La gentilezza nel male

7 Maggio 2026

Era una tovaglia di lino, tessuta a mano, che avevo tirato fuori per i nostri due ospiti provenienti dalla Siberia. L’avevo acquistata anni fa in un mercato di Kiev. Come portata principale, stasera mangeremo orate: un pesce per ciascuno, così sono esonerata dal compito di sfilettare un unico pescione per tutti e posso concentrarmi sulla conversazione. Perché sono nervosa? Stavo preparando una vellutata estiva, yogurt con i cetrioli, ingredienti non troppo sconosciuti a loro. E se aggiungessi dei pomodorini? Lampeggia un messaggio su WhatsApp: Oksana, che manda gli auguri di Pasqua e scherza, perché da quando lei vive in Germania è la prima volta che le nostre feste pasquali coincidono. Lei è una delle quattro Oksane dell’Ucraina con cui sono in contatto da quattro anni. Prima eravamo colleghe, poi – pian piano, mentre si trasformavano in profughe – siamo diventate anche amiche. Se loro sapessero che ospiti avremo a cena, ne sarebbero stupite. E ferite. Una delle Oksane vive a Kiev ma è originaria della Siberia. Sua madre, che ancora ci vive, ha smesso di parlarle dal febbraio 2022: cioè da quando la figlia ha detto parole di aspra critica sulla cosiddetta “operazione speciale” (vietato chiamarla “guerra”) contro il paese in cui vive. C’è del vero nell’idea del Cremlino: Russia e Ucraina sono state a lungo una cosa sola, gli ucraini sono ancor oggi in parte russi, non a caso un collega di Kiev ha sposato la Oksana siberiana. Ma la comunanza dei due popoli sopravviverà ad anni di bombe russe sulla testa sua, di suo marito, dei tre figli? La madre rimasta negli immensi spazi asiatici la incolpa di vergognosa ingratitudine verso il Capo dello Stato: Putin l’ha fatta studiare e raggiungere il benessere di cui gode oggi. Un’altra Oksana amica vive a Lviv, Ucraina occidentale. Mi aveva raccontato che le sue nonne avevano le cantine piene di barattoli con verdure, cetrioli, melanzane e cipolle in salamoia: molte di queste provviste avevano permesso alle famiglie di superare carestie e la difficile fase detta Maidan. Noi donne di oggi, dice con un sorriso coraggioso, dovremmo invece allestire le cantine con mitra, pistole, granate e droni.

Quando i due colleghi siberiani sono arrivati nel nostro studio, ci hanno portato una prelibatezza sconosciuta: pigne giovani cotte nella melassa, che hanno un sapore meraviglioso e si dice che siano molto salutari. I due sono già psicoterapeuti-analisti. Hanno affrontato l’immenso viaggio allo scopo di fare con noi supervisione di casi clinici. In persona: ovviamente ne fanno già via schermo da casa loro: ma in presenza è più professionale. Come tantissimi russi, sono psicoanalisti molto seri. Abbiamo lavorato con loro per quattro giorni, diverse ore al giorno. La collega parla solo russo, quindi lui ha dovuto tradurre. A me, terapeuta per l’infanzia, interessava sapere quali problemi i bambini portassero nelle psicoterapie. La risposta: padri al fronte, padri che non sono più tornati, madri depresse. Mi è rimasta un’immagine: quelli che si combattono non sono soldati, sono padri che si uccidono a vicenda.

Avrei voluto condividere con la collega i casi clinici dei bambini ucraini, i loro disegni e gli scenari del gioco terapeutico con cui elaborano i loro traumi. Poi ho deciso di non mostrarli. Le Oksane e anche tutte le altre colleghe ucraine si sarebbero allontanate interiormente da me, se l’avessi fatto. “I russi sono russi, oggi è così”, avrebbero commentato. Con la collega siberiana, quindi, ho discusso le conseguenze traumatiche di catastrofi naturali, di terremoti, di inondazioni. Quando le ho mostrato il disegno di un bambino cinese i cui genitori erano morti nel terremoto, le è venuto da piangere.

