Bentornati nel 1726
Da molto tempo sono persuaso che gli eventi storici, in realtà, ci colgono sempre alla sprovvista. Essere sorpresi da quanto accade, scoprendosi d’improvviso spaesati o disorientati, non che un accidente, è quasi la norma. Ciò nondimeno, alcuni fatti stupiscono più di altri. Mai io avrei immaginato che il centenario della cosiddetta “marcia su Roma” – cioè la nomina di Benito Mussolini alla Presidenza del Consiglio da parte del re Vittorio Emanuele III – sarebbe coinciso con elezioni politiche in cui a conquistare la maggioranza relativa dei voti fosse un partito erede di quello fondato dai reduci della Repubblica di Salò: il partito al quale nel 1956, non appena uscito dal carcere, si affrettò a iscriversi Amerigo Dùmini, il capo della squadra fascista che nel 1924 aveva ucciso Giacomo Matteotti. Vero è che il dicastero guidato da Giorgia Meloni non ha trasformato l’Italia in una dittatura, e sul piano socio-economico si è comportato come un governo conservatore, dagli orientamenti paragonabili alla destra democristiana d’antan. Ma a parte i numerosi indizi di una mai sopita tentazione autoritaria e le varie incrinature istituzionali che hanno caratterizzato la vita politica italiana dal 2022 in poi, un dato notevole è il persistere di una sostanziale continuità ideologica con il vecchio Movimento Sociale Italiano, e la discreta quanto benevola tolleranza verso i nostalgici del ventennio. Una soluzione di continuità, per il vero, ci sarebbe pure stata: mi riferisco alla cosiddetta “svolta di Fiuggi” del 1995, con la quale il segretario Gianfranco Fini cercò di imprimere al partito della fiamma il carattere d’una destra conservatrice di stampo europeo (come si diceva allora). Ma quel tentativo fallì: tant’è vero che nelle sue performance oratorie la leader di Fratelli d’Italia si guarda bene dall’ispirarsi a quell’episodio, e meno che mai dal parlarne come di un evento fondativo (io sospetto anzi che, nello zoccolo duro del partito, Fini stia appena un gradino dietro Pietro Badoglio, fra i supposti traditori della causa). Mai davvero rinnegata, l’eredità fascista, con il suo scenografico repertorio di simboli gesti slogan testardamente tramandato attraverso i decenni, costituisce una sorta di riserva a portata di mano, alla quale attingere con facilità in caso di un’improvvisa (improbabile?) radicalizzazione del quadro politico.
A maggior ragione, mai io mi sarei aspettato che si rivelasse così fragile la democrazia in America. Pur considerando inaccettabili parecchi aspetti della società americana – la dissennata proliferazione delle armi, l’assenza di un servizio sanitario nazionale, la gestione privata delle carceri, la presenza esorbitante della religione nel discorso politico, la mancanza di un documento fondamentale come la carta d’identità – ritenevo che la struttura democratica del Paese fosse sempre molto solida. Donald Trump ha invece completamente stravolto la fisionomia politica degli Stati Uniti; e, contestualmente, ha inferto colpi letali al sistema delle relazioni fra i Paesi, esibendo un assoluto disprezzo per il diritto internazionale e per le organizzazioni multilaterali (in primis, per le Nazioni Unite). Oggi come oggi, cioè alla vigilia delle elezioni di metà mandato del novembre 2026, che potrebbero indebolire in maniera significativa l’attuale amministrazione (così come potrebbero essere la miccia d’una nuova guerra civile), non si può ancora dire che gli Stati Uniti siano diventati un paese fascista. Ma fascista Trump lo è, senza dubbio; ovviamente, intendendo il termine in un’accezione abbastanza estesa, dal momento che il fascismo storico è strettamente legato alle condizioni dell’Italia all’indomani della Grande Guerra.
