Anatomia di uno sfratto

15 Gennaio 2026

In prossimità del Natale, all’alba, buttando giù una porta, sfondando letteralmente una parete di casa: uno sfratto non è mai solo l’esecuzione di un atto giuridico. È una scena. Ha un tempo, uno spazio, dei ruoli assegnati, una coreografia che si ripete con sorprendente regolarità. Avviene quasi sempre al mattino, spesso nei mesi freddi, talvolta in prossimità delle festività, quando si sa che la famiglia o l’anziano residente è in casa. Prevede una soglia da attraversare, una porta da aprire o da forzare, una presenza visibile della forza pubblica, un linguaggio tecnico che trasforma vite e relazioni in pratiche amministrative. Questa ripetizione non è casuale: è ciò che consente di leggere lo sfratto come un rito dell’ordine urbano, una forma ordinaria attraverso cui il potere pubblico interviene per ripristinare un ordine che considera violato. Riducendo la capacità di reazione, aumentando la pressione emotiva, massimizzando l’effetto disciplinare dell’atto, lo Stato sceglie quando essere presente, e lo fa spesso nei momenti di massima vulnerabilità.

Quella forza, usata con una meticolosità che ha qualcosa di spettacolare, è una performance morale. Così la descrive Didier Fassin, antropologo e sociologo francese che ha dedicato gran parte del suo lavoro allo studio delle forme contemporanee dell’intervento statale sui corpi dei poveri. Nei suoi studi etnografici sulla polizia (La force de l’ordre, 2011) e sulla punizione (Punir. Une passion contemporaine, 2017), Fassin mostra come l’uso della forza non sia mai neutro né puramente tecnico. Ogni intervento produce significato, distingue implicitamente tra vite pienamente legittime e vite a cui è richiesto di giustificarsi perché fuori luogo, fuori norma, fuori legge. La forza pubblica deve mostrarsi, deve ripetersi, deve convincere, non soltanto chi la subisce ma anche chi assiste. Ogni intervento costruisce una scena e comunica un messaggio che va oltre l’atto stesso. Lo vediamo con inedita brutalità negli interventi dell’ICE, la polizia per il controllo dell’immigrazione potenziata dall’amministrazione Trump, nelle città americane.

In questa prospettiva, lo sfratto è una messa in scena della sovranità, una pedagogia pubblica del limite: non serve soltanto a liberare un immobile, serve a ricordare chi decide quando si può restare e quando, invece, si deve andare via. La soglia domestica è uno spazio centrale, quasi semi-sacrale, e violarla richiede una forte legittimazione simbolica. La divisa, l’ufficialità, il linguaggio tecnico producono una de-soggettivazione immediata: non si entra in una casa, si “esegue un provvedimento”. La vita che abitava quello spazio viene sospesa e tradotta in pratica amministrativa. I quaderni dei bambini, le fotografie, i vestiti, i libri, gli oggetti di casa perdono il loro valore affettivo e vengono ridotti a macerie da sgombero. Ho ancora negli occhi le immagini dello sgombero del campo rom di via Rubettino a Milano, quindici anni fa, quando le maestre e molte famiglie del quartiere raccolsero da terra quei quaderni e se li portarono a casa insieme ai loro piccoli allievi, perché non perdessero l’anno scolastico.

La forza e la compassione. L’ordine e la pietas. È ancora Fassin a metterci in guardia da un altro vizio strutturale del sistema: la complementarità tra forza e cura. La polizia incarna la forza, i servizi sociali la cura, ma insieme producono una forma di violenza legittimata. La forza entra con il volto della legge, il sociale con quello della compassione. Nessuno dei due mette realmente in discussione l’atto; entrambi ne garantiscono la riuscita.

L’atto finale è quello dell’uscita: la serratura cambiata, lo spazio svuotato, neutralizzato. L’oggetto – la casa liberata – torna “neutro”, il conflitto scompare, la persona diventa invisibile. È una vera e propria pulizia morale dello spazio: ciò che disturbava l’ordine viene rimosso e, con esso, la storia, la relazione, la presenza. In questa grammatica, sfratti e sgomberi condividono la stessa struttura pur colpendo bersagli diversi. Cambia il soggetto, non il dispositivo. La famiglia viene colpevolizzata come insolvente, l’associazione come irregolare; che lo spazio sia pubblico o privato, il bisogno è sempre quello di ripristinare l’ordine. In entrambi i casi, prima fallisce la politica sociale, poi entra in scena la forza, infine il conflitto viene riscritto come problema tecnico.