Nella settimana in cui i due colleghi siberiani sono rimasti a Milano, io e mio marito ci siamo scambiati ogni sera le nostre impressioni sul lavoro con loro: che impegno, che tenacia, quanta empatia! ci dicevamo. Abbiamo deciso di trascorrere l’ultima serata insieme; e li abbiamo invitati a cena. Io pensavo anche di definire un mio viaggio in Siberia. Non ho mai sperimentato temperature di 30 gradi sotto zero, ma secondo loro proprio andarci d’inverno può essere affascinante. La nostra immagine della Siberia stava per esser cortesemente corretta dai due. Noi, abbiamo in mente campi di prigionia e Gulag (quando il collega sente e traduce la parola Gulag, sorride, come se pensasse: ecco, di nuovo questi occidentali che non hanno in testa che i Gulag!), ma abbiamo sentito che la Siberia è sempre stata luogo di libertà. Quando il mondo impazziva, si fuggiva in Siberia: già nel 1917, moltissimi profughi giungevano lì da Mosca o San Pietroburgo. Infinitamente vasta e lontana dalle città corrotte e dalle carestie, un’“America”, terra dalle possibilità illimitate. Conserva foreste in mezzo alle città; questo protegge dall’inquinamento atmosferico, mentre il freddo estremo invernale protegge da insetti infestanti. Ma anche dalla società cittadina troppo affollata e rumorosa, che rende difficile la vita in occidente. Nei fatti, per loro la stessa Mosca è già chiassosamente occidentale. Tutto questo mi interessava e volevo saperne di più. Parlare con loro due era meraviglioso, eppure non riuscivo a mettere insieme questo maledetto menu.

Sono arrivati puntuali, il collega con dei fiori che ha consegnato con un inchino appena accennato, un piegamento di tutto il busto. Forse un inchino coloniale? Mi è venuta in mente la parola che in russo indica sia sovrano sia Stato: государь, Gosudar. Cosa c’entrava con l’inchino? Ci siamo seduti per la cena; la veranda aveva la giusta luce serale, tutto veniva apprezzato. Abbiamo appreso che il padre del collega era stato pescatore e aveva girato il mondo su grandi pescherecci. Di recente si era recato come volontario nel Donbas. Portava ai soldati indumenti e cibo. “I pensionati aiutano i soldati?” – “Sì, certo, è necessario.”

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Non ricordo esattamente come, ma da lì la conversazione si è spostata su un documentario recente, Mr. Nobody contro Putin. In una scuola degli Urali, l’insegnante Pavel diventa responsabile della comunicazione digitale: dal febbraio 2022, con la “Operazione Speciale”, alle attività scolastiche si è aggiunta una campagna nazionalista e militarista, con parate e finti addestramenti. Chi ha detto che la propaganda ideologica non funziona? Su Pavel ebbe effetto, ma al contrario: si vergognò di quella frenesia bellicista, decise di documentarla e al tempo stesso di svergognarla. La riprese con dovizia. Era amato come insegnante che teneva allegri. Il film si compose da solo: bastavano le riprese che, senza il commento ufficiale, facevano ridere per la loro vacua pomposità. I nostri ospiti conoscevano vagamente il documentario. Io e mio marito iniziammo a raccontarlo con entusiasmo: il film ha vinto un Oscar. Dopo qualche armeggio con gli scarti del pesce, arrivò un commento: “Chissà se è tutto vero quello che quell’insegnante ha filmato…”. Silenzio. La collega sembrò riflettere intensamente, come se non potesse ricordare un episodio che corrispondesse anche solo minimamente all’indottrinamento mostrato dal film. “Da noi nelle scuole non si vede nessun segno di militarizzazione”. “Nessun cambiamento nei programmi scolastici, nessun insegnante sostituito?” insistette mio marito. Il vino aveva arrossato i volti dei due: “No, no, davvero, niente del genere. Non siamo mica nell’Unione Sovietica. Comunque, da noi, tutti hanno sempre deriso le ordinanze venute dal regime e dalle sue città lontane; dalle nostre parti, niente di tutto questo è mai stato preso sul serio.”

