Carlo Ginzburg e le anomalie affioranti

18 Giugno 2026

Alessandro Vanoli

Comincerò da una memoria personale. Lui probabilmente avrebbe fatto così. 
Un convegno di tanti anni fa a Bologna; ricordo a stento il titolo: erano anni in cui si ragionava spesso sull’immagine del nemico. E noi eravamo lì a parlarne dai punti di vista più disparati. Carlo Ginzburg assieme ad altri a trarre le conclusioni finali. Non so dire come fece la conversazione a scivolare su Walt Disney, ma ricordo l’ammirazione infinita che provai ascoltandolo ragionare con grande serietà della produzione del grande disegnatore Carl Barks, “l’uomo dei paperi”. E non era solo l’ingenuo entusiasmo di chi alle prime armi vede il maestro abbassarsi ad argomenti “profani”. Era la prima incerta constatazione del divertimento che si poteva trovare nel fare storia: seguendo qualsiasi traccia che fosse capace di fornire nuove domande.

È questo soprattutto che mi lega alla sua opera immensa. Il senso del divertimento, dello stupore, che mi è sempre sembrato di cogliere nei suoi testi e nelle sue ricerche. A cominciare da quella parola, microstoria, che oggi, nell’ora della sua scomparsa, sento chiaramente quanto sia ancora fraintesa o trattata con superficialità.

Mettiamo in ordine i dati più noti. Carlo Ginzburg era nato a Torino nel 1939. Figlio di Leone Ginzburg e di Natalia Ginzburg (tornerò su entrambi tra un istante). Studiò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove incontrò due figure di cui avrebbe ricordato sempre l’importanza: Delio Cantimori e Arsenio Frugoni. Dal primo colse l'attenzione per gli eretici, i dissidenti e i marginali. Da Frugoni l'idea che un dettaglio apparentemente insignificante potesse spalancare prospettive inattese. La sua tesi riguardò i benandanti friulani del Cinquecento: uno studio sugli uomini e le donne che nel Friuli del XVI secolo affermavano di combattere in sogno per garantire la fertilità dei campi. Era il 1966 e la novità non stava solo nel tema, ma anche e soprattutto nel metodo. Erano gli anni in cui gli archivi dell’Inquisizione diventavano per alcuni storici la porta privilegiata per entrare in un passato non più fatto di battaglie, sovrani o condottieri, ma di esclusi. Da lì viene Menocchio: il contadino Friulano protagonista dell’opera che nel 1976 lo rese celebre, Il formaggio e i vermi. La microstoria nasceva intorno a simili ricerche e riflessioni, oltre che nella collaborazione con altri amici e storici come Giovanni Levi. Ed è qui che bisogna evitare le facili interpretazioni. Il senso di quello che stavano facendo l’avrebbe spiegato lui stesso qualche anno dopo: «L’elemento di convergenza [degli studi di microstoria] è costituito dal rifiuto dell’etnocentrismo e della teleologia che caratterizzavano la storiografia che ci è stata trasmessa dal diciannovesimo secolo. L’affermazione di un’entità nazionale, l’avvento della borghesia, la missione civilizzatrice della razza bianca, lo sviluppo economico hanno fornito di volta in volta agli storici, a seconda del punto di vista e della scala d’osservazione adottati, un principio unificatore che era al tempo stesso di ordine concettuale e narrativo». (Microstoria: due o tre cose che so di lei, in Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce, Milano, Feltrinelli, 2006, p. 253). Questa affermazione era ripresa in parte dal grande storico della rivoluzione francese François Furet e trovava (o almeno io trovai) la sua soluzione nella pagina successiva, dove Ginzburg concludeva: «Che la conoscenza storica implichi la costruzione di serie documentarie è ovvio. Meno ovvio è l’atteggiamento che lo storico deve assumere nei confronti delle anomalie affioranti nella documentazione» (Microstoria, p. 254). C’erano almeno due cose fondamentali tra le conseguenze di questa affermazione. In primo luogo, il superamento della narrazione storica di matrice ottocentesca e dello storico narratore onnisciente che squaderna tutte le motivazioni recondite degli individui e dei gruppi sociali. In secondo luogo, la rilevanza metodologica di tali “anomalie affioranti”: perché microstoria non è concentrarsi sul piccolo (che sarebbe soltanto un’ovvietà), ma usare un dettaglio, magari marginale o anomalo, per gettare una luce differente e nuova su una serie documentaria più ampia.

