Dress code 23. Il potere delle scarpe
Il piede è il punto più basso del corpo, ma raramente è neutro, poiché nella sua copertura si deposita una grammatica dell’aggressione, del controllo e dell’appartenenza. Perché il passo della politica globale non è aggraziato, ma calciante.
Calzatura ha la sua origine nel termine latino calx (calcis), "calcagno", per via della parte del corpo ricoperta. Da qui si apre una costellazione di modi di dire con calcagno come protagonista: “aver la testa nei calcagni” rimanda alla mancanza di giudizio; “azzannare le calcagna” indica un’aggressione a tradimento, senza onore perché improvvisa e non annunciata. Quando si mostrano le calcagna, invece, si mette in atto una fuga, mentre “parlare coi calcagni” equivale a sragionare. Infine, il più comune “stare alla calcagna”, il cui senso figurato è un tallonamento che limita la libertà. L’alone semantico comune a questi modi di dire, connessi all’etimo di calzatura, riguarda l’aggressività e il controllo, spesso immotivati e dissennati. E qui ci connettiamo all’atto del camminare come calpestamento del suolo, che, se inserito nella famiglia di parole derivata da calcis, richiama una tecnica di attacco ben precisa, ovvero il calcio.
In effetti, gli antichi Egiziani usavano calzature sulla cui suola era dipinta l'effigie del nemico prigioniero per, letteralmente, “calcarlo sotto i piedi”. La storia è disseminata di sovrani che legiferano sulle scarpe, come accade per le poulaine, scarpe a punta ideate a Cracovia, di foggia orientaleggiante, in voga tra la nobiltà europea tra il XIV e XV secolo. Seppur unisex, per ironia della moda la punta doveva essere più lunga per i modelli maschili, quale ulteriore espressione del fallocentrismo occidentale. La lunghezza, però, doveva essere proporzionale allo status sociale, tanto che Filippo IV di Francia ed Edoardo III d’Inghilterra stabiliscono misure specifiche per nobiltà, borghesia e popolo, ovviamente con punte più lunghe per la prima e più corte per l’ultimo. Le poulaine resistono a fortune alterne, fino a essere soppresse da Carlo VIII, che non poteva indossarle per via della peculiare forma del suo piede. Durante la Rivoluzione francese, il ruolo legiferante dei monarchi è proseguito dai muscadins, che impongono scarpe a punta molto scollate o stivali con risvolti gialli, come segno distintivo del pensiero rivoluzionario. L’appartenenza ideologica va espressa in tutto il corpo, anche nel punto più basso della silhouette.
Insomma, ciò che riveste il piede reca in sé un tratto invariante legato alla ferocia e alla veemenza, un calco del comportamento sovranista globale e dell’atteggiamento belligerante dei “nuovi re” globali. Non è un caso che, proprio in questi giorni, il movimento “No Kings” si mobiliti a Roma, a Londra e in tutto il mondo.
Per chi avesse perso l’ultimo emblema del dress code da king, vale la pena ricordare che si tratta ancora una volta di una calzatura: le Oxford del brand Florsheim, in origine made in USA, oggi prodotte in India dopo aver intentato causa al governo federale per aver pagato 16 milioni di dollari di dazi ai tempi della produzione in Cina. Dal costo “modesto” di 145 dollari – con cui non si recuperano i dazi –, sono le preferite di Donald Trump, poi regalate d’ufficio a JD Vance, Marco Rubio, Sean Duffy, Pete Hegseth e altri eletti.

Elemento “più basso” della divisa dell’armata MAGA, la scarpa è stata al centro di una peculiare gag da commedia degli equivoci. Partiamo da un presupposto: la regolazione formale della scarpa si esprime nella misura, nel numero, che coincide con la sua adeguatezza al corpo, con il piede. Qui si intrecciano capacità percettiva e delicatezza del sentire. Lo “Squid Game” a bassa ferocia messo in scena da Trump, ovvero il voler indovinare il numero di scarpe dei suoi protetti, si configura come l’opposto della ricettività e della facoltà di discernere. La mancanza di cura verso Rubio, costretto a indossare Oxford Florsheim di due numeri più grandi, lo trasforma in una figura quasi clownesca, destinata a inciampare per intrattenere il pubblico, senza averlo scelto deliberatamente. La “cattiva scelta” trova poi una pubblica apologia nelle parole di Vance, che racconta come Trump, disgustato dalle loro scarpe, abbia deciso di “rimediare” ordinando quattro paia a testa dei suoi modelli preferiti. Il gesto viene reinterpretato come correzione necessaria: persone importanti devono apparire all’altezza del loro ruolo. Inoltre, sempre per restare in tema fallocentrico, sembra che Vance sposi la tesi, insieme a Trump, dell’equivalenza tra numero di scarpa e valore della persona. Poveri 37!
