Fair Play
Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.
La parola sport, nella sua lunga durata storica, contiene una moltitudine di angolature che hanno permesso numerose indagini e speculazioni sociologiche rispetto al tempo, agli usi e ai costumi delle varie epoche.
Si sono raccolte perlopiù le storie dei vincitori, degli eroi cantati e mitizzati, dei talenti precoci e sopraffini, dei record battuti l'uno dopo l'altro, delle stelle che "ce l'hanno fatta" con fatica e sacrificio, costruendo una costellazione di gloriosi successi, capolavori indiscutibili, idoli patinati e seducenti, dando forma a un immaginario in cui ciascuno desidera rispecchiarsi, a cui ciascuno tende per commozione e ambizione.
Dal punto di vista culturale, dal punto di vista civico ed educativo, dal punto di vista politico sarebbe forse curioso arricchire questa geografia consolidata facendo comparire al suo interno altri punti di osservazione.
Si vuole provare, qui, in questa voce trasmessa, a trasportare e far collidere dentro al contesto sportivo alcune visioni laterali, discrete, che sembrano insistere, paiono prediligere, una direzione inconsueta, inattuale, per il futuro dello sport e non solo.
Piove sull'Inghilterra, eppure tutti gli inglesi sono fuori casa. Perché? C'è una partita di football a Wembley. E, come in tutti i grandi spettacoli sportivi, il rito inaugurale viene osservato solennemente.
Lo sport è una grande istituzione moderna che ha assunto, per tanti aspetti, le forme ancestrali dello spettacolo. La funzione sociale che in alcune epoche e in alcune società svolgeva il teatro oggi viene interpretata, a suo modo, dallo sport: riunire la cittadinanza in un'esperienza comune; condividere emozioni, sollecitare una partecipazione attiva.
“Perché? Perché amare lo sport?”
È quanto si domandava Roland Barthes nel documentario Lo sport e gli uomini del 1961. La stessa domanda me la pongo anche io, molti anni dopo.
Fino a poco tempo fa sono stato un atleta professionista di pallavolo. Per alcuni anni mi sono trovato in una posizione piuttosto centrale all'interno del panorama sportivo in cui esercitavo, fino a raggiungere l'argento olimpico a Rio de Janeiro nel 2016. Dopo aver smesso, tra le prime cose che ho sentito la necessità di fare è stato chiedermi – attraverso interviste e ricerche – cosa fosse lo Sport, quell'ambiente in cui ho lavorato ininterrottamente per quindici anni di vita, nella sua costellazione intera, andando a scavare quindi nella sua parte sommersa e meno visibile.
Lo sport possiede infatti una tendenza: rischia di trasformarsi – sotterraneamente – in una bolla pressoché separata, con un suo ritmo, un suo status, un calendario fitto di prestazioni, ricolmo di tornei, competizioni e partite senza alcuna interruzione. Atleti ed atlete, talvolta, rischiano di non distinguere nitidamente la natura della propria condizione emotiva, lavorativa ed esistenziale.
La mia esperienza di atleta è iniziata all’età di quindici anni. È stato cruciale, nel mio percorso, aver potuto vivere nella pratica un certo tipo di educazione culturale, oltre che sportiva, durante l'età adolescenziale.
Ad allenatori, maestri e dirigenti, oggi più che mai, è richiesta una postura e un'attenzione complessa e multidisciplinare: devono saper garantire infatti l'accompagnamento in un percorso di crescita umana e professionale dentro e fuori dallo sport. Allo stesso modo, nei programmi scolastici, dovrebbe venir approfondita la complessità del mondo sportivo, mettendone in luce valori e ombre, occasioni e traguardi, discutendo con ragazze e ragazzi della desiderabilità di un modello sportivo rivolto al futuro.
Al giorno d'oggi, però, sembra sempre meno possibile un approccio di questo tipo. La società iper-prestazionale, nei suoi picchi più sfrenati, ha ormai completamente soppiantato la dimensione comunitaria, magica, rituale dove il gioco rappresentava un'attività autentica per chi lo praticava e per la comunità che assisteva.
Lo sport, con una trasformazione sempre più rapida e accelerata, anche in giovane età sembra non essere più associato alle possibilità di un processo educante, a un tempo disteso di gioco e di divertimento.
I dati nazionali parlano di una dispersione dell'attività sportiva allarmante, di un senso di ansia precoce in ambienti sportivi anche amatoriali, di una regressione delle capacità motorie nell'età cruciale dell'apprendimento.
Tutto questo impone l'urgenza e allo stesso tempo il desiderio di provare a rispondere ad alcune domande estremamente concrete: Lo sport - nelle sue applicazioni quotidiane - fa bene a chi lo pratica? E ancora più precisamente: possiede un'utilità sociale e pedagogica la pratica sportiva?