Insomma non una storia di piccole cose (come mi è toccato leggere e sentire anche recentemente pure tra alcuni storici), ma una storia che attraverso le piccole cose riesce a cogliere sguardi nuovi o diversi sul passato. Non è cosa da poco. Anche per le ripercussioni che questo aveva sul piano stilistico.

Carlo era figlio di Natalia Ginzburg e il ricordo della madre scrittrice e del suo ambiente letterario ha attraversato la sua opera al pari di quello dei maestri. Spesso avrebbe ricordato quel mondo della sua giovinezza attraversato da figure come quella di Italo Calvino e Primo Levi. E mi pare evidente che tutto questo abbia lasciato un segno profondo anche nella sua scrittura. Poi venne l’indagine storica, ed essa finì mi pare per rafforzare quell’attenzione allo stile: in fondo lo storico segue tracce, indizi, contraddizioni; ricostruisce una realtà invisibile a partire da frammenti. E questa ricostruzione è necessariamente una narrazione. È talmente vero che il gioco può funzionare al contrario (uso volutamente una metafora ludica che una volta lui usò con me): si possono cogliere affascinanti indizi storici guardando con attenzione la scrittura e la sintassi (lui lo fece in un bellissimo articolo dedicato a uno spazio bianco lasciato da Flaubert nella sua Educazione sentimentale: Decifrare uno spazio bianco, in Carlo Ginzburg, Rapporti di forza, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 109-126). La storia ci arriva inevitabilmente attraverso una narrazione; e negli anni Ottanta e Novanta autori come Hayden White, portarono alle estreme conseguenze tutto questo affermando il carattere narrativo della storia e scontrandosi inevitabilmente con Ginzburg che continuò a sottolineare il ruolo dirimente della prova nella narrazione storica. Cioè la storia era sì racconto, ma era pur sempre un racconto vincolato dai documenti.

Ma era proprio qui, in questo sottile equilibrio metodologico che si collocava la sua grande originalità stilistica. I suoi libri e i suoi articoli non erano facili e non erano mai divulgativi (neppure a ben guardare Il formaggio e i vermi), ma si leggevano spesso come racconti. Nel senso preciso del possedere personaggi, scene, suspense, colpi di scena. Sorta di gialli intellettuali dove il lettore veniva continuamente riportato alle fonti, tra citazioni, dubbi, lacune, possibilità alternative. Credo di avere imparato da lui quel piacere retorico di non nascondere mai il laboratorio dello storico e, al contrario, di metterlo in scena.

Che poi, a pensarci bene, tutto questo non avrebbe avuto molto senso, se non fosse stato retto una riflessione generale sulla conoscenza. Come facciamo a sapere che qualcosa è vero? È la domanda che si poneva Marc Bloch nella Apologia della storia, ed è stata la domanda che ha echeggiato nell’opera di Ginzburg per una vita. Egli peraltro non ha mai nascosto il dialogo continuo non solo con l’opera di Marc Bloch, ma anche con quella di Arnaldo Momigliano, Aby Warburg e Sigmund Freud. E riflettere continuamente sulla conoscenza è stata una delle condizioni necessarie del senso profondamente politico che per lui ha avuto la storia.

Leone Ginzburg, suo padre era morto sotto tortura nel carcere di Regina Coeli nel 1944. E più tardi Carlo avrebbe più volte ricordato come la sua educazione fosse avvenuta in un ambiente in cui la ricerca della verità non era una questione accademica, ma morale e civile. E in fondo riflettere sulla conoscenza e cercare la verità sono cose facili a saldarsi.

E certo a ragionare per questa via si potrebbe dire che già la scelta stessa dei suoi oggetti di studio ebbe un significato politico: contadini, mugnai, visionari, eretici, condannati e marginali. Anche se pure in questo caso non si trattava di una banale celebrazione del popolo. Si trattava più che altro di dimostrare e investigare anche la loro storia intellettuale. Per quanto Ginzburg fosse storicamente vicino agli ambienti della sinistra e a tanto storiografia marxista di quegli anni, Menocchio non poteva essere spiegato semplicemente come espressione di una classe sociale. Era qualcosa di più complesso: era irriducibile a ogni facile schema. Ma questa sua attenzione all'irriducibilità dell'individuo aveva una forte valenza politica: era una critica implicita a tutte le letture che sacrificavano e sacrificano le persone concrete alle astrazioni.