La casa cessa di essere luogo di vita e diventa oggetto di esecuzione. Non c’è una famiglia: c’è una morosità. Non ci sono bambini o anziani: ci sono occupanti. Non ci sono donne sole, straniere, con figli a carico: ci sono abusive. Non c’è una storia: c’è un provvedimento. La vulnerabilità non sospende l’atto; al contrario, ne diventa il sottofondo silenzioso. Donne, anziani, minori attraversano la scena come figure moralmente rilevanti ma giuridicamente irrilevanti. L’ordine deve essere ristabilito, indipendentemente da chi ne paga il prezzo.

Nel gergo popolare si dice “mettere in strada”, togliere a qualcuno il riparo. Un’espressione che non indica solo la perdita di una casa, ma l’interruzione della continuità della vita, lo spostamento forzato da un dentro protetto a un fuori esposto. La strada non è un’alternativa, lo sappiamo tutti, è ciò che resta quando nessuno si assume la responsabilità di un altro luogo.

La cronaca recente ci restituisce episodi di sfratto e sgomberi carichi di sofferenza: è di ottobre la notizia del suicidio di un uomo poco più che settantenne che a Cinisello Balsamo si è buttato dal sesto piano all’arrivo delle forze dell’ordine per l’esecuzione dello sfratto; di novembre le immagini dello sgombero a Bologna di due famiglie con bambini e di una famiglia con un figlio disabile; di dicembre lo sgombero di alcuni occupanti abusivi legati alla criminalità organizzata e, in coincidenza nello stesso stabile Aler di via Quarti, a Baggio, Milano, il blocco della fornitura di luce e gas a madri sole con bambini.

Don Giuseppe Nichetti, parroco della Comunità Pastorale S. Apollinare e Sant’Anselmo da Baggio, che ha scritto direttamente al prefetto di Milano Claudio Sgaraglia, è dettagliato nel suo racconto: “l’intervento ha lasciato al buio tantissime famiglie; alcune sono state private anche del gas. Per non parlare dello spavento che tanti anziani hanno provato quando hanno sentito suonare il campanello e si sono trovati davanti agenti in divisa che chiedevano di controllare i documenti. Un ragazzo con autismo, che abita al nono piano del civico 31, completamente al buio, urlava e piangeva per la paura; così come piangevano per la paura del buio i numerosi bambini che ho trovato nell’appartamento delle suore”. Le suore residenti lì vicino hanno aperto le porte del convento per un pasto caldo e un ristoro temporaneo.

Sia il Comune di Milano sia le associazioni del territorio hanno lamentato le modalità della Prefettura incurante delle conseguenze di uno sfratto coatto, che lascia le persone coinvolte senza una nuova sistemazione. Ma poi, scomparse le persone dalla cronaca, chi torna davvero a occuparsi del tema?

k

In Italia gli sfratti sono un fenomeno strutturale. Secondo il Ministero degli Interni, nel 2024 risultano circa 40.158 provvedimenti di sfratto convalidati, di cui 30.041 per morosità, pari a circa il 75 per cento del totale; le richieste di esecuzione sono state 81.054 e gli sfratti effettivamente eseguiti 21.337. Questi numeri vanno letti insieme all’aumento della povertà assoluta, alla crescita del lavoro povero, all’instabilità abitativa nelle grandi città, all’incremento dei canoni di locazione nei contesti urbani più attrattivi.

Lo sfratto non colpisce una minoranza deviante, ma una zona sempre più ampia di precarietà sociale. La cosiddetta morosità incolpevole nasce dal riconoscimento dell’evidenza che molte persone smettono di pagare l’affitto non per scelta, ma per eventi che interrompono la continuità della vita ordinaria: malattie, perdita del lavoro, separazioni, riduzioni improvvise del reddito, precarietà protratta. Karima ci chiama alla vigilia di Natale: vive sola con due figli piccoli, in una delle zone più degradate di Milano, al Corvetto. Si è sottoposta a un delicato intervento chirurgico che l’ha costretta a letto per mesi e ha accumulato un debito con il gestore pubblico delle case dove abita – modesto per una famiglia borghese, inarrivabile per una donna straniera sola – e così le hanno tolto luce e gas. Ci chiama superando vergogna e pudore e, stavolta, con una colletta improvvisata tra amici e parenti, il debito viene sanato. Per questa volta. Per una famiglia. Tra le infinte. Ma quante sono le Karima a cui non arriviamo? Quelle che non vediamo? Quelle che vengono poi messe in strada con un’azione dimostrativa?

