Dire e ascoltare la perdita

21 Aprile 2026

Vorrei dire subito che il titolo di questo libro di Nicola Gardini Eco in una casa vuota (Aboca 2025) non mi sembra appropriato, mentre il sottotitolo Dire e ascoltare il dolore sarebbe la giusta definizione del suo contenuto. Forse si potrebbe chiamare “per una semiotica del dolore” cioè una ricerca delle definizioni di dolore che vengono dalla medicina e dalla letteratura negli anni. La ricerca è molto profonda ed è tutta vissuta in prima persona, perché il racconto parte dall’esperienza personale della perdita del caro amato per una patologia rara e che ha causato in lui punte di dolore quasi insopportabili. Quindi è il punto di vista del compagno di una vita che il narratore prima tenta di negare, poi cerca di capire, e infine assume su di sé una parte del dolore dell'amato, fino alla fine. Nei vari capitoli tra metafore e ricerca, citazioni e vissuto, storie e letture profonde, si legge una vicenda, nell’intento di capire come si può definire il dolore. Il libro, non a caso, è dedicato alla dottoressa Cecilia, che, alla fine di un lungo e penoso percorso clinico, si assume la responsabilità di applicare le buone cure del palliativista, così diverse dall'approccio clinico-diagnostico tradizionale. Alla fine della vita dell'amato compagno finalmente si riesce a sistemare il dolore forte e quotidiano in una visione più ampia, certamente anche con l'aiuto dei farmaci, ma soprattutto con la giusta collocazione del sintomo nella vita come ancora rimane ancora e che deve necessariamente essere vissuta al meglio.

Il dolore spesso viene negato, soprattutto da chi non lo prova, perché non appartiene, come dice l'autore al “dominio del giusto, non dovrebbe toccarlo, non dovrebbe esistere” Se non c'è non ci deve nemmeno essere un linguaggio che lo rappresenti; Gardini scrive: "il dolore è inferno, il dolore è maledizione, il dolore è persecuzione, il dolore è veleno, il dolore è coltello, il dolore è trapano, il dolore è ferita, il dolore è morsa, il dolore è incendio, il dolore è castigo, il dolore è calvario e così via”, di immagine in immagine, di trasposizione in trasposizione. La medicina stessa non ha ancora trovato un vocabolo proprio del dolore, se non quello generico, spersonalizzante delle graduatorie numeriche e degli aggettivi attributivi: cronico, acuto, intermittente eccetera. Tenta di farne una condizione quantificabile e assoluta. Da pochi anni è in uso una scala del dolore che viene compilata da un operatore che funge da osservatore esterno e raccoglie la risposta alla domanda che fa in quel momento al paziente. Quantificare il dolore, dice l'autore, “è un'operazione estremamente superficiale ed incompleta”. Il dolore è una condizione individuale e non è un semplice messaggio fisiologico, combina elementi biografici e culturali di non sempre facile comprensione con circostanze variabili, perfino in assenza di un effettivo danno materiale. Però è sempre origine di una sofferenza cioè di una trasformazione profonda della persona che attraversa una successione di percezioni ed espressioni. Spesso dolore e sofferenza vengono confusi nel linguaggio corrente: la sofferenza nasce dal dolore ma non si identifica con il dolore. La sofferenza del doloroso è malinconia, confusione, ricerca di un senso, paura, rimpianto, desiderio di morire. Il dolore è istantaneo, può anche permanere, ma la sofferenza dura, si diffonde e vuole tutta l'anima e prendendosi l'anima si prende il senso della vita. Per questo i farmaci che servono a disattivare i percorsi neurologici del dolore funzionano solo parzialmente portando sollievo a volte tipo placebo o, come nel caso degli oppioidi più diffusi, arrecando danni fisici e psicologici di cui spesso non si arriva a misurare l'entità per la sopravvenuta morte della persona. Negli Stati Uniti è ormai molto diffusa una sindrome da dipendenza da farmaci usati per alleviare il dolore e, nell'apparente indifferenza della mitica e potente FDA (Food and Drug Administration) che tutto vaglia e tutto censura, ha creato una sindrome cronica diffusa di dipendenza da simil-oppioidi difficile da trattare. La medicina da sola non saprà mai affrontare con sufficiente responsabilità e con efficacia il problema del dolore, dice l’autore; occorrono nuove conoscenze, occorrono diagnosi esatte e farmaci giusti, ma occorre anche una lingua del dolore. Dare una lingua al dolore significa rendere il dolore di uno un fatto di tutti; allora bisogna ricorrere alla letteratura e in questa ricerca storica chiediamo aiuto a Dante o a Proust; ma la letteratura è impegno interpretativo e quindi anzitutto ascolto e sguardo. Tutti facciamo letteratura quando ci mettiamo ad ascoltare e a guardare e non c'è ascolto o sguardo che non sia capace di rivelare qualcosa di nuovo e di essenziale. Le parole verranno, se verranno, scrive Gardini. Solo la burocrazia può avere la pretesa di avere una lingua fatta e finita pronta per l'uso e credersi al di sopra di qualunque tentativo.

