Inclusione

17 Gennaio 2026

Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.

Fare parte di qualcosa, essere inserito in un insieme: nel mio lavoro con gli adolescenti il tema dell’inclusione è stato, e continua a essere, uno dei pilastri fondamentali. La sfida, in fondo, è sempre stata la medesima: trovare il modo di far sì che tutti gli studenti di un comprensorio, di un contesto scolastico o di un quartiere, siano inclusi nei dispositivi educativi e socioterapeutici predisposti, che tutti possano insomma fruire di un bene e che tutti possano accedere a quel “fare parte di qualcosa”. I ragazzi si affacciano alla realtà sociale e verificano se c’è spazio, se c’è possibilità di ricezione e accoglienza da parte della cultura degli adulti, poiché sono gli adulti, prima di tutto, a governare le entrate e le uscite nel dispositivo psicologico, sociale ed educativo. Se l’adolescente o il bambino si accorge che non ne fa parte, che ne è escluso, che nessuno lo pensa, che nessuno lo cerca né lo vuole, il danno che ne riceve è notevole. Accorgersi in età evolutiva della propria inaccessibilità al contesto sociale è una perdita grave; essere inseriti in un contesto sociale è un elemento necessario per avere accesso a un sentimento d’identità credibile e autentico. Il danno per la crescita, in assenza di inclusione, è spesso qualcosa di difficile da recuperare: un adolescente misura nel rapporto con gli altri il valore della propria candidatura a essere parte del gruppo scolastico, di quello sociale, e più in generale della comunità. È enorme la differenza che passa tra un giovane incluso e uno escluso: far parte di un contesto consente a un giovane uomo e a una giovane donna di sperimentare l’esperienza di gestire e di promuovere assieme a coetanei azioni trasformative e di accedere a visioni del mondo possibili. Attraverso quello che altri, come lui o come lei pensano e desiderano, si mette in moto la possibilità di aderire a quello che si pensa e desidera per sé in prima persona e in un rapporto di relazione ma anche di differenza con i propri coetanei. Chi perde i contatti con la corrente che, a quell’età, procede verso la conquista della libertà e dell’autonomia, resta indietro, non sente di essere convocato dal gruppo, dagli altri. Non fa quella esperienza di essere chiamato e voluto che dà avvio alla creazione di un’identità autonoma. Quando parliamo di inclusione dobbiamo tenere a mente che parliamo di un valore educativo e sociale molto elevato: il giovane di belle speranze si distingue a occhio nudo dal giovane che ha perso la speranza, e la prima speranza è proprio quella di appartenere a qualcosa di più ampio e grande di sé. Dare una chance ai giovani, ai bambini, significa trovare una soluzione a quella disperazione che nasce dal senso di esclusione: essere incluso in modo aperto, per quello che si è, restituisce alla giovane donna o al giovane uomo un sentimento d’onore – parola così poco usata oggi – che potenzia il sentimento di identità. L’assenza di un mondo di riferimento consegna l’adolescente alle due bestie nere della vita: la noia e la solitudine.

Dal punto di vista della psicologia attenta al problema della crescita, che è quella che pratico e ho praticato per tanti anni, il fatto che al momento giusto, quando il contesto è propizio, il soggetto possa essere incluso nel dispositivo individuato dai suoi coetanei, senza fatica né sforzo, è un obiettivo importante. Non è solo una questione affettiva; si tratta di una questione che possiamo definire tecnica: se non c’è l’amico, se non c’è il gruppo, è molto più difficile viaggiare verso l’autonomia, raggiungere un sentimento d’identità; per questo è così importante la condivisione e la progettazione con altri, insieme agli altri in modo fattivo, di un obiettivo comune. Per uno psicologo l’inclusione del proprio piccolo paziente è sempre un obiettivo irrinunciabile. È chiaro che per essere incluso è necessario che ci sia posto e questo non è un fatto di poco conto e affinché quel posto ci sia, deve esserci qualcuno che fa spazio. Qui si tocca un aspetto delicato della questione: oggi i finanziamenti europei sono attenti alla dimensione dell’inclusione, ma questo cosa significa a livello di pratiche concrete? I progetti europei hanno a cuore il fatto che “nessuno deve essere escluso”: l’Europa è molto attenta a sostenere iniziative che abbiano questo obiettivo, ma ogni volta le pratiche – anche quando esistono i finanziamenti adeguati a raggiungere questo obiettivo e il personale preparato per sostenere i progetti – pongono molte domande su chi ne abbia più diritto e anche se c’è posto per tutti. Alcuni anni fa con Marco Rossi Doria abbiamo portato avanti un’esperienza nelle scuole professionali di Trento. Eravamo partiti da una riflessione sul concetto di gruppo, e avevamo creato un meccanismo complesso che aveva un duplice compito: sottolineare che la scuola aveva come obiettivo l’inserire tutti – nessuno deve essere escluso nella polis – e, al tempo stesso, promuovere la complessità del diritto all’inclusione. Mi spiego: si tratta di un diritto, sì, ma al tempo stesso è anche un compito. Era nata l’idea della "zona gialla": le pareti di un pezzo dell’edificio scolastico, piccolo, erano state dipinte di giallo. Questa zona recuperava visivamente quelli che sarebbero stati allontanati: lì i migliori educatori del team si mettevano al lavoro. Essere in "zona gialla" era diventato qualcosa di visibile: significava essere in un luogo allertato, ma non significava che si era persi; al tempo stesso si trattava di recuperare la possibilità di stare in classe, che era un merito. L’area gialla l’avevamo pensata come un laboratorio, un’inclusione speciale, per essere poi reinseriti nel gruppo: l’idea era di valorizzare chi si trovava in questa “zona”, far capire a chi si trovava lì che noi educatori pensavamo a loro con una cura particolare.