L’oggetto scarpa assume così una duplice valorizzazione sensibile: da un lato la tattilità della calzata, la percezione plantare del contatto tra corpo e suolo, che struttura la postura nello stare al mondo; dall’altro le qualità visibili – linee, ornamenti, colori, texture, riconoscibilità – che veicolano l’impronta identitaria. Come osserva Francesco Marsciani nel saggio “L'acquisto della calzatura: osservazioni etnosemiotiche” (in Tracciati di etnosemiotica, FrancoAngeli 2007), la scarpa può essere vista da due punti di vista: da quello soggettivo esprime bisogni anche fisici, gusti e disponibilità; mentre nel versante pubblico manifesta le scelte, le ambizioni di appartenenza, l’immagine di sé che si vuole veicolare e i modelli sociali e culturali a cui ci si ispira. Le scarpe non sono quindi solo un indizio di gusti e valori estetici personali, ma segnalano anche l’idea di vita che si intende adottare o conseguire, il senso che si desidera dare alla propria partecipazione alla vita sociale.
La calzatura si colloca nella persona come elemento del total look e snodo tra interno ed esterno in quanto oggetto a sé stante, autonomo ma centrale nell’economia della visibilità dell’immagine pubblica. Certo, una scarpa non si limita all’apparire, deve adeguarsi alle esigenze individuali, che cambiano a seconda delle occasioni d’uso: praticità, funzionalità, gusto estetico, necessità posturali, investimenti emotivi, appartenenza culturale. Per questa ragione esistono scarpe da ginnastica, da trekking, da neve, da barca, da ballo, da sera, sportive, eleganti, tecniche, ortopediche, e così via.
Nello spazio urbano, però, si osserva sempre più spesso la diffusione di modelli outdoor, che producono un effetto straniante perché li collochiamo idealmente in montagna, o sul cammino di Santiago, e invece attraversano metro e marciapiedi in attesa di performare nelle asperità della giungla urbana. L’urban outdoor traccia così un confine trasversale alle generazioni che delinea le forme di vita di appartenenza: stivaletti e Converse All Star segnalano un urban rebel con accenti musicali; i mocassini oscillano tra estetica preppy e vintage; Vans da (non) skater, Nike e Adidas, si distribuiscono tra disinteresse per la moda, gusto massificato, consumo di massa radical chic, fino all’acme raggiunta dalle sostenibili Veja. Le sneakers si oppongono alle dark-punk Dr. Martens, con zeppa o senza, alle ex bannate, ex radical, ora patrimonio di chiunque, Birkenstock. Se guardiamo alla musica contemporanea, ogni brand e ogni modello occupano uno spazio preciso: Mac Miller in “Nikes on My Feet” (2010) racconta le sneakers come parte del proprio percorso identitario; Run DMC con “My Adidas” (1986) le considera alleate nella conquista del successo; nella trap, i brand vengono continuamente “droppati” come segni di affermazione sociale. Allo stesso modo, Paolo Nutini in “New Shoes” (2006) suggerisce che un paio di scarpe nuove possa rimettere tutto in ordine, inaugurando un nuovo passo nel mondo.

La scarpa attiva il processo di incorporazione degli spazi, degli ambienti in cui ci muoviamo, o in cui vorremmo spostarci con stile, supporto e conforto. Come ricorda Marsciani, la scarpa attiva una serie di passioni: può essere un oggetto feticcio, eroticizzato, aprire malinconici scenari narrativi quando incontrata abbandonata sul selciato, oppure strumento di umiliazione quando diventa “scarpa chiodata del potere”. Negli Stati Uniti trumpiani, questa si traduce in suola di cuoio e tomaia lucida.
La scarpa è il luogo in cui si investe l’economia personale dell’ideologia, organo se rivolta verso l’interno – per etimo tasca, involucro – oggetto di moda e appartenenza, se vista dall’esterno.
Una vetrina di marzo 2026 della Rinascente di Piazza Fiume a Roma mi sembra condensare questa dinamica: sfondo neutro, due parallelepipedi bianchi con sopra i due modelli di scarpe che sembrano dividere le tendenze dell’apparire nella capitale. Da un lato Autry bianche, sneakers vintage, ancora una volta di origine americana, del Texas, rilanciate da un’azienda veneta; dall’altro gli stivaletti “pull-on” Blundstone, di matrice australiana. Entrambe si comunicano come calzature senza tempo, in grado di coniugare comodità, robustezza, qualità e adattabilità a ogni occasione d’uso. Lo stesso vale per Florsheim, sul cui sito si legge che nessun uomo – e sottolineo UOMO – deve sacrificare comfort e protezione, in nome dello stile.
La garanzia sta nella solita solfa del mantenimento di tradizione, continuità, stabilità. Non guasta ricordare con Juri Lotman che la cristallizzazione dello status quo è uno dei rischi maggiori per l’evoluzione culturale. Le scarpe servono per camminare, non per occupare una posizione. E Trump, con ogni probabilità, non ha mai davvero provato a indossare i panni altrui, senza scendere a conclusioni affrettate, provando a muoversi nel mondo con un atteggiamento empatico, diversamente da quanto cantato dai Depeche Mode in “Walking in my shoes” (1993).
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