Mio marito ha citato articoli del settimanale tedesco Die Zeit e di Le Monde della stampa inglese, che non solo parlavano di esercitazioni militari nelle scuole russe, ma ne riportavano anche molte foto e filmati. “All’università sì”, il collega si è affrettato a rispondere, “certamente le esercitazioni sono obbligatorie per tutti: è ovvio che dobbiamo sapere come maneggiare un fucile.” Mio marito ha notato che questo non capita nelle università europee. O meglio: con Mussolini, quasi un secolo prima, suo padre aveva fatto un corso di ginnastica pre-militare. Ma era stato bocciato e la cosa non aveva avuto seguito. Io avrei voluto ricordare il coro dei cadetti, visibile su YouTube, in cui i bambini cantano: “Ma se il comandante capo chiama l’ultimo combattimento – zio Vova, siamo con te!”. Non sono riuscita, perché la collega aveva iniziato a spiegare: “Se gli ucraini nel Donbas non avessero sparato a chi parlava russo già nel 2014, tutto questo non sarebbe successo. Non sarebbe scoppiata una guerra. Noi in Siberia abbiamo accolto tanti profughi dal Donbas.”

Dopo un attimo di vuoto, la voce di mio marito mi è giunta da lontano. Diceva che nel 2014 erano iniziate operazioni da parte dei cosiddetti “omini verdi”, cioè militari senza le insegne di un esercito, come hanno documentato articoli e filmati di tanti giornalisti: anche italiani, anche persone che conosciamo. Ma non ha potuto completare questo ragionamento. A quel punto, ho capito che i due non avevano capito: “omini verdi” è una definizione che gli occidentali hanno dato a questi miliziani in divisa ma senza insegne, ma nel discorso russo sono eroi di una resistenza. Ho provato allora con un altro esempio, peggiorando la confusione. Mi parevano eventi simili a quelli accaduti negli anni 1999 e 2000 a Mosca, quando erano scoppiate delle bombe in diversi condomini, uccidendo decine di persone. Erano stati incolpati i “terroristi ceceni”; oggi pare invece provato che erano stati i servizi segreti russi a mettere esplosivi nelle cantine, come pretesto per attaccare la Cecenia. Troppo tardi mi sono resa conto che un’informazione di questo tipo per loro era un esempio extraterrestre.

Mio marito ha proseguito in modo pacato. I due colleghi apprezzano quello che pubblica in russo (anche se non avrebbero creduto che ha perso i suoi editori di Mosca perché ha parlato male di Stalin). Gli ospiti cercavano di seguire i suoi ragionamenti sull’inconscio collettivo ucraino mentre degustavamo il contorno: “In Ucraina la diffidenza per la Russia è antica, milioni hanno perso i loro nonni nell’Holodomor, la grande carestia provocata da Stalin…”

In un attimo di pausa ho infilato una domanda: “Cosa avete pensato il 24 febbraio 2022, sentendo parlare dell’operazione speciale?” – “Non eravamo d’accordo.” Ero rassicurata. Sono seguite osservazioni sui combattimenti russi per raggiungere Kiev. “Sappiamo che i nostri dovevano difendersi da moltissimi militari occidentali”. “Abbiamo anche visto in televisione i corpi sparsi ovunque a Bucha, messi lì dagli stranieri per far credere che fossero civili uccisi dai russi.”