A tale proposito va comunque rilevato che la principale differenza fra Trump e Mussolini, cioè il culto delle armi, negli ultimi mesi si è molto ridotta. Preso da una sorta di delirio di onnipotenza (oltre che sedotto, probabilmente, dai consigli del nefasto premier israeliano Netanyahu), Trump ha imboccato la via di un ricorso quasi indiscriminato alla forza militare, fermo restando che sul piano personale gli atteggiamenti marziali gli rimangono estranei (al tempo del Vietnam preferì imboscarsi), e che oggi sarebbe del tutto anacronistico cercare di inquadrare un’intera popolazione in formazioni paramilitari, fin dalla più tenera età, come a suo tempo aveva fatto Mussolini (per il quale, del resto, l’ideologia militarista era soprattutto una questione di propaganda, di pedagogia delle masse, priva di adeguati corrispettivi nell’efficienza dell’apparato bellico italiano). D’altro canto, le affinità fra la condotta del 47° presidente degli Stati Uniti e gli esordi del fascismo sono notevoli: il modo di conquistare un potere di tipo autocratico forzando dall’interno le istituzioni liberali, giocando sulla pavidità e sull’inerzia dell’opinione pubblica e sull’inadeguatezza delle autorità di garanzia; la creazione di una milizia che dipende direttamente dal capo e agisce al di fuori di ogni controllo legale; l’abile spregiudicatezza nell’uso dei media; l’investimento politico sulla propria immagine, alimentato da narcisistica vanità; la tendenza a ostacolare la libertà d’informazione e l’uso sistematico e spudorato della menzogna; l’uso della giustizia a fini di vendetta politica; la volontà di imporre il controllo governativo sull’attività delle istituzioni culturali e delle università, unito a uno smaccato disprezzo delle competenze scientifiche. Nel caso di Trump, a ciò si aggiunge uno sfruttamento delle cariche pubbliche a fini di arricchimento privato che al confronto fa apparire tutti i dittatori del secolo XX quasi degli asceti: da questo punto di vista assomiglia più a certi despoti asiatici o africani, come il congolese Mobutu o il kazako Nazarbaev.
Discettare sul fascismo di Trump, tuttavia, è ormai poco costruttivo. L’epoca che stiamo vivendo non registra un ritorno alle condizioni dell’Europa degli anni Trenta, e nemmeno all’epoca di William MacKinley (presidente USA dal 1897 al 1901, ammirato da Trump per la sua politica protezionistica), bensì alle condizioni dell’Europa di tre secoli fa. Siamo regrediti a un’epoca prerivoluzionaria: a prima della Rivoluzione Francese, a prima della Dichiarazione d’indipendenza delle tredici colonie americane dalla corona britannica. Per l’Occidente entrato nel terzo decennio del secolo XXI, le disuguaglianze sociali non sono più considerate come un problema da risolvere o un fenomeno da contrastare, ma come un dato naturale. Lo strapotere di pochi (i giganti del web, i colossi della finanza), cui il sistema consente di non pagare imposte, o di pagarne pochissime, debilita il peso dell’autorità pubblica, vanificando dall’interno il significato della rappresentanza popolare. Nelle controversie internazionali, lo spazio della diplomazia si è drammaticamente ridotto: chi gode sul piano militare di una condizione di superiorità (Israele con i palestinesi, la Russia con l’Ucraina, gli Stati Uniti con tutti, salvo la Cina) cerca di approfittarne, ricorrendo senza remore all’uso della forza. Right is might, recita un vecchio motto (e non cessa di stupire l’assoluta mancanza di scrupoli con cui Trump ha ordinato l’attacco aereo contro l’Iran, insieme a Israele, mentre erano in corso negoziati).