Ma la questione profondamente politica stava in fondo in quella domanda iniziale: come facciamo a sapere che qualcosa è vero? Perché, se tutte le interpretazioni si equivalgono, come possiamo distinguere tra storia e propaganda? Come possiamo distinguere una ricerca storica dalla negazione di un genocidio? Il suo celebre "paradigma indiziario" non era soltanto una teoria della conoscenza. Era anche una difesa pubblica della possibilità di accertare fatti. Sarebbe tornato su tutto questo sino alla fine, sino al suo ultimo libro, Il vincolo della vergogna. Lo scrissi pochi mesi fa recensendolo: proprio attraverso quel suo richiamare e connettere indizi, Ginzburg, pagina dopo pagina, spiegava e fondava il suo antifascismo e il suo sguardo sul presente, ricordandoci che l’identità è un fascio di idee divergenti che trovano nell’individuo il punto di intersezione. E per questo, per comprendere le azioni e i pensieri di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra gli insiemi specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo appartiene. E quella vergogna citata nel titolo, che è la cifra con cui si può guardare solo al paese a cui si appartiene, poteva essere provata solo perché edificata sulla rete minuziosa e vastissima delle radici culturali che, volontariamente o involontariamente, dicono chi siamo.

Sono tempi sin troppo modesti per argomenti raffinati come i suoi e francamente faccio fatica a immaginare in che direzione possa andare ora la sua eredità. Lo pensavo già qualche mese fa dove mi capitava di ascoltare storici mediocri spiegarmi che in fondo Ginzburg continuava a citare gli stessi autori… come se il problema fosse lì; come se nell’accademia attuale, a parte qualche illuminato caso, il problema non fosse quello di una ricerca sempre più asfittica incapace di guardare al di là dei limiti concorsuali e dello stretto cortile diacronico e geografico imposto da un sistema che evidentemente non ama troppo l’erudizione.

A parte questo però so che saremo in tanti a fare del nostro meglio perché tutto quello che Carlo Ginzburg ha fatto trovi terreno e spazio per continuare a dare frutti. Come scrivevo questa mattina, anche i ricordi non sono elementi neutri per uno storico. Sono tracce, indizi, spazi imprevisti attraverso cui muovere la ricerca. Me l’ha insegnato lui. Così adesso proverò a mettere in fila i miei: quelli più privati, delle chiacchierate assieme di tanti anni fa; e quelli dei convegni e delle tante giornate bellissime passate dentro ai suoi libri.

Oggi sono triste e disorientato, ma so che tra un po’, in una crepa inaspettata di quelle tracce, lo ritroverò.

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Carlo Ginzburg © Derzsi Elekes Andor / Wikimedia Commons.

 

David Bidussa

Con Carlo Ginzburg perdiamo un tipo di storico caratterizzato da una profonda innovazione nella ricerca e insieme da una spiccata funzione pubblica e civile. Non sono stati molti a incarnarlo. Ne nomino due nella storiografia italiana del secondo dopoguerra che non solo hanno avuto una funzione non limitata al loro campo disciplinare ma hanno contribuito a fare della disciplina della storia anche un campo che scava nel presente, dopo aver individuato questioni profonde e di lunga durata nella storia tra prima modernità e contemporaneità, e al contempo sono stati voci e attori culturali nel loro tempo che hanno posto domande al pubblico più generale.

Il primo è Franco Venturi studioso dell’Età dell’Illuminismo e del mondo culturale dell‘Ottocento (c’è un prima e un dopo del suo Il populismo russo, come c’è un prima e un dopo di Settecento riformatore e, soprattutto del suo testo liminale Utopia e riforma nell’illuminismo).

Il secondo è Ruggiero Romano, che molti ricordano per aver costruito una storia d’Italia che ha formato due generazioni di italiani, ma che senza i suoi studi appassionati sull’America iberica, o le indagini di storia dell’economia come pratiche economiche (dall’usura al prestito, dall’economia naturale all’economia monetaria) noi saremmo ancora fermi a pensare una storia per date e non per atteggiamenti, per costruzione di consuetudini.

Carlo Ginzburg in un qualche modo era figlio di quella scuola, (senza peraltro dimenticare la funzione formativa che ha avuto la Scuola Normale Superiore e il magistero che su di lui ha esercitato Delio Cantimori negli anni pisani tra 1959 e 1964). Ma soprattutto era la continuazione di quella funzione che lo storico assume come intellettuale del e nel proprio tempo.