Non sono riuscita a dire che abbiamo visitato il memoriale di Bucha lo scorso settembre e avevamo acceso candele di cera sottili. E che non dimenticherò i fori di proiettile sugli ingressi, rimasti lì dal 2022. Appena qualche chilometro più in là restano le nuvole che si addensavano nere dal cielo all’orizzonte. Non nuvole di pioggia, non sono montagne scure ma fumo di esplosioni che rimane sospeso per giorni. Il fronte e l’orizzonte sono da anni la stessa cosa.

Mio marito ha cambiato strategia: “Noi tutti diamo importanza alla mitologia e alle fiabe perché contengono delle verità psicologiche. Conoscete la fiaba del lupo e dell’agnello?” Forse non la conoscevano. Mio marito ha comunque alzato un po’ la voce: “Riuscite davvero a immaginare che l’agnello possa minacciare il lupo? Riuscite a immaginare che la Polonia potesse inghiottire la Germania, quando Hitler nel 1939 la invase col pretesto che alcuni polacchi lo avevano aggredito, avevano sconfinato uccidendo dei tedeschi?” Lui spiegava e spiegava; il collega traduceva e traduceva. Non c’era più dialogo. Eravamo al dessert, lamponi e more e Baci di Dama: “Ladies’ Kisses”, spiegai con un filo di voce, “una vera specialità italiana.” – “Sì”, bisbigliò la collega, anche lei esausta, “ne porterò un po’ al nostro gruppo.”

Mio marito aveva preso un libro di Claudio Ingerflom, storico franco-argentino del passato remoto russo. Grande esperto anche di linguistica e cultura, l’autore nota che in russo parole come gosudar sottintendono una verticalità del potere nello Stato, nel padrone di terre, nella aristocrazia, nel patriarcato. La collega, con il viso ormai color bordeau, fece un segno al collega e lui tradusse: “Penso che dovremmo lasciarvi ora, domani abbiamo il volo di ritorno.” — “A che ora?” — “Alle tre.” — “Oh mio Dio, allora dovete alzarvi prestissimo!” — “Alle tre del pomeriggio”, ha corretto mio marito.

Eravamo già scocciati l’uno con l’altro; lui pensava che io fossi troppo compiacente e io pensavo che lui facesse docenza. Avrei voluto tanto capire come la propaganda russa agisce su persone intelligenti, sensibili e colte. La serata volgeva al suo caotico termine. “Rimarremo sicuramente in contatto”, dissi poco convinta. All’addio, di nuovo l’inchino. Ora mi sembra di capire meglio quel gesto: significa — soprattutto nel momento del congedo — che ci si è liberati dal Gosudar. È stato dato all’imperatore ciò che era dell’imperatore e d’ora in poi si fa ciò che si vuole. Non dimenticate: la Siberia è una terra di libertà.

Mio marito ed io abbiamo mormorato qualcosa sull’ospitalità russa e mediterranea, che sarebbero simili. Stanchi morti, abbiamo ripulito la cucina illudendoci di andar a dormire. Dopo una breve, violenta discussione — “come sempre ti adegui…” e “come sempre fai la predica…” — non riuscivamo a prendere sonno. Se la pensano e la sentono così queste persone, che rappresentano una minuscola ma migliore parte della popolazione, allora svanisce ogni speranza. D’altra parte posso capire: se i padri combattono al fronte, come possono le donne e i bambini rimasti a casa non pensare che stiano combattendo per una causa giusta? Potrebbero davvero vivere per quattro anni con il pensiero che il padre sia un aggressore e conduca una guerra ingiusta?

È così semplice: ciò che non sopporto, lo ribalto nel racconto, la vita raccontata è più importante della realtà. Poiché ogni persona ha probabilmente in sé anche una parte di bene, il male appare piuttosto amichevole. Questa settimana abbiamo visto quel lato gentilissimo del male. Non oso raccontare tutto questo alle quattro Oksane a me amiche, eppure potrei farlo, perché anche loro hanno una profonda gentilezza slava, e non direbbero: lo sapevamo già.

In copertina, fotografia di Jade Koroliuk.

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