Il concetto di fair-play, letteralmente gioco corretto, nasce in Inghilterra nell'Ottocento. Concepito inizialmente per le competizioni sportive, con il tempo si è fatto spazio in altri ambiti e si è diffuso anche nei rapporti sociali, nelle istituzioni e nella politica, dove il fair-play non rappresenta solo un modo di comportarsi, ma anche un modo di pensare.
Fair-play significa molto più che giocare nel rispetto delle regole. Non riguarda solo la lotta al doping o alla violenza fisica e verbale. È una pratica di cura, è una postura - scelta, assunta - che si trasforma in una rete collaborativa spontanea, che intesse una direzione educante, che desidera denunciare gli sfruttamenti, la disuguaglianze, la corruzione, mettendo in luce le incongruenze evidenti che si celano sotto al bagliore accecante di un contesto complesso come quello sportivo.
Praticare fair-play impone di scendere fuori dal palcoscenico, di accordarsi con l'alterità. Il fair-play non accetta il sopruso tra atleti durante una gara sul parterre di gioco, e allo stesso tempo, con ancora più forza, appena fuori da quel campo ha l'obbligo di denunciare la costruzione di uno stadio senza contratti e senza sicurezza sul lavoro, non può tollerare lo sportwashing o le discriminazioni pervasive dei media, si rifiuta di assecondare l'economia delle scommesse o di giustificare le enormi spese di risorse pubbliche per eventi giganteschi che producono profitti per pochi privati. Il fair-play è un'occasione di umanità.
Bisogna ricordare infatti che in alcune parti del mondo, le carriere sportive costituiscono una fragile via di fuga da sistemi oppressivi e minacciosi, nella speranza di trovare una vita libera e dignitosa altrove.
Giuseppe Catozzella, nel libro Non dirmi che hai paura, riporta alla luce la storia di Samia, giovane atleta somala che, inseguendo il suo sogno di sport e di libertà, tenta di partecipare alle Olimpiadi di Londra per fuggire dalla dittatura del suo paese, ma perde la vita il 2 marzo 2012 a pochi chilometri dalle sponde italiane.
O anche la storia raccontata nell’agosto del 2021 da Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale di volley maschile, quando narra di Safiya, pallavolista afghana, che è riuscita attraverso sforzi diplomatici e a corridoi umanitari ad abbandonare Kabul dopo esser rimasta nascosta dai talebani per venti giorni.
Il fair-play scardina dunque il recinto virtuale delle arene e dei palazzetti: incorpora infatti i concetti di empatia, amicizia e di rispetto degli altri, contribuisce alla costruzione di uno spirito sportivo, di un movimento culturale in costante evoluzione.

L'assenza di un'educazione al fair-play, nello sport così come nella vita, comporta inevitabilmente una disaffezione alla cura di sé e dell'altro, produce una solitudine stanca e vuota, favorisce una rabbia profonda, un'incapacità di ascolto, dipendenze patologiche; confonde la dimensione ludica con un palcoscenico di iper-competizione, derisione e sopraffazione dell'avversario, alimentando meccanismi consolidati che il nostro sistema vigente già produce con pervicace violenza.
"Avere fiducia nel mondo è ciò che più ci manca: abbiamo completamente smarrito il mondo, ne siamo stati spossessati". È quanto scrive Gilles Deleuze, filosofo e pensatore francese.
Da un punto di vista sportivo, coltivare questa fiducia potrebbe significare diffondere opportunità in modo paritario, senza barriere; o anche garantire l'esistenza di spazi pubblici come parchi, campetti, prati, che sarebbero in grado di creare opportunità non solo di svago e di sport amatoriale, ma di inclusione e socialità, senza imporre di trasformare il desiderio ludico dei cittadini in un rapporto clientelare.
Lo sport, e il gioco in generale, sono beni pubblici, o almeno dovrebbero esserlo. Ma nella società contemporanea il rischio è che i campi da gioco si trasformino in luoghi di esclusione, ansia da prestazione, competizione tossica. Recuperare la dimensione del gioco come rito sociale, come spazio relazionale aperto e accogliente, diviene oggi un’urgenza educativa e politica. Questo significa investire nella scuola, nella formazione degli educatori, negli spazi pubblici, nel tempo lento dell’apprendimento motorio e cooperativo. Significa soprattutto affermare una visione culturale dello sport che rimetta al centro la comunità.
Secondo il grande analista dell'infanzia Donald Winnicott. “È nel giocare e soltanto mentre gioca che l'individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell'intera personalità, ed è solo nell'essere creativo che l'individuo scopre il sé.”