La fonte o l’ispirazione a cui guardare era sempre la prima generazione de “Les Annales”, ovvero Marc Bloch da una parte e Lucien Febvre dall’altra (nel caso di Ginzburg pesava anche la lettura e le riflessioni poste da Maurice Halbwachs). Era fondamentale l’impegno e la determinazione a uscire da un’idea di storia fondata sulla sequenza di date che producono “svolte” o sulle grandi figure, la storia si comprende se si va a indagare come vivono le persone, cosa provano, come costruiscono il loro scenario di sogno, di fuga dal presente. In una parola come traducono la “voglia e l’idea di riscatto”.

Quando negli anni ‘60 affronta la questione dei movimenti ereticali nell’alto Friuli, il tema che incontra riporta alle domande che stavano in quel momento nella storiografia economica e nella sociologia francese (Georges Friedmann, tanto per dire un nome per tutti) Soprattutto l’idea stava insieme al laboratorio avviato che alludeva alle domande che Bloch aveva riaperto con il suo Apologia della storia, che Febvre aveva posto con le sue indagini di geografia umana nel e sul Reno (due libri che pubblica rispettivamente nel 1922 e nel 1931 e che in Italia arriveranno nel 1980,il primo, e solo nel 1996 il secondo).

Studiare la geografia come storia di persone è anche un modo per domandarsi come si muovono quelle persone in un territorio, che incontri fanno, che parole riportano a casa (o che testi riportano, o cercano di comprare o di scambiare e portare a casa una volta andati alla fiera).

In breve una storia di persone che si muovono, parlano, si scambiamo idee, impressioni, immagini. E soprattutto che agiscono in conseguenza di ciò che si raccontano e credono di “vedere”/”capire”.

Una lezione e un’indagine che Georges Lefebvre aveva avviato nel 1930 con precisione a proposito del fenomeno delle folle nella storia a partire dalle folle rivoluzionarie nella Rivoluzione francese, ma anche indagando le folle nella strada quando escono dal lavoro e con fatica si avviano verso casa.

Il libro La guerra e le false notizie che Bloch aveva scritto nel 1921 non era appunto una storia di come nascono le bugie, ma su come si costruiscono le convinzioni, che percorsi seguono, quali parole usano, quali immagini evocano, quali solidarietà, amicizie, diffidenze determinano tra persone.

Tutte cose su cui poi Febvre aveva lavorato scavando sull’incredulità, sulle parole di Rabelais, ma anche sulla formazione dell’opinione, che non potevano essere ricostruiti limitandosi solo fermandosi agli eventi senza approfondire le idee e le convinzioni che giravano in Europa tra XV e XVII secolo.

Tutta la riflessione sul vero e sul falso su cui Carlo Ginzburg è tornato periodicamente a scrivere (talvolta con maggiore intensità proprio perché la scena della contemporaneità poneva l’urgenza di affrontare la storia del falso e la sua diffusione) non è mai stata una battaglia per dare la versione corretta della storia, ma per chiedersi come funzionavano la mente individuale e quella collettiva, come si costruisce la convinzione, che cosa vuol dire cogliere la formazione culturale e la costruzione delle opinioni diffuse. Rispetto ai morbi o alle epidemie, rispetto al complotto, o al presunto nemico interno (non sono tutte questioni forse che sono tornate nel nostro tempo nella primavera del 2020?). Una lotta che ha definito azioni, atteggiamenti, convinzioni nel lungo corso della storia del secondo millennio e che ha avuto momenti apicali su cui valeva la pena concentrare l’attenzione, ma sempre per capire dove eravamo noi in quel momento, quali problemi quella storia raccontava a ciò che eravamo e come pensavano, per le convinzioni che quella storia e quegli atteggiamenti testimoniavano.

Ma soprattutto un’indagine che ha consentito di tenere insieme e far dialogare presente/passato/presente che è stato uno dei nodi strutturali su cui ha lavorato Carlo Ginzburg con Adriano Prosperi per lungo tempo a Bologna negli anni ’70 e poi nel gruppo della “microstoria” con Edoardo Grendi e con Giovanni Levi, pur avendo ciascuno una propria idea e una propria immagine di ciò che ritenevano essere “microstoria”.

Il passato è lontano, ma non irraggiungibile. Compito di chi si occupa professionalmente di storia, è saper leggere tra le righe, soffermarsi su ciò che prima non era stato notato, fosse anche un'eccezione. La prima spinta all’indagine microstorica sta qui, ma non si risolve nel cercare l’inconsueto nel trasformare l’eccezione in un “caso” che coabita o che va confrontato con altri “casi”.