Esistono strumenti giuridici e fondi pubblici pensati per intercettare queste situazioni, ma nella pratica anche la morosità incolpevole viene trattata come un’attenuante marginale, non come un fatto politico centrale. La povertà viene tradotta in colpa procedurale. Non importa perché non si paga, importa che non si paghi. La vita eccedente – il corpo che si ammala, il lavoro che scompare, la solitudine, l’anzianità – viene derubricata alla grammatica dell’inadempienza. Lo sfratto diventa così lo strumento attraverso cui il sistema risolve a valle ciò che non ha voluto o saputo affrontare a monte.

Accanto allo sgombero per morosità cresce un’altra forma di espulsione, quella che colpisce chi ha sempre pagato. Contratti regolari, affitti puntualmente versati vengono interrotti per liberare spazio alla rendita. Affitti brevi, riconversioni turistiche, valorizzazioni immobiliari producono una nuova ondata di sfratti “puliti”, formalmente legittimi, socialmente devastanti. Qui non c’è colpa né fragilità riconosciuta: c’è sostituibilità. La città espelle non perché qualcuno ha sbagliato, ma perché qualcun altro può pagare di più. Anche in questo caso lo sfratto opera come rito di ripristino, non dell’ordine sociale ma dell’ordine del mercato.

Eppure, basta guardarsi intorno per vedere che qualche attenzione in più si potrebbe adottare. In Francia la trêve hivernale sospende gli sfratti nei mesi freddi, riconoscendo che esiste un tempo in cui l’esecuzione diventa socialmente inaccettabile; accanto a questo, il diritto al ricollocamento afferma una responsabilità statale diretta. In Spagna una moratoria impedisce lo sfratto dei nuclei vulnerabili senza alternativa abitativa, spostando l’onere della soluzione sull’ente pubblico. A Vienna un vasto sistema di edilizia sociale e di prevenzione interviene prima che lo sfratto avvenga, trattandolo come un fallimento costoso per l’intera collettività. Questi modelli non eliminano il conflitto, ma ne cambiano il trattamento: la forza diventa extrema ratio, non la risposta ordinaria.

In Italia ricordo un unico caso in cui la grammatica dell’esecuzione è stata radicalmente rovesciata. Nel dopoguerra fiorentino, di fronte a migliaia di sfratti e a una città senza alloggi disponibili, il sindaco Giorgio La Pira, si assunse una responsabilità politica. Di fronte alla perdita della casa per tremila suoi concittadini, non esitò a ricorrere allo strumento della requisizione temporanea delle abitazioni per emergenza sociale, un esproprio con indennizzo, basandosi su una legge del 1865 che lo consentiva in caso di grave necessità pubblica. Ancora oggi possiamo cogliere il senso profondo di quella scelta nelle parole pronunciate in quel Consiglio comunale del settembre 1954: “Eppure è stata proprio questa una delle cause che più vi hanno irritato, signori consiglieri liberali: la requisizione delle case. Che grave colpa. Ma che dovevo fare? Ho dato una mano di speranza, sulla base di una legge, a tante famiglie povere e disperate”.

Parole di assoluta inattualità, tempi che paiono lontanissimi, forse irripetibili. Come allora oggi la scelta non è tra legalità e illegalità, ma tra l’uso della forza e l’assunzione di responsabilità. Le città che mettono in strada chi è più fragile, non stanno ristabilendo un ordine, stanno dicendo, molto chiaramente, quale tipo di comunità intendono essere. È una questione di sproporzione, quando il peso dell’atto supera infinitamente ciò che pretende di correggere. È sproporzione quando la legge è formalmente rispettata, ma la vita viene schiacciata. Dobbiamo ripartire da qui.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).