilmente. Del resto, il titolo del suo libro sulla Body Art, uscito nel ’74, era Il corpo come linguaggio. Come souvenir, a parete, una foto di quell’anno dell’artista Urs Lüthi. Con dedica sentimentale: “Le cicatrici sul mio viso dalle ferite nel mio cuore. Per Lea”. Che ci scherza su, con la consueta sprezzatura: “Era fermato regolarmente dalla mia portinaia. Che in pugliese stretto mi diceva: C’è un maschio vestito da donna, ma davvero può salire?” Non sorprende che tra le eroine di Un altro tempo, la recente mostra su Bloomsbury, modernismo e dintorni...

Milan Kundera, Parigi, 1981

Era stato Dominique Fernandez a presentarmelo. Nel 1977. Impressionante, allegro, travolgente. Andai a trovarlo a Rennes, dove insegnava, per fargli un’intervista per L’europeo. Vera preparò una buonissima cena con un dolce, ricordo, coperto di semi di papavero. Avevo letto Lo scherzo eAmori ridicoli, che mi sembrarono e mi sembrano tra i libri moderni più straordinari che abbia letto. Tradotti in Italia non avevano suscitato nessuna eco. L’intervista rimase in attesa mesi. Quando ne sollecitavo la pubblicazione il responsabile delle pagine culturali dell’Europeo mi diceva che lui la proponeva, ma il direttore commentava invariabilmente: Kundéra, ma chi è sto Kundéra? Poi venne D’Agostino e il suo tormentone sull’Insostenibile leggerezza dell’essere in una trasmissione televisiva di Renzo Arbore. L’intervista uscì.   Milan si trasferì poi a Parigi e per qualche anno, sino al mio rientro in Italia, ci siamo visti almeno una volta la settimana. La sua conversazione era formidabile, libera, divertente, mai convenzionale, risentita. Una sera, arrivato a casa per una cena,...

Mengele’s Skull

Cosa legge una fotografa di professione, una che insegue in giro per il mondo architetture, oggetti, spazi, persone, quando legge un libro illustrato? Cosa vede con il suo obiettivo davanti agli occhi, quando guarda un libro del genere? La nuova rubrica di Giovanna Silva inaugura un nuovo modo di recensire i libri, leggendo e guardando, non solo parole ma anche immagini, immagini che sono parole: leggere, guardare, scattare.   Il libro recensito è Mengele’s Skull: The Advent of a Forensic Aesthetics, della casa editrice Sternberg Press.  

Graffiti

Cosa legge una fotografa di professione, una che insegue in giro per il mondo architetture, oggetti, spazi, persone, quando legge un libro illustrato? Cosa vede con il suo obiettivo davanti agli occhi, quando guarda un libro del genere? La nuova rubrica di Giovanna Silva inaugura un nuovo modo di recensire i libri, leggendo e guardando, non solo parole ma anche immagini, immagini che sono parole: leggere, guardare, scattare.   Il libro recensito è Graffiti, della casa editrice Reclam.  

Derelicta | Le macerie di un ospedale psichiatrico

Continua la collaborazione di doppiozero con Derelicta, progetto che esplora le zone di archeologia urbana ed industriale. Luoghi nascosti, dimenticati, sui quali da oggi possiamo lanciare uno sguardo tramite la fotografia.     Di recente sono tornato a visitare uno dei luoghi che potrei definire di prima esperienza. Alcuni anni fa, infatti, muovevo i primi passi nella realtà dei luoghi di abbandono, e fu allora che entrai per la prima volta nel manicomio di Limbiate Mombello. Porte e finestre spalancate iniziavano a renderlo un dominio di curiosi, o di coloro che vi cercavano un riparo notturno.   I numerosi padiglioni furono costruiti all’interno di un parco nel quale si trova anche Villa Pusterla-Crivelli, nota per aver ospitato Napoleone, ma anche per esser stata, circa un secolo dopo, il nucleo originario della struttura destinata ai malati. Sotto la direzione di Giuseppe Antonini, il direttore da cui il complesso ha preso il nome, i ricoverati erano già alcune migliaia nei primi decenni del Novecento. Si riteneva che attività quotidiane avrebbero giovato al recupero dei malati, e il luogo fu considerato anche una...