Lucio Besana e l'horror italiano

4 Agosto 2026

In un paese normale l’uscita di un nuovo romanzo di Lucio Besana sarebbe un evento. Vale a dire: in un paese con un rapporto sano, maturo e meno disfunzionale con la narrativa di genere. È significativo, in realtà, che la prima vera prova di Besana con la narrativa di lungo respiro (e non con la forma breve, di cui ha dato eccellente prova in Storie della serie cremisi, 2021, e Ombre dei vivi e dei morti, 2023; mentre il romanzo L’innocenza del buio, 2023, era stato firmato a quattro mani con Giovanni De Feo) esca meno di un mese dopo il singolare articolo in cui Mauro Covacich, sulle pagine di uno dei più importanti quotidiani italiani, ha dedicato due pagine alla fantascienza precisando in apertura che il genere non gli piace e, comunque, nel dubbio preferisce non leggerlo. Se del pezzo in sé c’è poco da dire, vale almeno la pena di notare come sia sintomatico di un intero modo di intendere le letterature di genere in Italia: come qualcosa di ampiamente secondario, immeritevole di attenzione critica, che può essere svilito e liquidato senza nemmeno prendersi la briga di informarsi. Di questo tipo di letterature Besana, come autore, sceneggiatore e collaboratore editoriale (principalmente per Edizioni Hypnos e Zona 42), è un appassionato paladino, e con La stanza bianca firma qualcosa che finora mancava al panorama letterario italiano: un romanzo weird convincente, profondo, e di ampie ambizioni.

La trama, in due parole, per rendere conto della materia: La stanza bianca copre gli eventi che portano alla distruzione del piccolo paese padano di Bonello, vittima di quella che sembra essere prima un’infestazione spettrale e poi si rivela come un’infiltrazione da un’altra dimensione. Su quello che succede in queste pagine non si dirà di più, anzitutto per non rovinare l’esperienza di lettura, ma soprattutto perché non si renderebbe giustizia al testo. La stanza bianca è infatti un romanzo profondamente articolato, in cui si sovrappongono diversi piani di realtà e numerosi personaggi. Per cominciare, è un romanzo corale, pienamente coerente con il suo primo modello di riferimento, ossia quello che normalmente viene definito small town horror. Si respira l’atmosfera di certi romanzi di Stephen King o di Peter Straub, ma anche di una certa letteratura della provincia (Besana lo scrive nella nota finale: Le notti di Salem, sì, ma anche l’Antologia di Spoon River), nella lenta costruzione dell’orrore che coinvolge l’intera popolazione di piccole cittadine. Si avvertono però anche opere di ispirazione più cosmica, francamente lovecraftiana (Besana cita non a caso Paura nella città dei morti viventi di Lucio Fulci), e in effetti il romanzo non è solo una storia più o meno gotica di case infestate e di segreti di paese, ma semmai una che ruota intorno all’irruzione di qualcosa di talmente altro da risultare incomprensibile..

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Besana riesce nella non semplice operazione di far apparire Bonello non come una mera somma di individui, ma come un luogo reale, che respira di vita propria, come un organismo attraversato da ansie collettive che prendono manifestazioni molto concrete ed esplodono negli episodi soprannaturali. E tuttavia, per quanto infestata, Bonello non assume mai i connotati folkloristici di tante altre ghost town; non ci sono leggende kitsch o figure sopra le righe, ma appare come un luogo ordinario, tetro proprio nella sua familiarità e ordinarietà. Siamo un po’ nella Boffalora di Sclavi, certo, ma soprattutto siamo a Cortesforza, la cittadina-dormitorio dell’indimenticato squallore immobiliare di Giorgio Falco (L’ubicazione del bene); per fare riferimento ancora alla tradizione horror cinematografica italiana, siamo più dalle parti di Zeder, con la sua monolitica colonia estiva e i “terreni K” sparsi per il riminese, che di La casa dalle finestre che ridono. Nelle pagine migliori di La stanza bianca è il paese stesso che prende vita, che agisce e pensa come una singola entità plasmata dalla massa dei suoi abitanti:

Ma i bonellesi iniziarono la loro giornata come se non fosse diversa dalle altre. Persino se avessero saputo cosa stava per succedere sarebbe stato difficile per loro interpretare le anomalie come un segnale di allarme, perché si trattò di oscillazioni minime, quasi impercettibili. Come avrebbero potuto prevedere che verso le sette di sera di quel ventitré novembre la porta in fondo alla camera dove Edoardo e Matteo Fanelli avevano dormito da bambini si sarebbe aperta, come spinta da una mano invisibile? Come avrebbero potuto immaginare che oltre la soglia, invece dello sgabuzzino che era lì da sessant’anni, sarebbe comparso un corridoio bianco? E come avrebbero potuto riconoscere in questi fatti privi di senso le prime scosse della catastrofe che nel giro di una notte e di un giorno avrebbe cancellato dalla mappa il loro paese?

A loro memoria, sia detto almeno questo. (pp. 14-15)

Questo dato è notevole perché la narrativa speculativa italiana ha un rapporto complesso con la località nostrana (perlomeno da quando, negli anni Cinquanta, gli scrittori di fantascienza si firmavano con pseudonimi anglofoni e ambientavano le loro storie a San Diego invece che a Milano). Soprattutto l’horror e il weird hanno finito spesso per rifugiarsi o in un folk horror di maniera, che impone su paesaggi italiani modelli narrativi angloamericani (come fa, per esempio, Eraldo Baldini), o in un ruralismo anacronistico, non inefficace ma certamente meno in dialogo con i paesaggi del presente (operazione che invece compie Gerardo Spirito con il suo geniale impasto linguistico). Besana riesce invece a raccontare senza enfasi un luogo simile a quelli che conosciamo tutti, e proprio per questo decisamente più spaventoso.