Rita Charon tutto questo l'aveva capito da molto tempo, quando chiede di usare gli strumenti che lei ha messo a punto nel percorso formativo di un medico; strumenti quali il Close reading e i prompt, cioè la scrittura breve immediata che ne può conseguire, dopo una condivisione in gruppo. La Charon insegna che si può fare letteratura in molti modi e che questo tipo di letteratura entra a piedi pari nel rapporto medico-paziente, anzi crea inter-soggettività. Nel caso del dolore riesci a portare l'altro nello spazio del mio, creando una specie di comunità e facendo del dolore un evento inter-soggettivo. Forse non è facile da capire ma noi, partecipando al dolore altrui, abbiamo un ruolo fondamentale, perché il solo strumento che possa registrare la presenza dell'intensità del dolore è il testimone umano.

In una vasta panoramica che spazia tra cinema e letteratura, tra autori recenti e classici, tra greci e latini Gardini ci fa viaggiare alla ricerca di tutto ciò che può aiutarci a rappresentare e capire il dolore. Sono stati fatti tanti tentativi da parte dei malati, dei medici e degli infermieri, degli amici e dei familiari, anche quelli che rappresentano la libera espressione di scrittori e di pittori. Sono tutti tentativi, perché il dolore non è un oggetto che si possa indicare. Non si vede né a occhio nudo né con gli strumenti della diagnostica per immagini, né si coglie con un'analisi del sangue. Dunque non c'è un dolore oggettivo, ma c'è il mio dolore, c'è il tuo dolore, c'è il suo dolore e noi siamo sempre gli stessi in ogni momento della storia: abbiamo abitudini, passati diversi, istruzioni, genitori diversi oltre ad avere corpi diversi e proprio per questo il dolore costituisce una delle sfide linguistiche più complesse che individui e società si ritrovano ad affrontare. Bisognerebbe trovare un metodo per fare questo tipo di analisi, ma anche questo potrebbe essere solo soggettivo, perché nasce dall'intreccio che vita, letteratura, pittura e altre arti grafiche hanno creato nel cuore di una persona. L'autore cita ripetutamente l’Ivan Illic di Tolstoj perché è un paradigma studiato e ristudiato nel percorso di formazione di medicina narrativa.  Il viaggio letterario raggiunge anche autori quasi contemporanei come Giuseppe Ungaretti che scrive” il mio supplizio è quando non mi credo in armonia.” Dunque la salute è amore per la vita anche quando per amare e per vivere non si hanno più le energie. L'autore dice questo perché vivere accanto a Nicolas gli ha insegnato un modo di rapportarsi col dolore: lui non parlava, non si lamentava in alcun modo, il che aveva dello stupefacente, data l'intensità della sua pena; si sarebbe detto che avesse perduto l'uso della parola per sempre e che questo a lui in fondo non importasse nulla, perché l'oggetto che contemplava sembrava più importante di tutte le parole del mondo: guardava fisso davanti a sé, guardava il vuoto, guardava l'aria, guardava la morte che si stava avvicinando? Però, molto avanti nella malattia, grazie anche all'intervento della dottoressa palliativista, Nicholas riscopre il desiderio di vivere e di usare bene gli ultimi giorni che gli erano stati concessi. I due partono per un viaggio anche se sanno che potrebbe essere l'ultimo e che sarà pieno di difficoltà. Questa è la cosa straordinaria di un buon intervento di medicina palliativa: ti fa vedere quello che ti rimane e ti fa venire voglia di usare bene il poco tempo che ti è rimasto: per me questo è assolutamente senza prezzo.