Non ultimo, come all’epoca della prima rivoluzione industriale, le innovazioni tecnologiche stanno modificando radicalmente le relazioni sociali, la natura della ricchezza, il modo di vivere. Beninteso, su questo piano, le responsabilità vanno ben oltre la figura di Trump: si tratta di un problema che si è manifestato almeno quattro decenni or sono. A differenza di quanto era accaduto nei decenni a cavallo fra Otto e Novecento, quando gli Stati Uniti erano stati capaci di adottare efficaci misure antitrust per scongiurare gli effetti perversi delle eccessive concentrazioni industriali, alla fine del secolo la rivoluzione digitale non è stata in alcun modo governata: in tal modo l’avvento delle nuove tecnologie si è tradotto nella nascita di potentati economici abnormi, incompatibili con l’esistenza di un sistema realmente democratico. A questa manchevolezza le amministrazioni americane non hanno saputo o voluto porre rimedio in tempo utile; e oggi non può stupire che Elon Musk e Peter Thiel siano sostenitori di Trump, e che, se lo criticano, lo critichino da destra. Sul piano più strettamente politico, invece, il vulnus decisivo è stata la mancata incriminazione di Trump dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. I membri del Senato e del Congresso che hanno consentito l’abominio giuridico di un non luogo a procedere contro un presidente golpista si sono resi responsabili di una ferita alla democrazia americana che potrebbe risultare letale. Il risultato è che oggi, nell’epoca della post-truth politics, mentre la disinformazione trionfa e la coesione sociale è cariata dai social, quel che resta dell’Occidente appare ostaggio dei nazionalismi populisti e dell’autoritarismo della tecno-destra.
Verrebbe da concludere: Bentornati nella prima metà del secolo XVIII! Basterà qualche decennio perché vengano gettate le basi di un’epoca nuova? Le differenze non sono piccole. Nel Settecento esisteva la possibilità di fare rivoluzioni, sia perché le armi erano poco efficienti, e quindi il numero degli esseri umani che si mobilitavano era decisivo, sia perché le comunicazioni erano lente e le interconnessioni fra gli Stati molto limitate. Oggi c’è una variabile in più, cioè l’incidenza dei cambiamenti climatici, che potrebbero sparigliare le carte (o chiudere senz’altro la partita). Così stando le cose, vale la pena di fare una riflessione di lungo periodo. Nell’antichità, la democrazia ateniese (con tutti i suoi limiti) durò un paio di secoli, dalla fine del VI sec. a.C. alla conquista macedone. Nel Medioevo italiano, la fervida e turbolenta età comunale abbraccia un periodo leggermente più lungo, dall’XI secolo alla fine del Trecento. La storia delle democrazie moderne, cui si debbono tante conquiste di civiltà, supera le precedenti per ampiezza e intensità dei risultati, ma sul piano cronologico non ha avuto durata molto maggiore.
Ammesso e non concesso che l’umanità abbia un futuro, verrà forse anche il giorno di una rinnovata fioritura democratica. Noi comunque non la vedremo: a noi è toccato in sorte di essere testimoni del tramonto – del tracollo – di un’epoca che sembrava non dovesse finire mai. L’epoca lungo la quale è stato coltivato il sogno di un mondo più giusto, più solidale, più pacifico: dove la libertà e l’uguaglianza potessero procedere di pari passo, dove finalmente avesse termine il predominio materiale e simbolico di pochi privilegiati, dove la giustizia fosse ritenuta ad ogni livello un valore irrinunciabile, dove venissero superate tutte le discriminazioni, dove ci si adoperasse (pur fra mille contraddizioni) per rigettare la violenza come strumento di soluzione delle controversie e le relazioni fra gli Stati fossero ispirate a rispetto reciproco. Se quel mondo è finito, rimane tuttavia il dovere di tener vivi quei principi, almeno sul piano ideale, mentre nella realtà effettuale vengono calpestati. Quanto meglio saremo riusciti in questa impresa, tanto prima la luce della democrazia, dei diritti umani, del dialogo fra le comunità e le culture, della cooperazione fra gli Stati e fra i popoli tornerà a brillare.
Fotografia di Nejc Soklič.