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Allo stesso tempo, l’autore si inserisce in un filone crescente dell’horror contemporaneo, quello dedicato agli spazi liminali (anche se nella nota ci tiene a specificare che “La prima stesura risale a dieci anni fa, prima delle Backrooms, di Skinamarink e del fenomeno web degli spazi liminali”), ossia una rappresentazione orrorifica dei non-luoghi della modernità e degli spazi abbandonati dello sviluppo industriale. Il tesseratto che si impone su Bonello, deformandone gli spazi e facendone collassare le diverse temporalità (un gioco letterario sulle geometrie impossibili che viene evidentemente da Danielewski), di fatto si limita a riattivare la dimensione perturbante latente di un paese già di per sé liminale, come suggeriscono le righe di apertura:

Guarda. Qui, dove di solito non guarderesti. Tra la città e il fiume, due millimetri a sud della strada provinciale: un tempo queste rovine erano un paese chiamato Bonello. Due strade principali che si incrociavano all’altezza di una piazza, più qualche traversa di nessuna importanza: avresti potuto passarci accanto ogni giorno, più volte, senza accorgertene.

Avvicinati. Nel quartiere occidentale, in fondo a una strada senza uscita che chiamavano via della Corteana, c’è un campo di fango. Qui sorgeva casa Barri. In una schiera di sette villette identiche, era la quinta. (pp. 12-13)

Bonello è (o meglio, era) un luogo come tanti, indistinguibile, indifferente; la deformazione weird e la quarta dimensione che Besana vi imprime mettono da un lato in crisi spazialità e località note, dall’altro evidenziano l’assurdità antiumana di un intero modo di vivere, quello del tessuto urbano postindustriale. Non è un caso che la casa da cui si espande l’infestazione non sia una vecchia dimora avita o una villa decadente accanto al cimitero, ma una villetta a schiera in una sequenza di sette, identica a innumerevoli altre:

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Perché la casa non aveva nulla di strano: nelle fotografie appariva uguale alle altre sei. E bastava avvicinarsi, se si aveva tempo da perdere per farlo, per notare che anche le sproporzioni strutturali – già quasi impercettibili – non erano che un’illusione ottica: il tetto non era più alto; i pilastri del portico erano dritti sopra i gradini e non si incurvavano come barre di gomma; i gradini stessi non si gonfiavano, pulsando, come per un’infiltrazione; e le finestre non scorrevano di lato come se galleggiassero. Nessuno dava importanza a queste impressioni. La casa, come le sue gemelle, era un’aggiunta recente alla mappa di Bonello e recarvisi significava guidare fino ai margini del paese e imboccare una strada a fondo cieco dove nessuno aveva ragione di andare; un’attività per perditempo, e pochi a Bonello avevano quel privilegio. Chi viveva in via della Corteana rispondeva alle battute sui fantasmi dei Barri con altre battute; niente scongiuri, niente silenzi carichi di mistero. (pp. 12-13)

Il passo del racconto è rapido per gli standard dell'autore; nel romanzo succedono molte cose, e si susseguono più velocemente rispetto alla sua precedente produzione breve. Questo andamento, necessario alla tenuta della forma romanzesca, si apre tuttavia ripetutamente su ampie pause poetiche, su analessi e prolessi che contestualizzano il racconto. Besana si sofferma con cura tanto sugli sguardi d’insieme sul paese, quanto sulla storia personale dei protagonisti, sui loro traumi e sulle violenze subite. In questo senso, la dimensione cosmica e weird del racconto non è mai slegata da un profondo investimento sulla caratterizzazione dei personaggi – da sempre uno dei cronici punti deboli di questo tipo di scritture, che qui viene invece brillantemente superato.

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Se l’uscita di questo La stanza bianca, appena portato in libreria da Zona 42, dovrebbe essere considerata un evento, è perché Besana si conferma forse il più talentuoso della pattuglia di scrittori e scrittrici che oggi, in Italia, contribuisce a rinnovare e a internazionalizzare l’horror, il weird e la fantascienza. Questo rinnovamento si muove – ed è il dato più notevole – entro e non al di sopra dei confini dei generi letterari e delle loro comunità fisiche ed editoriali. Né Besana né i suoi diversi compagni di strada sono scrittori “mainstream” che operano pensose o giocose incursioni nei reami considerati bassi della letteratura, bensì figure che si muovono integralmente entro le coordinate, pure porose e mutevoli, del genere. Autori di storie di fantasmi come Francesco Corigliano, di folk horror come Luigi Musolino, di scritture del perturbante rurale come Gerardo Spirito, di racconti fantastici come Francesca Mattei, di fantasy come Maria Gaia Belli o di fantascienza come Nicoletta Vallorani contribuiscono a dare nuovo sangue a queste forme; e lo fanno non appropriandosene dall'esterno per cannibalizzarle, ma operando dall’interno dell’editoria di settore, in costante dialogo con la sua comunità.

Il grande paradosso attuale delle letterature speculative in Italia è che queste sono contemporaneamente (con l’ovvia eccezione del giallo e del crime) di genere ma non di massa. Il libro di Besana, così come quelli degli autori summenzionati, difficilmente raggiungerà il grande pubblico e avrà sicuramente meno lettori di tanta narrativa mainstream; ma a differenza di quest'ultima, spesso schiacciata su codici narrativi stantii, ripetitivi e ombelicali, le narrative speculative di oggi si qualificano come una vera avanguardia. Esse si sforzano, pur facendo propria la formularità dei generi d’elezione, di innovare profondamente un linguaggio e un immaginario. La stanza bianca fa esattamente questo, e lo fa sorretto da un’ambizione critica e letteraria rara nel nostro panorama.

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