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Nei rapporti umani, soprattutto quelli più profondi, la condivisione del dolore può essere complicata. Il problema è che non si può accettare che l'altro stia male né si può vivere quello che l'altro sta vivendo però il testimone deve dar voce al dolore dell'altro. Ma non ci riesce, non subito almeno, sia perché egli non prova quel dolore, quindi non sa cosa sia, sia perché non vuole che l'altro lo provi. Nei tanti modi che l'autore ha sperimentato per tradurre in parole, in scrittura il dolore dell'amato sempre ha chiesto aiuto a chi aveva rappresentato il dolore in passato. La sua conclusione è che il modo in cui ognuno di noi finisce per esprimere, per vivere il dolore, ha origine in un sistema di rapporti che è innanzitutto la famiglia in cui siamo cresciuti e diventa una economia che amministra affetti e personalità, creando contrapposizioni e proiezioni identitarie. Chi ha dolore o dice di avere dolore si considera legittimato a ricevere attenzione e rispetto. Del dolore, fuori dagli ambiti medici ed accademici, si parla troppo poco benché il dolore costituisca una delle condizioni più comuni della vita umana, a qualunque età, in qualunque punto del pianeta, in qualunque epoca. Gli scrittori hanno il dovere di migliorare la definizione del dolore rendendolo più manifesto e più familiare attraverso il linguaggio; è sbagliato pensare che il dolore riguardi solo la sfera privata, perché insieme all'amore, la morte, il sesso va studiato, definito, capito, descritto e interpretato. Occorre quindi, dice l'autore, una lingua nuova per esprimerlo e questa lingua c'è già ed è la letteratura. I testi dei maestri, cosiddetti classici, valgono da paradigma. Sono espressioni di una sensibilità più alta e al tempo stesso incitano coloro che non scrivono a sviluppare la loro forma di scrittura. Il medico ricava informazioni dall’osservazione del paziente e sulla base di queste informazioni si dispone a interpretare il suo compito e a stabilire quali informazioni debba trattare come sintomi, cioè come ombre o come riflesso della situazione del paziente, che però potrebbe non rivelare abbastanza o addirittura nulla. La ricerca della verità oggettiva anche in medicina può essere fuorviante: a volte si riscontra un male che c'era ma non era quello denunciato. Il dolore fisico non si oppone soltanto al linguaggio ma si impegna a distruggerlo causando un'immediata regressione ad uno stato anteriore di linguaggio, ai suoni e alle grida che un essere umano fa prima di apprendere il linguaggio, per cui il dolore di norma è il nemico della capacità di descrivere. Ricordo una vecchia zia a cui ero particolarmente affezionato che, alle mie domande per definire meglio i sintomi che cercava di riportarmi, diceva sempre la stessa frase "non lo so, ma credevo di morire!”. Chi prova dolore spesso si scontra col Sistema Sanitario Nazionale, perché è costretto a trascorrere molte ore in un Pronto Soccorso, spesso su una barella o su una sedia, in attesa che qualcheduno se ne faccia carico, dopo essere stato etichettato secondo una graduatoria delle urgenze.

Tra le tante citazioni ben analizzate da Gardini primeggia il Filottete di Sofocle, dove il coro dei marinai esprime le debolezze umane. Un viaggio tra Leopardi e Manzoni che riporta sempre alle sofferenze di Nicholas e sempre la domanda che Gardini si fa è :“ma com'è che alcuni sopportano o sembrano sopportare il dolore senza subirlo? perché ci riescono più di altri? da dove prendono la capacità di non lamentarsi o addirittura di far finta di niente?”

Probabilmente parte della risposta sta in alcuni scritti di Nietzsche che dichiara che, mentre la mente è occupata, il male sicuramente diminuisce e la sofferenza è meno intensa, perché i desideri di bellezza e felicità possono ridurre lo strazio. La musica, la lettura, i viaggi servono a confondere il sistema nervoso umano legato alla trasmissione del dolore, anche se non riescono a interrompere la sofferenza. Conoscere la forma del proprio dolore è conoscere più approfonditamente la propria storia e conoscere la forma dell'altrui dolore è conoscere la verità dell'altra persona. Anche attraverso l’arte l'autore, con una strana metodologia personale di trasferire in pittura alcune fotografie che aveva scattato, cerca ricordare momenti che non ci saranno più. Queste immagini riprodotte nel libro servono a lui non soltanto per onorare la memoria di Nicholas, ma per raggiungere l'amato ovunque esso sia, dopo che il corpo e lo spirito lo hanno abbandonato. Così si capisce che la storia del narratore non è semplicemente un resoconto, una illustrazione oggettivante, ma è un rivivere, un soffrire.

L'autore cerca di riempire di immagini e di parole il vuoto e cerca di non tenere tutto dentro di sé. Nella ricerca di ciò che può eliminare o ridurre il dolore chiede di nuovo aiuto ai grandi della letteratura. Cicerone sostiene che il dolore diventa tollerabile solo quando accade nella vita di un individuo che fa della sua vita un'educazione continua. Senza un'educazione del proprio sé, senza una forte coscienza di sé, si può solo essere schiacciati dal dolore, cedere allo sgomento, alla disperazione e alla rabbia. Il vocabolo latino che indica la partecipazione alla sofferenza degli altri è “compassio,” un vocabolo diventato prettamente cristiano. Ha un riferimento greco nella parola “empatia” cioè la capacità di entrare nei pensieri e nei sentimenti di un'altra persona. La Divina Commedia in fondo, non è che una grandiosa impresa empatica: il pellegrino entra in rapporto con gli altri, dannati o no, e, comprendendoli, non solo porta loro sollievo, ma eleva se stesso e diventa un uomo migliore.

In conclusione, se uno sta male, soffriamo tutti, che lo vogliamo o no, che siamo o no disposti ad ammetterlo o indotti a correre in aiuto e nessuno può essere indifferente al dolore degli altri, se appena se ne accorge; questo libro, dichiara l'autore, ha lo scopo di dimostrare che deve esistere la dimensione pubblica e collettiva del dolore, cioè la dimensione sociale della sofferenza individuale.

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