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Lo sport, le Olimpiadi in particolare, credo siano un buon modo di pensare l’inclusione: la competizione non è un nemico dell’appartenenza, anzi. La competizione fa parte della polis, della socialità: avere voglia di partecipare a questo gioco collettivo che è condiviso da tutto il mondo e che da secoli, dall’epoca classica, si perpetua. Si tratta di pensare a un clima che sia di valorizzazione e di stimolo: si compete, magari si vince anche, magari invece no. Non è in programma vincere; non c’è solo la vittoria, ma esiste la partecipazione, che è la prima forma di inclusione. L’Olimpiade, questo gioco millenario, segna un’appartenenza: possiamo pensarla come la sublimazione della competizione, una competizione umana, regolata secondo giustizia. Vince chi si è allenato, chi è bravo, chi lo merita: non c’è trucco e non c’è inganno. In fondo, alle Olimpiadi, non si lotta contro la squadra avversaria ma con gli altri. Gareggiare con gli altri, come mostrano anche i campioni del tennis oggi. Nelle Olimpiadi si disinnesca qualcosa della dimensione distruttiva implicita della competizione, l’esultanza della bandiera. È una storia così antica che si rinnova ogni quattro anni, una ripetizione ma anche ogni volta qualcosa di nuovo che reca il segno di una appartenenza. Gli atleti che hanno partecipato a una Olimpiade, quelli che hanno gareggiato e vinto sono la conferma che lo sport ha un grande valore di inclusione. Certo, la gioia di trionfare in una gara è esaltante, ma non lo è meno quella dell’aver partecipato. Essere entrati nel gruppo degli atleti ammessi all’Olimpiade, vittoriosi o no non importa, è il segno tangibile d’un onore: il grande onore d’essere appartenuti per merito e bravura a una gara così importante.

Anche l'essere incluso nella squadra di calcio della propria scuola è un onore così come partecipare al torneo regionale è sentito come un valore aggiunto: non si è semplicemente studenti della scuola ma la si rappresenta e la si rappresenta in un contesto di cooperazione con altri compagni della stessa scuola, che hanno favorito questo processo di inclusione che porterà complessivamente alla formazione della squadra, che ha un potente potere formativo perché distribuisce ruoli, funzioni, rispetto di regole e di schemi di gioco, cura particolare della relazione con i compagni di squadra ai quali bisogna effettuare il passaggio nei tempi e nei modi giusti affinché si realizzi l'azione corale che porterà a vincere la partita e a onorare la propria scuola. L'inclusione nelle squadre sportive di ginnastica e nelle rappresentazioni delle squadre di sci, di bob, di slittino, di pattinaggio, di salto in alto e di atletica sono apparentemente fatti individuali perché in quelle discipline la gara la vince uno solo, ma quell'uno che ha vinto la medaglia è dentro una squadra, è dentro una strategia di rappresentazione che include e rappresenta tutti gli allievi della scuola che hanno dato mandato a quel piccolo gruppo di rappresentarli al torneo di tutte le scuole. Quindi anche sport che sembrano incentrati sull'individualismo sono in realtà molto inclusivi perché se non c'è squadra non ci può essere il sostegno adatto, il nutrimento affettivo, ideale e culturale che costituisce il sostegno morale che porterà il vincitore a sentirsi autenticamente rappresentativo di una collettività che ha partecipato, fatto il tifo e sostenuto moralmente la fatica e il sacrificio del vincitore che rappresenta tutta la collettività.

L'organizzazione dell'Olimpiade realizza un'utopia: quella di trasformare la competizione fra i popoli in una grande occasione perché i giovani scendono in campo rappresentando la propria nazione non per combattere contro i giovani delle altre nazioni ma per giocare con loro alla costruzione della pace, in un contesto dove si può vincere senza distruggere ma anzi costruendo un legame di amicizia che in certi casi, come ho potuto constatare, è molto profondo e duraturo nel tempo, come se fosse stato forgiato all'interno di un patto solenne, del giuramento collettivo fra i popoli di trasformare il conflitto in un momento inclusivo di confronto pacifico anche se utilizza i concetti di vittoria e di sconfitta. Ma è interessante che tutti quelli che partecipano alla manifestazione sentano che l'Olimpiade riesce a trasformare in gioiosa sfilata di una gioventù amica le differenze di lingua, di colore, di cultura e di potere economico. Se un paese ha armato la propria cultura sportiva, riuscirà a vincere qualche medaglia alle Olimpiadi e nessun si sarà fatto male e tutti avranno giocato la stessa partita.

Concludo con un ricordo personale: conservo una fotografia di quand'ero un bambino in braccio a Zeno Colò, l'ultra-campione di sci, che mi ha preso dal mondo del nulla e mi ha incluso nell'universo olimpico dello sport mondiale. Quando andavo sui campetti di sci, i miei compagni dicevano "Quello è stato segnalato da Zeno Colò!", e io mi sentivo incluso nell'olimpo degli atleti che le Olimpiadi le facevano davvero.

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Luca Vettori | Fair Play

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