Dentro a tutta l’indagine sui percorsi e sulle esperienze di eresia e di persecuzione che stanno al centro dello scavo storico di Ginzburg, sta anche una diversa questione che concerne la testimonianza, l’affermazione di chi ha visto o dice di aver visto e poi racconta. Riguarda i “marginali” all’inizio dell’età moderna, ma anche coloro che hanno vissuto dentro o accanto alle grandi tragedie della storia e che poi prendono parola.

La questione non è solo la presa di parola, ma anche quando quell’atto avviene, a che distanza di tempo dall’evento e soprattutto in quale relazione a ciò che sta accadendo.

Ma questa questione include allora un terzo ambito che è appunto non la verità della propria testimonianza, ma la sua riduzione a prova giudiziaria e, allo stesso tempo, la trasformazione dello storico che riflette sulla testimonianza come esperto e dunque come giudice.

Questo passaggio ha avuto la sua sanzione più evidente nel corso del procedimento contro Maurice Papon (l'ex funzionario del regime di Vichy ed ex ministro gollista condannato nel 1997 a 10 anni di reclusione per complicità in crimini contro l'umanità, riconosciuto responsabile della deportazione di oltre 1.600 ebrei nei campi di sterminio).

Quella storia non casualmente ha diviso profondamente il mondo degli storici contemporanei. Essa include non solo una sovrapposizione del ruolo tra storico e giudice su cui ha più volte messo in guardia Carlo Ginzburg (soprattutto in suo saggio dal titolo Unus testis), ma concerne anche la metamorfosi della contemporaneistica storica da disciplina regolata da un metodo a discorso pubblico. In entrambi i casi ciò che è in questione è il revisionismo storico, inteso non come pratica di indagine, ma come retorica.

Sarebbe facile sostenere che il revisionismo storico, in quanto riscrittura delle opinioni consolidate sugli eventi storici è consustanziale alla produzione storiografica. Potrebbe apparire anche come un facile gioco di parole.

Tuttavia, in cifra secca la distinzione non consiste nella dissacrazione della storia consolidata. Gli storici, quando concretamente producono ricerca storica non riscrivono la storia, ma scrivono di storia. Da questo punto di vista la vicenda che è ricostruita assume tanta importanza quanto chi la ricostruisce e ne propone un’indagine. Lo storico non è collocato fuori dalla narrazione storica, anzi è una voce della narrazione, così come il fruitore di quella narrazione.

Ne discende che dentro la retorica del revisionismo storico sta una prima diserzione rispetto a un presunto di esercizio del “mestiere di storico”. Chiunque pretenda in nome di una oggettività tutta da dimostrare di accreditarsi come il paladino di una storia “vera” perché depurata da una incrostazione ideologica, produce solo una versione demagogica – forse l’ennesima, ma non per questo meno innocente – della storia che pretende di costruire oggettivamente.

La scrittura storiografica, affinché sia riconosciuta come tale, necessita che si diano alcune condizioni a-priori. Tra queste: la presentazione e la discussione di documenti, di prove, anche indiziarie, in ogni modo di procedure documentarie di supporto.

Sulla questione della prova, Carlo Ginzburg ha proposto a mio avviso una serie di riflessioni che sostanzialmente la storiografia italiana, e in primis coloro che si candidano a interpreti della storia non ideologica, avevano tutto l’interesse ad accogliere, mentre invece di fatto non solo le hanno respinte, ma neppure le hanno considerate degne di risposta.

La questione della prova non è solo una questione di documenti, ma anche prima di tutto di strumenti disciplinari.

Dove risiede, infatti, la questione della prova per Ginzburg? Non banalmente nella questione delle prove materiali o documentarie, queste si potrebbe dire vanno da sé, ma nella capacità di comprendere che il modo stesso di produrre prove deve essere oggetto di analisi da parte dello storico.

Per Ginzburg è particolarmente rilevante a proposito della macchina giudiziaria e della frequenza sempre più reiterata dell’incontro tra l’indagine dello storico e l’operato del giudice. In altre parole, tra prova processuale e analisi della prova da parte dello storico. Una questione che Carlo Ginzburg mette al centro del suo libro Il giudice e lo storico proposto nel 1991 in margine al processo Sofri.

Quella questione riguarda la dimensione stessa del lavoro dello storico, o meglio il corpo di domande che questo deve in qualche modo proporre e le pratiche che deve coltivare.

Per avvicinarsi a questo risultato ogni volta si tratta di “uscire da casa”, andare a vedere, interrogare, scavare nei documenti per ritrovare le persone.

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In copertina, Carlo Ginzburg © Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons.

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