In fondo ciascuno di noi ha in sé delle qualità e delle capacità personali, che se supportate con la giusta attenzione e cura, possono accompagnare alla propria realizzazione. Ognuno, sportivo olimpico o no, dovrebbe poter essere accolto da un ambiente che nutre e supporta le aspirazioni individuali. Non perché tutti diventino grandi campioni e salgano sul podio, ma affinché tutti possano diventare protagonisti soddisfatti delle proprie vite, che forse è l’unica cosa che conta per essere felici.
Alle recenti Olimpiadi di Parigi 2024, ha suscitato grande interesse il gesto significativo e inusuale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 23 settembre ha voluto accogliere al Quirinale non solo le atlete e gli atleti che hanno conquistato una medaglia, ma anche coloro che si sono classificati al quarto posto. Quasi come se si fosse messo in ascolto dei giovani, delle loro dichiarazioni, delle loro interviste, dei loro sorrisi nonostante la momentanea sconfitta, ha scelto di premiare in modo esplicito anche chi aveva solo sfiorato il successo.
L’educazione al fair-play diventa allora una pratica di cittadinanza attiva, una costruzione condivisa di senso e valori, uno spazio in cui si può apprendere la convivenza democratica, in cui si può imparare che le regole non sono strumenti di controllo, ma patti di riconoscimento reciproco.
Fair-play, dunque, non è lo sport, ma ciò che decidiamo di fare dello sport.
Fair-play non è solo un codice di comportamento sportivo, ma un modello sociale in senso pieno. È una grammatica relazionale, un’etica del limite, una forma di rispetto che si oppone alla logica della sopraffazione, dell’individualismo sfrenato, della vittoria a ogni costo.
Sport ed etica, se si intende incoraggiare a un lento quanto necessario cambiamento, dovrebbero rappresentare un binomio indissolubile. Per questo motivo è fondamentale che il mondo sportivo metta al centro delle proprie attività iniziative di carattere educativo e formativo indirizzate ad atleti, allenatori, dirigenti, genitori e tutti coloro che sono coinvolti nelle attività sportive, compreso il pubblico che assiste agli eventi.
In una società dove spesso si esaltano il successo personale, la competizione aggressiva e la logica dell’efficienza, il fair-play rappresenta una contro-narrazione culturale: afferma che le regole hanno senso solo se condivise, che la forza non vale nulla senza responsabilità, che la libertà dell’individuo ha valore solo se si fonda sulla reciprocità.
Rispettare l’altro nel gioco significa accettarlo come parte costitutiva del proprio agire, non come un ostacolo da rimuovere. Da qui nasce una concezione della convivenza che può e deve trascendere lo spazio sportivo: nella scuola, nel lavoro, nella politica, nelle relazioni quotidiane.
Il fair-play diventa così un principio educativo permanente, non limitato a un’età o a un contesto, ma valido per tutta la vita. È un habitus, una postura esistenziale che ci allena alla cittadinanza, alla cooperazione, alla gestione dei conflitti.
Pensare il fair-play come modello sociale significa riconoscerne la capacità di generare beni relazionali: fiducia, riconoscimento, ascolto, rispetto delle diversità.
In un tempo in cui si parla spesso di crisi della democrazia, di fratture sociali e di esclusione, educare al fair-play equivale a costruire capitale sociale, a promuovere legami di senso, a insegnare che non può esserci libertà senza equità, né merito senza giustizia.
In questa prospettiva, lo sport e il gioco diventano laboratori di società: microcosmi dove si sperimenta in forma simbolica ciò che poi accade nella vita reale. Per questo è fondamentale che non si riducano a mera performance, ma siano riconosciuti come pratiche culturali dotate di un enorme potenziale trasformativo.
Il fair-play, in questo senso, è un progetto di società: inclusiva, equa, cooperativa.
È compito delle società sportive, delle federazioni, dei media, della pluralità di atleti e atlete, della scuola, delle istituzioni educative, delle famiglie e delle comunità farsi carico di questo progetto, non come imposizione moralistica, ma come visione culturale condivisa, da alimentare ogni giorno attraverso l‘esempio, il dialogo, la cura delle relazioni. Insegnare al Fair-play significa educare alla responsabilità, alla gestione del potere, all’empatia. Significa insegnare che “giocare bene” è molto più che vincere: è saper condividere uno spazio di confronto e di immaginazione, affrontando il limite proprio e altrui, rispettandone la fragile complessità.
In definitiva, il fair-play è una scommessa etica e politica sul futuro: un modo per immaginare e costruire una società più giusta, a partire da gesti semplici ma radicali. Non c’è niente di più urgente, oggi, che tornare a educare al senso del limite, alla delicatezza dell’equilibrio, al valore della relazione.
Esprimere l'arte effimera del fair-play può mostrare, dentro e fuori dai campi sportivi, che un altro modo di abitare il mondo è possibile: più umano, più solidale, più sostenibile.